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Viaggio a Baalbek, la “Roma libanese” dove le bombe israeliane esplodono a 200 metri dal tempio di Giove

Il fumo delle esplosioni scatenate dai bombardamenti israeliani proprio a ridosso del sito archeologico di Baalbek, Libano 

 

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L’Idf ha dato ordine di evacuare la capitale della Bekaa, centro di addestramento di Hezbollah. Si teme che i raid possano distruggere il sito archeologico meglio conservato del Vicino Oriente. Un muro esterno è già stato danneggiato: “E’ patrimonio Unesco”, dice il sindaco
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BAALBEK – Dev’essere che gli ultimi di Baalbek hanno una sconfinata fiducia in Giove tonante. Oppure, più prosaicamente, non sanno come andarsene. Da mercoledì la città capoluogo della valle della Bekaa e dei miliziani di Hezbollah è quasi deserta: svuotata dall’ordine di evacuazione totale emesso dall’esercito israeliano, il primo per un centro così popolato (80 mila cittadini prima del conflitto). Eppure attorno al sito archeologico meglio conservato del Vicino Oriente, dove da duemila anni si regge in piedi un tempio di Bacco ancora intatto e parte del colonnato corinzio di quello di Giove, rimangono centinaia di abitanti, nonostante i cacciabombardieri, che colpiscano ovunque, senza troppo riguardo per Giove, per i templi, per la Storia.

(afp)

Lo racconta un cumulo di macerie che fino a qualche giorno fa erano tre case, adiacenti a una grossa porta ad arco in pietra del 1.400, di epoca araba. Diff…

BAALBEK – Dev’essere che gli ultimi di Baalbek hanno una sconfinata fiducia in Giove tonante. Oppure, più prosaicamente, non sanno come andarsene. Da mercoledì la città capoluogo della valle della Bekaa e dei miliziani di Hezbollah è quasi deserta: svuotata dall’ordine di evacuazione totale emesso dall’esercito israeliano, il primo per un centro così popolato (80 mila cittadini prima del conflitto). Eppure attorno al sito archeologico meglio conservato del Vicino Oriente, dove da duemila anni si regge in piedi un tempio di Bacco ancora intatto e parte del colonnato corinzio di quello di Giove, rimangono centinaia di abitanti, nonostante i cacciabombardieri, che colpiscano ovunque, senza troppo riguardo per Giove, per i templi, per la Storia.

(afp)

Lo racconta un cumulo di macerie che fino a qualche giorno fa erano tre case, adiacenti a una grossa porta ad arco in pietra del 1.400, di epoca araba. Difficile stabilire quali danni abbia subito dall’esplosione, facilissimo invece constatarne l’estrema prossimità. “Non vogliamo sfollare perché ci sentiamo sicuri vicino al sito”, fa un ragazzo di nome Abdu Amhaz, 25 anni. “La mia casa è a una ventina di metri dalle tre abitazioni bersagliate a inizio settimana. Ho sentito lo spostamento d’aria ma ne sono uscito illeso. Sono morti in quattro, erano appena arrivati. Non so chi fossero”. Non lo sa, o forse non lo vuol dire.

Una delle vittime era abbastanza famosa da queste parti, Ali al Nemar, comandante esecutivo delle milizie Hezbollah a Baalbek. Anche lui, evidentemente, pensava che il santuario di Giove lo proteggesse dai caccia israeliani. “Perché non ce ne andiamo? Non sappiamo dove andare e non vogliamo finire come quelli sfollati a Deir al-Ahmar che dormono per terra perché non c’è posto”.

(afp)

La porta in pietra e il muro tirati su mezzo millennio fa, prima dell’era ottomana, sono esterni al perimetro recintato del sito archeologico. L’uomo di Hezbollah che accompagna i cronisti insiste nel dire che anche questo caseggiato laterale, assai degradato, è patrimonio Unesco. Chiamiamo il sindaco di Balbeek, Mostafa Al-Chil. “Sì, rientra nell’area tutelata”, dice al telefono. “L’ho chiesto personalmente al rappresentante delle Nazioni Unite. Dovrebbe essere inviolabile. Una porzione delle antiche mura è lesionata”.

Si arriva a Baalbek percorrendo, da Beirut, la statale 30. Non la più sicura delle vie: è capitato che alcune automobili siano state inseguite e colpite con precisione dai droni dell’Idf perché al volante - sostengono - c’era qualcuno con un ruolo di rilievo nella resistenza del Partito di Dio. Quando si superano le montagne, e lo scenario si apre sulla valle della Bekaa (120 chilometri di estensione da nord a sud, confinanti con la Siria), appaiono colonne di fumo un po’ ovunque, come un po’ ovunque sono le postazioni dei miliziani. Questo è il loro territorio, qui storicamente si addestrano, si armano e si organizzano. E qui vengono centrati da missili: di edifici distrutti se ne contano parecchi lungo la strada che porta a Baalbek, popolata fino al punto in cui comincia la zona rossa e le anime in giro si diradano.

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È importante raggiungere gli scavi, sfidando ordini di evacuazioni e raid che diventano più intensi e mortali nel pomeriggio (41 morti il bilancio di venerdì), perché va misurato l’azzardo: la foto del fungo nero che si innalza alle spalle del tempio di Giove ha fatto il giro del web, a che distanza è caduta quella bomba?

Le tre case dove aveva trovato rifugio al Nemar sono, come detto, attaccate alla porta del periodo arabo, in linea d’aria siamo a duecento-trecento metri dalle colonne romane superstiti. La stessa distanza, più o meno, che corre da qui al punto disintegrato da un missile lanciato durante le due ore di visita a Baalbek. Le vibrazioni prodotte sul terreno sono ciò che preoccupa di più gli archeologi. Per ora nessun raid ha mirato direttamente all’interno del sito. Si torna a Beirut con un dubbio, che nessuno sa sciogliere: e se Ali al Nemar si fosse nascosto dentro al sito e non all’esterno, pur di eliminarlo Netanyahu avrebbe dato l’ordine di sganciare una bomba su un colonnato di duemila anni fa?

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