Stati Uniti, Steve Bannon esce dal carcere: “Sono più energico che mai”. E lancia il rush finale a Trump
di Massimo BasileNEW YORK - “Il carcere non mi ha spezzato. Anzi, mi ha rafforzato, non sono mai stato in vita mia così in forma. Perciò, Nancy Pelosi, hai perso”. Partono gli applausi e Steve Bannon guarda compiaciuto la sala. In realtà aveva usato un’altra espressione, volgare, con un esplicito riferimento sessuale, e forse proprio per quello è piaciuto alla sua gente. Quattro mesi di prigione su un uomo di settant’anni abituato a pasteggiare a champagne e fiele hanno lasciato i segni sul suo fisico e sul volto, ma non appaiono adesso, almeno non ora mentre Bannon parla in una sala al diciassettesimo piano del Regency Hotel, a Park Avenue, Manhattan, nella sua prima conferenza stampa da uomo libero.
Scarcerato alle 3,15 di notte dal Federal Correctional Institution di Danbury, Connecticut, uscito con indosso una tuta grigia, in mano tre buste di plastica bianca piene di oggetti personali e accolto dalla figlia, Bannon era stato trasferito subito a New York a bordo di un Suv, scortato da almeno due …
NEW YORK - “Il carcere non mi ha spezzato. Anzi, mi ha rafforzato, non sono mai stato in vita mia così in forma. Perciò, Nancy Pelosi, hai perso”. Partono gli applausi e Steve Bannon guarda compiaciuto la sala. In realtà aveva usato un’altra espressione, volgare, con un esplicito riferimento sessuale, e forse proprio per quello è piaciuto alla sua gente. Quattro mesi di prigione su un uomo di settant’anni abituato a pasteggiare a champagne e fiele hanno lasciato i segni sul suo fisico e sul volto, ma non appaiono adesso, almeno non ora mentre Bannon parla in una sala al diciassettesimo piano del Regency Hotel, a Park Avenue, Manhattan, nella sua prima conferenza stampa da uomo libero.
Scarcerato alle 3,15 di notte dal Federal Correctional Institution di Danbury, Connecticut, uscito con indosso una tuta grigia, in mano tre buste di plastica bianca piene di oggetti personali e accolto dalla figlia, Bannon era stato trasferito subito a New York a bordo di un Suv, scortato da almeno due auto. Lo stratega di guerra di Trump ha voluto recuperare il tempo perduto dietro le sbarre.
Prima di incontrare i giornalisti aveva parlato a un podcast in cui ha accusato l’ex speaker della Camera Nancy Pelosi di averlo fatto sbattere in prigione per silenziare la sua voce. In realtà una corte federale indipendente lo ha ritenuto colpevole di non aver risposto alla convocazione della commissione d’inchiesta del Congresso sul 6 gennaio, e un giudice lo ha condannato. “Sono più energico - dice adesso - e più focalizzato di quanto sia mai stato nella mia vita”.
La conferenza si divide emotivamente in due parti: nella prima ha parlato il Bannon uscito dal carcere, che ha ricordato gli ultimi, gli emarginati, i compagni di prigione. Nella seconda, è emerso il Bannon proiettato verso l’Election Day, il 5 novembre, quello che predice la “vittoria a valanga” di Trump, e poi avverte: “Ripeteremo il risultato del 2016: prenderemo tutti e sette gli Stati chiave”. Poi lancerà un messaggio all’Europa: “Fanno bene a essere preoccupati da Donald Trump, perché la sua vittoria darà una spinta ai movimenti populisti”.
Il primo Bannon usa toni quasi da Che Guevara: “Sapete perché sono uscito rafforzato? Perché sono stato in grado in questi mesi di ascoltare, osservare e apprendere dalle minoranze operaie, dai giovani afroamericani, gli ispanici e, sì, anche dai portoricani. Ho parlato con le vittime delle carcerazioni di massa e ho trovato un sistema rotto, marcio”. L’ex stratega si scaglia contro l’amministrazione Biden “incapace di diminuire la presenza dei detenuti nelle prigioni federali”, di aver “diviso le famiglie”, “rovinato la vita di ispanici e afroamericani” e “non aver ascoltato” il grido dei più poveri.
