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Medio Oriente, su spinta degli Usa l’attacco di Israele all’Iran è stato contenuto per abbassare i rischi di guerra totale

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Dopo il lancio di quasi 200 missili sullo Stato ebraico del primo ottobre, i vertici israeliani volevano colpire i siti nucleari e petroliferi della Repubblica islamica. Ma la pressione americana alla vigilia delle presidenziali ha portato a un raid limitato
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Tel Aviv – C’è voluto quasi un mese perché Israele passasse dalle minacce annunciate ai fatti, lanciando un attacco contro l’Iran che alla fine si è dimostrato molto meno incisivo e devastante di quanto si temesse. L'opzione più paventata, cioè un attacco ai siti nucleari e a quelli petroliferi iraniani, è uscita di scena tramutandosi alla fine negli "attacchi di precisione" rivendicati dalle forze armate israeliane, i cui alti ufficiali avevano continuato a dichiarare per settimane - e fino a pochi giorni fa - che un attacco ai siti nucleari iraniani rimaneva un'opzione sul tavolo. Israele, sottolineavano, non avrebbe tollerato un Iran nucleare.

Dichiarazioni a cui si erano affiancate quelle dei falchi della politica israeliana e dello stesso ministro della Difesa, Yoav Gallant. Avevano ribadito come Israele si riservasse il diritto di agire contro le minacce esistenziali, inclusi i siti nucleari, mettendo in guardia contro il potenziamento delle capacità militari iraniane. Fonti di…

Tel Aviv – C’è voluto quasi un mese perché Israele passasse dalle minacce annunciate ai fatti, lanciando un attacco contro l’Iran che alla fine si è dimostrato molto meno incisivo e devastante di quanto si temesse. L'opzione più paventata, cioè un attacco ai siti nucleari e a quelli petroliferi iraniani, è uscita di scena tramutandosi alla fine negli "attacchi di precisione" rivendicati dalle forze armate israeliane, i cui alti ufficiali avevano continuato a dichiarare per settimane - e fino a pochi giorni fa - che un attacco ai siti nucleari iraniani rimaneva un'opzione sul tavolo. Israele, sottolineavano, non avrebbe tollerato un Iran nucleare.

Dichiarazioni a cui si erano affiancate quelle dei falchi della politica israeliana e dello stesso ministro della Difesa, Yoav Gallant. Avevano ribadito come Israele si riservasse il diritto di agire contro le minacce esistenziali, inclusi i siti nucleari, mettendo in guardia contro il potenziamento delle capacità militari iraniane. Fonti diplomatiche hanno avvertito che anche nei recenti colloqui con i funzionari americani Israele aveva espresso la propria preoccupazione per il programma nucleare iraniano, discutendo la possibilità di azioni preventive. Una scelta che erano propensi a sostenere nonostante il parere assai cauto degli esperti secondo cui, sebbene si trattasse di azioni tecnicamente possibili, i rischi di un'escalation militare e di ritorsioni da parte dell’Iran sarebbero stati quasi una certezza.

Quanto ai siti petroliferi, esperti di sicurezza israeliani avevano analizzato lo scenario di un attacco per colpire l'economia iraniana e ridurre la capacità di Teheran di finanziare gruppi militanti. Ma avevano avvertito che simili attacchi avrebbero potuto suscitare gravi conseguenze internazionali. E tuttavia, anche oggi, dopo una notte di attacchi che li ha esclusi, il leader dell'opposizione Yair Lapid critica proprio la limitata risposta militare dell'Idf, affermando che Teheran “è il capo dell'Asse del male e deve pagare un prezzo pesante per la sua aggressione”. Lapid sostiene che questo prezzo sarebbe dovuto essere proprio diretto ai suoi interessi economici: “La decisione di non attaccare obiettivi strategici ed economici in Iran è stata sbagliata. Avremmo potuto e dovuto esigere un prezzo molto più alto”.

Nei 25 giorni trascorsi dall'attacco iraniano - scattato in risposta alle uccisioni mirate del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e dell'ex capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh - la diplomazia ha lavorato incessantemente per scongiurare un'escalation che quel genere di “rappresaglia” avrebbe quasi certamente provocato. La regia di questo sforzo diplomatico aveva sede chiaramente a Washington, attraverso una fitta rete di relazioni con i Paesi islamici alleati nell'area. Hanno fatto da tramite per parlare indirettamente anche con Teheran, a cui Washington ha mostrato contemporaneamente il bastone e la carota: da una parte spostando nell’area due portaerei, la USS Ford di ultimissima generazione e la USS Eisenhower; dall'altra premendo sulla governance politica di Israele, che non può fare a meno del totale appoggio americano per sostenere i due fronti aperti a Gaza e in Libano, affinché limitasse la portata della sua risposta ai soli apparati militari iraniani, evitando i target più delicati per l'Iran.

(afp)

Un lavoro che il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha portato avanti continuamente in queste settimane, avvertendo di fatto Teheran che avrebbe pagato un prezzo insostenibile se avesse comunque deciso di reagire a un attacco limitato che le consentisse di dichiarare di aver subito solo un'azione simbolica, senza conseguenze reali. È una partita che si lega indissolubilmente a quella dell'appoggio militare ed economico che l'Iran fornisce ai suoi alleati nell'area, come gli Houthi yemeniti, Hezbollah in Libano e Hamas nella Striscia, nemici con i quali Israele è in aperto conflitto. Una tela diplomatica per raffreddare la tensione che ha rischiato di deragliare con la diffusione dei piani di attacco israeliani di cui Washington era in possesso. Probabilmente l'attacco è stato solo rimandato di qualche giorno per aggiornare gli obiettivi, mantenendoli però in linea con quello che la Casa Bianca era disposta ad accettare.

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