L’appello dell’intellettuale Faludi: “Mobilitiamoci in massa per salvarci dal machismo di Trump”
dalla nostra inviata Anna LombardiNew York — «Ho molte amiche che partecipano alla “campagna dei bagni”, lasciando post-it in luoghi femminili, dai gabinetti ai camerini prova, con inviti a votare pensando al loro futuro a dispetto della fede politica dei mariti». Susan Faludi, 65 anni, nel 1991 vinse il Pulitzer con “Contrattacco. La guerra non dichiarata contro le donne”, considerata opera-chiave del femminismo americano. Già all’epoca avvertiva: l’appropriazione delle idee femministe da parte della cultura mainstream toglie incisività e urgenza alle conquiste, finendo per riportarci indietro.
I sondaggi mostrano un’America divisa sul genere. Che succede?
«Le politiche promosse da Trump, aborto in testa, hanno riportato le donne indietro di decenni, sdoganato una visione nostalgica del passato dove gli uomini comandavano in famiglia, ed esaltato un modello di mascolinità tossica che ha presa soprattutto sui giovani più incolti. Così si è scavato un divario inedito. Le donne, più consapevoli delle diseguaglianze, s…
New York — «Ho molte amiche che partecipano alla “campagna dei bagni”, lasciando post-it in luoghi femminili, dai gabinetti ai camerini prova, con inviti a votare pensando al loro futuro a dispetto della fede politica dei mariti». Susan Faludi, 65 anni, nel 1991 vinse il Pulitzer con “Contrattacco. La guerra non dichiarata contro le donne”, considerata opera-chiave del femminismo americano. Già all’epoca avvertiva: l’appropriazione delle idee femministe da parte della cultura mainstream toglie incisività e urgenza alle conquiste, finendo per riportarci indietro.
I sondaggi mostrano un’America divisa sul genere. Che succede?
«Le politiche promosse da Trump, aborto in testa, hanno riportato le donne indietro di decenni, sdoganato una visione nostalgica del passato dove gli uomini comandavano in famiglia, ed esaltato un modello di mascolinità tossica che ha presa soprattutto sui giovani più incolti. Così si è scavato un divario inedito. Le donne, più consapevoli delle diseguaglianze, sono diventate politicamente più attive. Mentre molti maschi, incapaci di vedere che sono state le scelte capitalistiche ad avergli fatto perdere status, hanno smesso di essere solidali verso le loro battaglie, accusandole anzi di “sottrargli” posti di lavoro e pensare poco alla famiglia».
Harris può davvero vincere col voto delle donne?
«Se vincerà sarà grazie al voto delle donne, il gap è enorme. Spero siano tante le moderate che spaventate dall’idea di perdere ancor più diritti per sé e per le figlie, votino Kamala senza dirlo a sondaggisti e mariti».
Lei ha scritto che “le candidate affrontano ostacoli che gli uomini non hanno”. Vale anche stavolta?
«Gli avversari di Harris la dipingono come incapace di proteggere gli americani da inflazione, guerre, immigrati, definendola “emotiva” o “imprecisa”, con un ovvio sottinteso: è donna, dunque inadatta al ruolo di “protettore-in-capo”, figura iconica maschile della cultura americana. Eppure lei offre soluzioni concrete, lui promesse vaghe. In questo anche i canoni tradizionali di destra e sinistra sono ribaltati: Harris pronta a rimettere le cose in ordine. Trump a distruggere».
Le contestano anche di non essere materna...
«Perché non ha una famiglia tradizionale: ma questa non è Lalaland, dove tutti sono fintamente perfetti come i Trump. Lei somiglia alla gente anche per la sua famiglia aperta, simile a quella di tanti. E poi si vede che ha ricevuto nutrimento morale e culturale dalla madre. Lui, invece, ancora cerca l’approvazione del padre».
Non parla mai di “sfondare il soffitto di cristallo” come faceva Clinton. Perché?
«Hillary correva in un’era dove la parità sembrava a portata di mano, le donne pronte ad accedere a posizioni esecutive importanti. Invece siamo tornate indietro: altro che rompere il soffitto di cristallo, dobbiamo ripartire dai diritti di base». —