Non sembra lo stesso che sosteneva la deportazione dei clandestini. Accusa i Democratici di esserci concentrati più sul “perseguire gli avversari”, di aver favorito l’ingresso dell’immigrazione illegale per impiegarla a basso costo e frenare la corsa dei prezzi. “Ma la gente - aggiunge - ha capito la truffa”. La platea che lo ascolta è quella di ogni evento trumpiano alimentato da toni drammatici: ai giornalisti e fotografi si affiancano personaggi con l’aria da buttafuori, gente con la vena gonfia, le felpe che inneggiano a Donald Trump, giovani in giacca e cravatta e un tipo vestito di rosso con bandana in testa e mezza croce tatuata sul collo, che a un certo punto si alzerà per prendere in giro Bannon, chiedendogli, mentre si riprende con il cellulare, “quando sarà la prossima insurrezione, Steve? Quando attaccheremo il prossimo Burger King? Non ricordi? Eravamo in carcere insieme, facevo pesi con te in palestra”. Bannon resta spiazzato. La security accompagnerà il tipo fuori.
Ci sono un’ottantina di persone in una sala da tè che generalmente serve per una ventina di clienti riservati dell’hotel. Ogni parola pronunciata da Bannon è benzina per la base. “Sono orgoglioso - dice - di essere andato in prigione e di essermi opposto all’attorney general Merrick Garland e a un corrotto dipartimento di Giustizia”. Con il passare dei minuti i toni si alzano e Bannon torna quello sulfureo che lo ha condotto in carcere. Non ha dubbi sul risultato elettorale: “Trump vincerà in modo netto, abbiamo visto i sondaggi, siamo molto fiduciosi. Martedì vedrete numeri incredibili, credo che possa prendere più di trecento grandi elettori”. Sopra i trecento sarebbe una vittoria netta. Ma Bannon lancia anche un avvertimento: “La classe media che sostiene Trump non permetterà che venga rubata anche questa elezione”. “Dobbiamo accertarci - continua - che le persone vadano a votare. Vedrete che lo farà”.
Poi, dopo aver definito la Cina l”eterno nemico”, passa ad attaccare Kamala Harris: “La politica della gioia è fallita e i suoi toni sono cambiati, perché sanno cosa dicono i numeri. Kamala non chiama gli avversari deplorevoli come faceva Hillary Clinton, li chiama fascisti”. Ha un messaggio per l’Europa: “Non hanno mai pagato per intero le loro quote per la Nato, ma lo dovranno fare” e “Trump ispirerà il movimento populista in tutta l’Europa. Anzi, dico che il movimento populista è in marcia per rialzarsi”. “Non credo - aggiunge - che in Europa la gente sia preoccupata da Trump? Lo è l’elite”.
Le altre domande ruotano attorno alle situazioni dei vari Stati, ma dove Bannon vede il tycoon in crescita: “E’ ormai cinquanta e cinquanta con gli ispanici, in crescita tra gli afroamericani. Tutto cambierà tra pochi giorni e i Demoratici dovranno trovarsi davanti a una brutale realtà: la gente sta con Trump”.La New York che traspare dalle finestre della sala dell’hotel, sotto un cielo grigio, è la città dove quest’uomo sospettato di aver manovrato dietro le quinte l’insurrezione del 6 gennaio, deve affrontare altre incriminazioni, legate al raggiro dei donatori per la costruzione del muro al confine con il Messico.
Lui e i suoi sodali sono accusati di aver utilizzato i fondi per scopi personali. “Se non sei disposto - dichiara - ad essere gettato in carcere da un dipartimento della Giustizia corrotto, non sei pronto per difendere il tuo Paese”. Qui però si parla più prosaicamente di truffa. Il processo dovrebbe cominciare a dicembre. Bannon sa che molto dipenderà da cosa succederà il 5 novembre. Per questo fino a quel giorno farà di tutto perché la vittoria di Trump si realizzi.