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Israele risponde, bombe sull’Iran: risparmiati gli impianti nucleari

Una donna iraniana cammina a Teheran davanti a un cartellone di propaganda anti-israeliana

 

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Uno stormo di jet in missione notturna distrugge le postazioni della contraerea e colpisce l’industria bellica di Teheran. Accolta la richiesta americana di non fomentare una ulteriore escalation evitando siti atomici e produzione petrolifera
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TEL AVIV — Tre ondate con i caccia bombardieri, poi tutto è finito alle 5,45 di Teheran, alle prime luci dell’alba di ieri. L’attacco israeliano molto atteso, minuziosamente preparato, era stato annunciato e persino “telefonato”: la Casa Bianca è stata avvertita «poco prima» che gli aerei bombardassero l’Iran. Ora potrebbe essere finita qui, come chiede la comunità internazionale, anche se la Repubblica islamica minaccia: «Il potere dell’Iran umilierà i nemici della madrepatria».

L’operazione “Giorni di pentimento” è stata autorizzata dal gabinetto di guerra riunito nella notte, e diretta dal ministro della Difesa, Yoav Gallant, e dal capo di Stato maggiore, Herzi Halevi, nel quartier generale dell’Idf a Tel Aviv. Anche l’Iran era stato allertato dal tam tam, ma l’aviazione ha spedito uno stormo impressionante: un centinaio di jet, tra cui i micidiali e nuovissimi F35, ha attraversato Siria e Iraq colpendo, come già in risposta all’attacco iraniano del 13 aprile, la contraerea e …

TEL AVIV — Tre ondate con i caccia bombardieri, poi tutto è finito alle 5,45 di Teheran, alle prime luci dell’alba di ieri. L’attacco israeliano molto atteso, minuziosamente preparato, era stato annunciato e persino “telefonato”: la Casa Bianca è stata avvertita «poco prima» che gli aerei bombardassero l’Iran. Ora potrebbe essere finita qui, come chiede la comunità internazionale, anche se la Repubblica islamica minaccia: «Il potere dell’Iran umilierà i nemici della madrepatria».

L’operazione “Giorni di pentimento” è stata autorizzata dal gabinetto di guerra riunito nella notte, e diretta dal ministro della Difesa, Yoav Gallant, e dal capo di Stato maggiore, Herzi Halevi, nel quartier generale dell’Idf a Tel Aviv. Anche l’Iran era stato allertato dal tam tam, ma l’aviazione ha spedito uno stormo impressionante: un centinaio di jet, tra cui i micidiali e nuovissimi F35, ha attraversato Siria e Iraq colpendo, come già in risposta all’attacco iraniano del 13 aprile, la contraerea e i radar iraniani lungo la rotta. La prima ondata ha completato il lavoro attaccando in Iran i radar e i missili terra-aria, e ha distrutto quattro batterie di difesa aerea S-300. Secondo il New York Times ha eliminato anche quella dell’aeroporto di Teheran: l’Iran smentisce.

Le due ondate successive sono servite a colpire una ventina di obiettivi militari in tutto l’Iran: basi della guardia rivoluzionaria e dell’esercito, provocando «4 morti»; e fabbriche di componentistica per droni e missili balistici, tra cui un «componente critico» che era uno degli obiettivi principali. Secondo Barak Ravid, di Axios, che ha fonti nel governo e nell’Idf, Israele ha attaccato «12 miscelatori planetari» usati per produrre combustibile solido per i missili balistici a lungo raggio, apparecchiature sofisticate che l’Iran «sarà costretto ad acquistare in Cina».

Ordinando l’attacco a inizio shabbat il premier Benjamin Netanyahu non ne ha dovuto commentare subito la portata, su cui si aspettava critiche feroci. Rivendica il successo di aver dimostrato la capacità di colpire con precisione l’Iran con uno stormo immenso di aerei in grado di percorrere quasi duemila chilometri e tornare a casa sani e salvi. L’effetto deterrenza è conservato.

Ma quello che più si nota sono gli obiettivi evitati dopo il pressante lavoro diplomatico guidato dalla Casa Bianca per scongiurare un’escalation. Cioè gli altri due pilastri principali su cui si basa la minaccia, dal punto di vista di Israele: i siti nucleari in cui l’Iran arricchisce l’uranio con cui potrebbe realizzare la bomba atomica; e i pozzi petroliferi con cui finanzia le milizie di Houti, Hezbollah e Hamas. Lo ha confermato anche l’Aiea: «Gli impianti nucleari non hanno subito alcun impatto».

La delusione, in Israele, già brucia: l’Iran avrebbe dovuto «pagare un prezzo molto più pesante — accusa il leader dell’opposizione, Yair Lapid —: non attaccare obiettivi strategici ed economici è stato sbagliato». Per l’ex ministro della Difesa Avigdor Liberman, un falco, «il governo si è accontentato di fare pubbliche relazioni». E persino nel Likud, il partito di “Bibi”, Tally Gotliv accusa Israele di «resa all’amministrazione Biden». «Israele ha scelto gli obiettivi in base ai suoi interessi nazionali, non alle direttive Usa», replica il premier. Tirerà dritto come sempre. Può cantare vittoria per la dimostrazione di potenza, benché l’Iran, pur minimizzando i danni subiti, rivendichi il diritto di rispondere.

«Spero che questa sia la fine», dice Biden; e a lui si aggiungono gli appelli del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, della Ue e degli stessi Paesi dell’area, i quali pure condannano formalmente l’attacco israeliano.

Tutta la macchina della diplomazia, che fino a ieri era servita a scongiurare il peggio, da oggi si trasferisce a Doha per rimettere in moto il negoziato sugli ostaggi e il cessate il fuoco a Gaza. Non c’è più tempo: la guerra, nel Nord della Striscia, è un’ecatombe umanitaria. Ma la trattativa è tutt’altro che semplice.

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