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Schiavismo, il Commonwealth: “Ora discussioni sulle riparazioni”. E a sorpresa firma anche il Regno Unito

(afp)

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La dichiarazione finale del vertice di Samoa accusa il colonialismo britannico. Polemiche sul primo ministro Starmer che ha firmato il documento. E ora potrebbe succedere di tutto
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LONDRA - Tutti i 56 Paesi del Commonwealth hanno firmato in chiusura del vertice di Samoa una dichiarazione congiunta per cui “è giunto il momento di parlare di riparazioni per lo schiavismo” britannico. Tutti, incluso il Regno Unito di re Carlo III e del primo ministro Keir Starmer, entrambi presenti per quella che i tabloid, la destra e i nostalgici imperialisti di certo bolleranno come una “disfatta madornale” della Gran Bretagna, dopo la recente e controversa cessione delle isole Chagos a Mauritius.

Starmer minimizza l’accaduto: “Nessuna delle discussioni di questi giorni al summit si è focalizzata sul denaro. Abbiamo parlato soprattutto di climate change e del futuro del Commonwealth. La questione…

LONDRA - Tutti i 56 Paesi del Commonwealth hanno firmato in chiusura del vertice di Samoa una dichiarazione congiunta per cui “è giunto il momento di parlare di riparazioni per lo schiavismo” britannico. Tutti, incluso il Regno Unito di re Carlo III e del primo ministro Keir Starmer, entrambi presenti per quella che i tabloid, la destra e i nostalgici imperialisti di certo bolleranno come una “disfatta madornale” della Gran Bretagna, dopo la recente e controversa cessione delle isole Chagos a Mauritius.

Starmer minimizza l’accaduto: “Nessuna delle discussioni di questi giorni al summit si è focalizzata sul denaro. Abbiamo parlato soprattutto di climate change e del futuro del Commonwealth. La questione delle riparazioni occupa un paragrafo su venti nella dichiarazione finale”.

Tuttavia, la posizione di Starmer è contraddittoria. Ha firmato il comunicato congiunto per cui “serve una conversazione trasparente, fruttuosa e rispettosa con l’obiettivo di una giustizia riparatoria”, riconoscendo i danni e gli orrori di schiavismo e colonialismo britannici nei secoli scorsi, come peraltro aveva già fatto pubblicamente insieme a re Carlo. Ma allo stesso tempo, il primo ministro continua a dirsi contrario a ogni pagamento di riparazioni, che secondo Barbados e le altre ex colonie dell’impero che le reclamano, potrebbe arrivare a un mostruoso conto da centinaia di miliardi di sterline. Addirittura, secondo il parere di un giudice Onu l’anno scorso, i danni che dovrebbe ripagare il Regno Unito a 14 Paesi caraibici, per il suo ruolo nello schiavismo nella Storia, ammonterebbero a 18mila miliardi di sterline.

Nonostante avesse assicurato nei giorni precedenti che la questione non fosse sul tavolo del summit, Starmer ha firmato il documento perché, secondo il suo staff, non farlo sarebbe stato un danno di immagine peggiore, soprattutto agli occhi dei suoi elettori di sinistra. A lungo termine, potrebbe essere anche la scelta giusta, perché, al di là del riconoscimento nominale di una discussione sui danni del colonialismo, le conversazioni potrebbero protrarsi per anni. E magari concludersi non con un pagamento di riparazioni vero e proprio, ma per esempio con agevolazioni finanziarie e commerciali con le ex colonie, programmi di sviluppo per queste ultime o riconoscimenti simbolici.

Tuttavia, lo stesso Starmer ha dichiarato nei giorni scorsi che accettare di pagare riparazioni “innescherebbe recriminazioni infinite: la Storia non si può cambiare”. Stessa linea di pensiero di re Carlo III. Il quale, pur riconoscendo gli orrori dello schiavismo, in questi anni non ha mai chiesto “sorry”. Perché porre scuse su un tema così spinoso potrebbe aprire una via legale alle recriminazioni miliardarie delle ex colonie. Ma, in teoria, lo stesso potrebbe accadere con il documento firmato oggi da Starmer.

Ora il primo ministro finirà nel mirino di conservatori e destra. Anche perché solo qualche settimana fa, nella loro ottica, “ha svenduto le isole Chagos”, cedute a Mauritius dopo una lunghissima diatriba post-coloniale in cambio della rassicurazione di far rimanere la base militare americana-britannica Diego Garcia per i prossimi 99 anni. Un avamposto cruciale nell’Indo-Pacifico in chiave anti-Cina.

In queste settimane, Starmer sta negoziando con la Grecia anche l’annosa questione dei marmi del Partenone, ora ospitati dal British Museum. Il primo ministro non sarebbe contrario a concedere le “Elgin Marbles” ad Atene perlomeno in prestito (anche se prima andrebbe cambiata una legge in Parlamento, e in aula il Labour i numeri li ha). Ma mollare anche i Marmi sarebbe un’ulteriore umiliazione nazionale per la fetta del Paese più tradizionalista. Insomma, Starmer potrebbe presto ritrovarsi in un pericoloso vicolo cieco.

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