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L’Iran: “Difenderemo il Paese”. Ma Teheran dovrà scegliere tra deterrenza e guerra

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L’ayatollah Khamenei e i Guardiani della Rivoluzione dovranno decidere come rispondere all’attacco più grave contro il Paese dai tempi della guerra con l’Iraq
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Gli iraniani si sono svegliati con le immagini rassicuranti della televisione di stato che descriveva una tranquilla e ordinaria mattina d’autunno: traffico regolare, banchi dei mercati pieni di frutta e verdure fresche, i genitori sorridenti che accompagnavano i figli a scuola nel primo giorno della settimana. Unica nota grigia forse il clima, non più estivo. Nulla sull’attacco che nella notte ha portato un certo numero di missili israeliani a penetrare nello spazio aereo iraniano e a prendere di mira un certo numero di fabbriche, depositi e piattaforme di lancio di droni e missili – l’incertezza sui numeri è obbligatoria, perché non c’è ancora nessuna fonte indipendente in grado di stimare le dimensioni reali dei raid.

Ci sono però due certezze: è stato l’attacco più grave contro l’Iran dai tempi della guerra con l’Iraq, ci sono anche due vittime, due militari dell’esercito regolare iraniano (non dei pasdaràn); non è stato l’attacco letale che si temeva, contro infrastrutture …

Gli iraniani si sono svegliati con le immagini rassicuranti della televisione di stato che descriveva una tranquilla e ordinaria mattina d’autunno: traffico regolare, banchi dei mercati pieni di frutta e verdure fresche, i genitori sorridenti che accompagnavano i figli a scuola nel primo giorno della settimana. Unica nota grigia forse il clima, non più estivo. Nulla sull’attacco che nella notte ha portato un certo numero di missili israeliani a penetrare nello spazio aereo iraniano e a prendere di mira un certo numero di fabbriche, depositi e piattaforme di lancio di droni e missili – l’incertezza sui numeri è obbligatoria, perché non c’è ancora nessuna fonte indipendente in grado di stimare le dimensioni reali dei raid.

Ci sono però due certezze: è stato l’attacco più grave contro l’Iran dai tempi della guerra con l’Iraq, ci sono anche due vittime, due militari dell’esercito regolare iraniano (non dei pasdaràn); non è stato l’attacco letale che si temeva, contro infrastrutture strategiche, economiche o addirittura nucleari, il che vuol dire che Israele ha limitato la portata della rappresaglia per i bombardamenti del 1 ottobre, quando l’Iran lanciò 180 missili balistici contro obiettivi militari e civili israeliani. Un messaggio implicito di de-escalation dettato anche dalla pressione americana.

Ora cosa farà Teheran? I segnali, come spesso accade quando si tratta della Repubblica Islamica, sono ambigui. I media governativi si affannano per ridimensionare l’impatto dei raid, la portavoce del governo ha parlato di “danni limitati” elogiando le capacità di difesa dell’aeronautica iraniana. La decisione di Israele di realizzare una rappresaglia mirata senza danneggiare le infrastrutture nazionali o gli impianti nucleari e persino, sembra, avendo trasmesso messaggi all’Iran nel tentativo di prevenire un’escalation più ampia, lascia a Teheran la possibilità di chiudere questo ciclo di attacchi. Ma il dilemma per Ali Khamenei e i suoi Guardiani della rivoluzione non è sciolto.

Se non risponde, l’Iran verrà meno all’equazione che le stesse autorità iraniane avevano tentato di stabilire ad aprile, esplicitata dal generale Salami, capo dei Pasdaràn: "Da ora in poi, se Israele attacca interessi, personaggi e cittadini iraniani ovunque, l’Iran risponderà direttamente”, dichiarò Salami. Per preservare la propria deterrenza contro Israele, Teheran è costretta a rispondere. Ma attaccare nuovamente Israele significa correre il rischio, questa volta concreto, di scatenare una guerra totale e aperta con Israele che potrebbe coinvolgere anche gli Stati Uniti e comportare danni alle infrastrutture petrolifere e anche nucleari, con impatti difficili da prevedere sia sull’economia che sulla leadership iraniana.

Khamenei potrebbe non volersi avventurare su questa strada preferendo concentrarsi sulla ricostruzione del “cerchio di fuoco” intorno a Israele, ovvero dei suoi proxies indeboliti dalle guerra a Gaza e in Libano. Ma anche così per l’Iran resta il grosso problema di una strategia di di deterrenza seriamente compromessa. L'Iran ha "il legittimo diritto alla autodifesa secondo la Carta delle Nazioni Unite ed è inoltre obbligato a difendere il paese contro qualsiasi aggressione straniera," ha dichiarato il ministero degli Esteri in una nota dopo i raid israeliani.

Nelle prossime settimane l’establishment valuterà le azioni da intraprendere ed è probabile che non sarà compatto al suo interno. L’ala più “moderata” del Sistema, guidata dal presidente Pezeshkian, potrebbe voler incassare la solidarietà regionale come risultato politico e avviare una fase di de-escalation in attesa di capire se è possibile aprire un dialogo con la nuova amministrazione Usa.

Anche l’Arabia Saudita ha condannato l’operazione israeliana e per Teheran è un segnale positivo visti gli sforzi di sottrarre Riad dall’orbita americana. Ma un’altra parte del Sistema spingerà per una revisione complessiva della dottrina di sicurezza iraniana, compreso quella nucleare, indebolita dalle guerre a Gaza e in Libano e dal primo attacco diretto e rivendicato da Israele sul suolo iraniano.

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