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Gaza, nuova strage israeliana di bambini e profughi. Il negoziato avanza per la pace in Libano

Beit Lahia

 

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A Beit Lahia l’Idf distrugge una palazzina rifugio di diverse famiglie. Usa e Ue protestano con Netanyahu per la legge contro l’agenzia Onu
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TEL AVIV — I corpi arrotolati in coperte e lenzuola sul ciglio della strada, sotto i resti di un palazzo sventrato di cinque piani a Beit Lahia. Ci viveva l’intera famiglia Abu Nasr con i profughi accolti come fa chiunque abbia un tetto, nella Striscia. Ora sono quasi tutti avvolti nelle coperte: Sabreen Abu Nasr e i suoi sei figli, Farid e i tre figli; Issa con sei figli e poi Ramzi, con sua moglie e i due bambini. «109 morti e non è finita», dicono, c’è ancora gente da trovare e non è semplice, a mani nude.

Non c’è più protezione civile, ha dichiarato forfait in tutto il nord della Striscia. E non ci sono ambulanze, i morti e i feriti li caricano sui carretti. Nei video è una processione, eccone uno a dorso di mulo, altri due li trainano a mano gli scampati. Una volta in ospedale, non ci sono medici né attrezzature. Non ci sono neanche gli ospedali: nel Kamal Adwan di Beit Lahia, il più grande, con il direttore Hussam Abu Safia è rimasto solo un pediatra, gli altri medici e …

TEL AVIV — I corpi arrotolati in coperte e lenzuola sul ciglio della strada, sotto i resti di un palazzo sventrato di cinque piani a Beit Lahia. Ci viveva l’intera famiglia Abu Nasr con i profughi accolti come fa chiunque abbia un tetto, nella Striscia. Ora sono quasi tutti avvolti nelle coperte: Sabreen Abu Nasr e i suoi sei figli, Farid e i tre figli; Issa con sei figli e poi Ramzi, con sua moglie e i due bambini. «109 morti e non è finita», dicono, c’è ancora gente da trovare e non è semplice, a mani nude.

Non c’è più protezione civile, ha dichiarato forfait in tutto il nord della Striscia. E non ci sono ambulanze, i morti e i feriti li caricano sui carretti. Nei video è una processione, eccone uno a dorso di mulo, altri due li trainano a mano gli scampati. Una volta in ospedale, non ci sono medici né attrezzature. Non ci sono neanche gli ospedali: nel Kamal Adwan di Beit Lahia, il più grande, con il direttore Hussam Abu Safia è rimasto solo un pediatra, gli altri medici e sanitari li hanno arrestati o portati via. Ad Abu Safia hanno ammazzato un figlio, lo ha sepolto nel cortile dell’ospedale. Sparando con i carri, l’Idf ha distrutto le centraline dell’ossigeno e poi è entrato nell’ospedale, e due giorni dopo ha mostrato foto con armi «trovate all’interno», dove ha arrestato «più di cento terroristi di Hamas». Il dottor Abu Safia ha 150 pazienti e non sa come curarli. «Muoiono prima di arrivare da noi, e se arrivano non possiamo salvarli», dice implorando «le strutture umanitarie internazionali» più a sud di portare attrezzature e personale. Non ha nessuno chirurgo per operare; non un ortopedico per rimettere in sesto «le ossa dai bambini spezzate e uscite dalle ferite».

E intanto si spara e si combatte tra le case in cenere. A Jabalia l’Idf ha perso quattro soldati. In un video, le brigate Al-Qassam hanno mostrato un carro armato Merkava 4 distrutto a Jabalia, in un vicolo tra case squinternate. E in mezzo a questa guerra muoiono bambine come Saba Muhammad Al-Ajouri, che sorride sui social coi riccioli chiari. Kader e Malak, gemellini piccoli così, erano arrivati dal nord al campo di Nuseirat per scampare alle bombe, ma la tenda in cui vivevano con mamma non poteva proteggerli: Khader è morto, Malak è coperto di sangue e gravissimo.

La più strutturata fonte di aiuti umanitari, l’Unrwa, Israele l’ha messa al bando sollevando condanne e indignazione: la Ue ha chiesto a Israele di riconsiderare una decisione «contraria al diritto internazionale”, e gli Usa «profondamente turbati» ricordano l’obbligo di «affrontare la catastrofica crisi umanitaria con i fatti». Ma i fatti sono la drammatica assenza di cibo e medicine.

Nel frattempo, Israele non arretra. La Knesset ha dato il via libera in prima lettura a una legge controversa che permetterebbe di espellere «i parenti» dei «terroristi». E il negoziato resta difficile: in settimana dovrebbe ripartire al Cairo, ma la meta pare lontana. Notizie più promettenti arrivano invece sul fronte nord. Il conflitto con Hezbollah ieri ha provocato almeno 70 morti per gli attacchi israeliani in Libano, e tra i due fuochi è finito anche l’Unifil: otto caschi blu austriaci feriti lievemente da un razzo nella base di Naqura; stavolta a lanciarlo «è stato probabilmente Hezbollah o un gruppo affiliato».

Ma secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth siamo «molto vicini» a un accordo che ponga fine alla guerra, brokerato da Usa e Russia. L’inviato speciale degli Stati Uniti, Amos Hochstein, tornerà in Israele prima delle elezioni Usa per provare a chiuderlo. La base è la risoluzione “1701” potenziata, con l’arretramento di Hezbollah oltre il Litani e l’esercito libanese schierato a garantire confini tranquilli. L’Idf, d’altronde, conferma che in Libano «gli obiettivi sono stati raggiunti». Il premier Netanyahu ha convocato una riunione del gabinetto di sicurezza per discuterne.

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