NEW YORK – «La democrazia muore nelle tenebre» è il motto che dal 2017 il Washington Post pubblica sotto la sua storica testata a caratteri gotici: citazione del monito lanciato dalla sua firma più prestigiosa, Bob Woodward, “eroe” del Watergate, commentando gli attacchi di Donald Trump alla stampa e rimarcando il ruolo essenziale del giornalismo nel far luce sulla verità. Chiaro, dunque, che la scelta di non dare indicazioni di voto per nessuno dei due candidati alla presidenza per la prima volta in 36 anni, da parte del quotidiano reso celebre da inchieste che non hanno mai avuto paura di sfidare il potere, sta provocando un terremoto.
In un editoriale pubblicato venerdì, l’editore e Ad Will Lewis l’ha giustificata come «un ritorno alle nostre origini di spazio indipendente». Ma in redazione, e anche fuori, la scelta è stata presa malissimo. I lettori si stanno ribellando in massa, cancellando gli abbonamenti e postando la notifica di disattivazione sui social. E l’editorialist…
NEW YORK – «La democrazia muore nelle tenebre» è il motto che dal 2017 il Washington Post pubblica sotto la sua storica testata a caratteri gotici: citazione del monito lanciato dalla sua firma più prestigiosa, Bob Woodward, “eroe” del Watergate, commentando gli attacchi di Donald Trump alla stampa e rimarcando il ruolo essenziale del giornalismo nel far luce sulla verità. Chiaro, dunque, che la scelta di non dare indicazioni di voto per nessuno dei due candidati alla presidenza per la prima volta in 36 anni, da parte del quotidiano reso celebre da inchieste che non hanno mai avuto paura di sfidare il potere, sta provocando un terremoto.
In un editoriale pubblicato venerdì, l’editore e Ad Will Lewis l’ha giustificata come «un ritorno alle nostre origini di spazio indipendente». Ma in redazione, e anche fuori, la scelta è stata presa malissimo. I lettori si stanno ribellando in massa, cancellando gli abbonamenti e postando la notifica di disattivazione sui social. E l’editorialista Robert Kagan, feroce critico del leader repubblicano, è stato il primo a reagire dimettendosi. Mentre Bob Woodward e Carl Bernstein - appunto, i reporter che nel 1972 svelarono il celebre scandalo Watergate, dal nome dell’hotel in cui agenti legati a Richard Nixon tentarono di piazzare microfoni per spiare gli avversari politici - hanno firmato una dura nota congiunta: «Rispettiamo la tradizionale indipendenza della pagina editoriale, ma la decisione presa a ridosso delle elezioni 2024 ignora le schiaccianti prove pubblicate sullo stesso WP rispetto alla minaccia che Trump rappresenta per la democrazia. Il giornale ha indagato rigorosamente sul pericolo che una sua seconda presidenza rappresenta e ciò rende la decisione sorprendente e deludente».
Nelle prossime ore altri potrebbero unirsi: «I giornalisti sono sorpresi, scioccati, furiosi», ha raccontato un membro del comitato editoriale al sito d’informazione politica Semafor. Sintetizzando quel che si dice nei corridoi: «Se Jeff Bezos non ha gli attributi per possedere un giornale, lasci perdere». Riferimento al miliardario fondatore di Amazon che acquistò il giornale nel 2013 per 250 milioni di dollari, ponendolo sotto il controllo della sua Nash Holdings. Secondo quanto ricostruito in un articolo firmato da Manuel Roig-Franzia e Laura Wagner sullo stesso giornale, l’endorsement a Kamala Harris era infatti già pronto e impaginato ed è stato bloccato proprio su richiesta esplicita del proprietario, rompendo una tradizione decennale. Il primo sostegno del Washington Post a un candidato – all’epoca era Jimmy Carter - risale infatti al 1976. Da allora, si è scelto il silenzio una sola volta nel 1988, quando a sfidarsi erano il repubblicano George W. Bush e il democratico Michael Dukakis. Dalle elezioni successive, si è poi sempre schierato.
Una chiave di lettura della scelta di “astenersi” la offre il New York Magazine, ricordando come nel 2019 Trump ordinò di far cancellare il contatto di “cloud computing” da 10 miliardi di dollari che Amazon stava per firmare col Pentagono, proprio come ritorsione verso gli articoli pubblicati contro di lui sul quotidiano. Come ha svelato già da tempo un ex collaboratore dell’allora ministro della Difesa Mattis: «Trump gli ordinò di “fottere” Amazon». E anche oggi si parla insistentemente di pressioni dirette di Trump su Bezos.
Una situazione simile si è creata pure in un altro quotidiano, il Los Angeles Times, proprietà di un altro miliardario, (legato però all’industria farmaceutica): Patrick Soon-Shiong. Anche qui l’endorsement ad Harris già pronto è stato bloccato provocando le immediate dimissioni della responsabile degli editoriali, Mariel Garza e di due grandi firme, Karin Klein e il premio Pulitzer Robert Greene. Molto diversa è invece la posizione del New York Times, che proprio ieri ha ha confermato la sua scelta con un editoriale dal titolo: «Kamala Harris, l’unica scelta patriottica».