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Libano, nell’ospedale dei bambini ustionati dalle bombe. “Costretti a scegliere chi salvare”

Mohammed nella sua stanza del reparto ustioni gravi all'ospedale di Geitaoui, a Beirut, il 24 ottobre 2024. Mohammed è rimasto ferito e ustionato a causa dell'esplosione di una bomba israeliana a Sidone. 

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Il racconto. Il nosocomio Geitaoui a Beirut al limite della capacità, può accettare solo i casi più gravi. “Per gli altri, diamo istruzioni ai medici”
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Beirut — In guerra arriva sempre un momento in cui gli ospedali, quelli ancora funzionanti, si mettono a selezionare i feriti. Non vorrebbero, ma sono costretti. Ed è una selezione innaturale, controintuitiva, perché alla fine sono i pazienti più gravi che paradossalmente avranno maggiori possibilità di sopravvivere, di recuperare: i centri specializzati in traumi, con le sale operatorie migliori e posti limitati, prendono loro e lasciano fuori gli altri, che sono anch’essi feriti gravi, reclamanti il diritto di essere trattati come tali seppur arrivati secondi sul traguardo del dramma.

Accade da mesi nel Donbass, è la regola a Gaza, e da un po’ di giorni va così anche in Libano. Per cui nella stanza asettica di Ivana si arriva persino a pensare che questa bimba di neanche due anni, ricoverata da cinque settimane per colpa di un missile, che ha ustioni di terzo grado sul 45 per cento del corpo, che ha sul viso e sulle braccia la pelle che prima aveva sulle gambe, Ivana del vill…

Beirut — In guerra arriva sempre un momento in cui gli ospedali, quelli ancora funzionanti, si mettono a selezionare i feriti. Non vorrebbero, ma sono costretti. Ed è una selezione innaturale, controintuitiva, perché alla fine sono i pazienti più gravi che paradossalmente avranno maggiori possibilità di sopravvivere, di recuperare: i centri specializzati in traumi, con le sale operatorie migliori e posti limitati, prendono loro e lasciano fuori gli altri, che sono anch’essi feriti gravi, reclamanti il diritto di essere trattati come tali seppur arrivati secondi sul traguardo del dramma.

Accade da mesi nel Donbass, è la regola a Gaza, e da un po’ di giorni va così anche in Libano. Per cui nella stanza asettica di Ivana si arriva persino a pensare che questa bimba di neanche due anni, ricoverata da cinque settimane per colpa di un missile, che ha ustioni di terzo grado sul 45 per cento del corpo, che ha sul viso e sulle braccia la pelle che prima aveva sulle gambe, Ivana del villaggio di Deir Kanoun Naher sulle colline di Tiro, imbottita di antidolorifici, alla fine, nella sfortuna è fortunata.

Ospedale universitario Geitaoui, centro di Beirut, dipartimento Grandi ustionati. «È l’unico del Libano e della regione, abbiamo avuto pazienti dall’Iraq e dalla Siria», spiega il dottor Ziad Sleiman, il chirurgo plastico, entrando nelle stanze dei bruciati dalle bombe. «Riceviamo decine di chiamate dalle strutture sanitarie libanesi che ci chiedono di ricoverare i feriti dei raid israeliani. Non li possiamo prendere tutti, non abbiamo spazio, quindi privilegiamo le donne, i piccoli e i più critici, per gli altri diamo istruzioni ai dottori che li hanno in cura». Nove camere di terapia intensiva, altri dodici letti ricavati nell’ala usata per il Covid. «Abbiamo trattato 70 feriti di guerra, adesso ne abbiamo 9». Sette sono adulti, bendati come mummie, unico segno di vita: il bip della macchina monitora-parametri. Due sono bambini.

Mohammed nella sua stanza del reparto ustioni gravi all'ospedale di Geitaoui, a Beirut, il 24 ottobre 2024. Mohammed è rimasto ferito e ustionato a causa dell'esplosione di una bomba israeliana a Sidone. 

Ahmad Skayki dice che cambiare le bende a sua figlia Ivana è come rimuovere un cerotto dall’ala di una farfalla. Se la forza impressa supera quella del soffio, la farfalla non volerà più. E Ivana piangerà più forte. «Il 23 settembre era sul balcone, giocava con sua sorella Rahaf. Io e mia moglie stavamo caricando l’auto per evacuare, il missile è esploso a venti metri dal nostro garage. Sono corso sul balcone, Ivana era tutta nera, i vestiti di poliestere fusi addosso. Anche Rahaf era nera, ma meno. Mi sono buttato giù dal balcone con loro». Ivana è stata portata a Tiro. Dopo una settimana i dottori hanno alzato bandiera bianca: troppo ampia la superficie cutanea lesionata, troppo profonde le piaghe, una si era anche infettata, o Geitaoui o amputazione delle braccia. Geitaoui. Ahmad dorme sulle sedie nella sala d’aspetto. Non ha più niente, il guadagno di una vita da falegname è andato in frantumi. Fa i turni con sua moglie Fatima per essere lì quando Ivana apre gli occhi. Tra dieci giorni la dimetteranno, le operazioni sono andate bene. Per le lacero-contusioni dello spirito, invece, ci vorrà più tempo.

Trentanovesimo giorno di guerra, a contarli dall’invasione del sud. «2.865 morti e 13.047 feriti», segnala il ministero della Salute libanese, «55 attacchi israeliani contro 36 ospedali» nel governatorato del Monte Libano, a Nabatieh, Baalbek e Hermel. Otto sono stati chiusi, sette sono a funzionalità ridotta, «163 operatori uccisi nel settore sanitario e ospedaliero, 158 ambulanze prese di mira».

Il padre di Ivana (bendata sullo sfondo) mostra una foto delle ferite subite dalla piccola nel raid aereo su Tiro 

Nella stanza accanto a quella di Ivana, Mohammad Ibrahim, 11 anni usa la mano sinistra per muovere il pedone sulla scacchiera che gli ha portato zia Nissrine. Mohammad è uno dei pochi sopravvissuti dell’edificio colpito dall’aviazione israeliana a Ain al-Delb, vicino a Sidone: 71 morti. «I condomini avevano accolto sfollati sciiti e palestinesi». Mohammad l’hanno tirato fuori dopo 40 minuti, trovato lui trovata sua madre perché la donna, nonostante spalla e costole rotte, non ha smesso di stringere la sua mano. «È in terapia intensiva, di sopra», racconta Nissrine, che sposta la torre in H 6 e cattura il pedone di Mohammed. L’adolescente sorride, un po’. Era in cucina quando c’è stato il raid, il gas dei fornelli si è incendiato bruciandogli un terzo della pelle. Gli infermieri non spengono mai la luce nella sua camera perché da allora ha paura del buio. La terapia durerà due mesi e mezzo. Ma guarirà, almeno lui guarirà.

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