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Elezioni Usa, dai sondaggi ai meccanismi che determinano il vincitore: tutto quello che c’è da sapere

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Il vantaggio di Kamala Harris si è assottigliato nelle ultime settimane. Ecco come il sistema dell’Electoral College potrà pesare sull’esito del voto
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L'elezione presidenziale 2024 sarà secondo tutti i sondaggi un'elezione a corto muso. Tra l'ex presidente Donald Trump, candidato repubblicano, e la vicepresidente democratica Kamala Harris, che ha preso il posto di Joe Biden nel ticket democratico dopo la pessima performance del presidente in carica nel dibattito con Trump, c'è una sostanziale parità sia nelle rilevazioni a livello nazionale che in quelle dei sette Stati in bilico. A decidere chi sarà il prossimo presidente, il 47esimo, sarà proprio l'equilibrio in questi sette Stati: Pennsylvania, Georgia, Arizona, Michigan, Wisconsin, North Carolina e Nevada.

I sondaggi nazionali

La candidatura di Kamala Harris ha cambiato radicalmente la prospettiva del voto, recuperando totalmente il gap che invece i sondaggi assegnavano a Joe Biden: se prima del ritiro di Biden l’elezione sembrava inesorabilmente diretta verso una vittoria trionfale di Trump, la campagna della vicepresidente ha raddrizzato le aspettative e ha guidato a lungo i…

L'elezione presidenziale 2024 sarà secondo tutti i sondaggi un'elezione a corto muso. Tra l'ex presidente Donald Trump, candidato repubblicano, e la vicepresidente democratica Kamala Harris, che ha preso il posto di Joe Biden nel ticket democratico dopo la pessima performance del presidente in carica nel dibattito con Trump, c'è una sostanziale parità sia nelle rilevazioni a livello nazionale che in quelle dei sette Stati in bilico. A decidere chi sarà il prossimo presidente, il 47esimo, sarà proprio l'equilibrio in questi sette Stati: Pennsylvania, Georgia, Arizona, Michigan, Wisconsin, North Carolina e Nevada.

I sondaggi nazionali

La candidatura di Kamala Harris ha cambiato radicalmente la prospettiva del voto, recuperando totalmente il gap che invece i sondaggi assegnavano a Joe Biden: se prima del ritiro di Biden l’elezione sembrava inesorabilmente diretta verso una vittoria trionfale di Trump, la campagna della vicepresidente ha raddrizzato le aspettative e ha guidato a lungo i sondaggi.

Un vantaggio che però è tornato ad assottigliarsi nelle ultime settimane: secondo le medie pubblicate rispettivamente dal New York Times, Washington Post e dal sito 538, specializzato nelle elezioni per la Casa Bianca (538 come vedremo è il numero dei grandi elettori) Harris è avanti di uno, due o 1,4 punti percentuali nel voto nazionale. Ben dentro il margine di errore statistico.

Il risultato nazionale in ogni caso significa molto poco rispetto alle possibilità di ottenere la presidenza.

Cos'è l'Electoral College nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti

Il sistema dell'Electoral College è unico al mondo e centrale nelle elezioni presidenziali americane. Si tratta di un meccanismo complesso che affonda le radici nella Costituzione americana e che, fin dalla sua istituzione, funge da sistema di equilibrio tra gli Stati con popolazioni molto diverse. L’Electoral College, infatti, assegna un numero di voti elettorali a ciascuno dei 50 Stati, con l'aggiunta di tre voti per il Distretto di Columbia. Questo numero è pari alla somma dei rappresentanti che ciascuno Stato ha alla Camera dei Rappresentanti (in base alla popolazione) più i due senatori di ciascuno Stato.

In totale, l'Electoral College conta 538 voti elettorali, e un candidato deve ottenere almeno 270 di questi voti per vincere la presidenza. Tuttavia, come dimostrato nelle recenti elezioni, un candidato può ottenere più voti popolari nazionali rispetto al suo avversario e comunque perdere l'elezione: è accaduto nel 2000 ad Al Gore contro George W. Bush e, più recentemente, a Hillary Clinton contro Donald Trump nel 2016.

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Quanti "grandi elettori" valgono Pennsylvania e gli altri Stati

Ogni Stato ha un valore specifico in termini di voti elettorali, che riflette in parte la sua popolazione e il suo peso politico. La Pennsylvania, con i suoi 19 grandi elettori, è tra gli Stati chiave di quest'elezione, seguita dalla Georgia con 16, l'Arizona con 11, il Michigan e il Wisconsin con 15 e 10 rispettivamente, il North Carolina con 15 e il Nevada con 6 voti. Questi voti, attribuiti secondo la logica del “winner-takes-all” (il vincitore prende tutto) in quasi tutti gli Stati, possono cambiare radicalmente l'esito delle elezioni, poiché anche un solo voto elettorale può fare la differenza in uno scontro così equilibrato.

L'eccezione principale alla regola del “winner-takes-all” si trova in Maine e Nebraska, dove una parte dei grandi elettori viene assegnata sulla base delle circoscrizioni elettorali. Ciò significa che in questi Stati, è possibile che i voti elettorali vengano divisi tra i due principali candidati, come è successo nel 2016 e nel 2008.

Cosa dicono i sondaggi nei 7 Stati chiave

I sondaggi in tutti gli Stati chiave indicano una sfida all’interno del margine di errore dei sondaggi. Il che significa che sia Harris che Trump potrebbero vincerli anche tutti, trasformando un’elezione tirata in un trionfo. Secondo la media del Washington Post:

Michigan: Harris +2 (<1 per il Nyt)

Pennsylvania: Harris +1 (pari per il Nyt)

Wisconsin: Harris +1 (pari per il Nyt)

Nevada: Harris <1 (pari per il Nyt)

North Carolina: Trump +1 (<1 per il Nyt)

Georgia: Trump +2 (+1 per il Nyt)Arizona: Trump +2 (+2 anche per il Nyt)

Se questi sondaggi fossero esatti, Harris vincerebbe le elezioni, anche senza il Nevada.

Ma i sondaggi americani nelle ultime elezion hanno sempre sbagliato di un bel po’. Sottostimando Trump nel 2016 e nel 2020, sottostimando invece i democratici del 2022 e Obama nel 2012.

Molti oservatori Usa quindi analizzano come andrebbe se i sondaggi sbagliassero anche questa volta. Gli istituti di sondaggi hanno ovviamente cercato di aggiustare le rilevazioni evitando gli errori, ma se ci siano riusciti lo sapremo solo dopo il voto.

L’analisi è semplice: se l’errore è sottostimare Trump come nel 2016 e nel 2020, il tycoon vincerebbe facilmente in almeno sei Stati chiave su sette. Se l’errore fosse quello del 2012 o del 2022, sarebbe invece Harris a ottenere la cosiddetta “landslide victory”, vittoria a valanga.

Da non dimenticare la netta spaccatura tra l’America delle città e dei grandi centri (a maggioranza democratica) e l’America profonda, che invece vota repubblicano. Da questo equilibrio – quanto Harris riuscirà a tenere le grandi città industriali del Midwest (Pennsylvania, Wisconsin, Michigan) - deriverà buona parte del risultato. Per i democratici come detto basterebbe vincere questi tre Stati per garantirsi la conferma alla Casa Bianca.

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Harris vs. Trump: di cosa si è parlato in campagna elettorale

Come sempre, l’economia è un punto centrale – anche se probabilmente meno cruciale rispetto ad altre tornate elettorali. L’economia buona, che solitamente aiuta il partito del presidente in carica, non sembra dare a Harris una spinta importante, perché la percezione che ha il cittadino medio della situazione economica del paese non è così buona. Un tema fondamentale in campagna elettorale è stato quello dell’immigrazione, con Trump che ha colpito duro le politiche dell’amministrazione Biden-Harris e segnato molti punti a suo vantaggio: la classe media bianca ma anche gli immigrati vedono un eccesso di immigrazione e non sono convinti dalla ricetta dem per fronteggiarla. C’è poi il tema della misoginia, sollevato da Barack Obama, che si può riassumere semplicemente nel fatto che molti neri (ma probabilmente molti uomini in generale) non sarebbero contenti di votare per una donna, riducendo quindi il vantaggio possibile che ad Harris deriverebbe dal supporto femminile.

Perché non viene utilizzato il voto popolare per eleggere il presidente?

Una delle domande più frequenti riguarda proprio il motivo per cui non si utilizza il voto popolare diretto per eleggere il presidente degli Stati Uniti. Storicamente, l'Electoral College è stato creato come compromesso per bilanciare gli interessi degli Stati più popolosi e di quelli meno popolosi, assicurando a tutti una voce nella scelta del presidente. I Padri Fondatori temevano che il voto popolare diretto avrebbe potuto dare troppo potere agli Stati più grandi, rischiando di mettere in secondo piano quelli più piccoli.

Questo compromesso, tuttavia, solleva critiche per il peso sproporzionato di alcuni Stati. Ad esempio, un voto in uno Stato meno popoloso come il Wyoming vale, in proporzione, più di un voto in California.

Potrebbe cambiare il sistema elettorale?

Nonostante le crescenti pressioni per una riforma, cambiare l'Electoral College rimane complesso. La sua modifica richiederebbe un emendamento alla Costituzione, il che implica un processo lungo e difficile che necessita di una maggioranza dei due terzi sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato, oltre alla ratifica di almeno tre quarti degli Stati. Poiché molti Stati più piccoli traggono vantaggio dall'Electoral College, è improbabile che supportino una riforma che potrebbe ridurre la loro influenza nelle elezioni presidenziali.

Alcuni Stati, tuttavia, negli anni passati hanno cercato di aggirare questo sistema attraverso il National Popular Vote Interstate Compact, un accordo secondo cui gli Stati membri assegnerebbero i loro voti elettorali al candidato che ottiene il maggior numero di voti popolari nazionali. Tuttavia, perché questo patto diventi operativo, è necessario che vi aderiscano Stati che rappresentano almeno 270 voti elettorali, un obiettivo ancora lontano dall'essere raggiunto.

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