Era appena iniziata l’estate quando, alla fine dello scorso giugno, un’ondata di maltempo si è abbattuta sul Centro-Nord Italia. Temperature in forte discesa, intensi temporali in Emilia e in Romagna (con precipitazioni fino a 150 millimetri, esondazioni, allagamenti e frane) ma anche un livello record del lago di Garda (145 centimetri, mai così alto dal 1977 quando si sono raggiunti 146 centimetri), nevicate sulle Alpi (come i 40 centimetri caduti nel passo dello Stelvio), trombe d'aria e tornado in provincia di Rovigo: è il bollettino di quei giorni. Ebbene a innescare tutto ciò fu una “goccia fredda”, lo stesso meccanismo meteorologico all’origine del disastro di Valencia. Segno che la Dana può colpire anche da noi.
“In Spagna è più frequente, ma è successo e può succedere anche da noi”, conferma Antonello Pasini, fisico del clima al Cnr. “Nel caso dell’alluvione in Emilia Romagna del 15 maggio dell’anno scorso, non si è trattato propriamente di una ‘goccia fredda’ ma di qualc…
Era appena iniziata l’estate quando, alla fine dello scorso giugno, un’ondata di maltempo si è abbattuta sul Centro-Nord Italia. Temperature in forte discesa, intensi temporali in Emilia e in Romagna (con precipitazioni fino a 150 millimetri, esondazioni, allagamenti e frane) ma anche un livello record del lago di Garda (145 centimetri, mai così alto dal 1977 quando si sono raggiunti 146 centimetri), nevicate sulle Alpi (come i 40 centimetri caduti nel passo dello Stelvio), trombe d'aria e tornado in provincia di Rovigo: è il bollettino di quei giorni. Ebbene a innescare tutto ciò fu una “goccia fredda”, lo stesso meccanismo meteorologico all’origine del disastro di Valencia. Segno che la Dana può colpire anche da noi.
“In Spagna è più frequente, ma è successo e può succedere anche da noi”, conferma Antonello Pasini, fisico del clima al Cnr. “Nel caso dell’alluvione in Emilia Romagna del 15 maggio dell’anno scorso, non si è trattato propriamente di una ‘goccia fredda’ ma di qualcosa di analogo: una sacca di bassa pressione dall’Europa centrale è scesa nel Mediterraneo ed è rimasta due o tre giorni. Non c’è stato solo un problema di intensità delle precipitazioni, ma anche della loro persistenza. In quel caso la bassa pressione non si è staccata nettamente dal flusso principale atmosferico, come accaduto a Valencia, ma il meccanismo è simile”.
Tuttavia in Spagna la gota fria gode di pessima fama perché ha già colpito duramente in passato. “Nella penisola iberica la preoccupazione è giustificata, perché spesso quest’onda sprofonda nell’entroterra marocchino poi risale verso nord e l’aria calda nordafricana si arricchisce di umidità passando sul Mediterraneo occidentale per poi scaricarsi violentemente sulla costa spagnola”, spiega Pasini.
La Spagna dunque è più vulnerabile a questo specifico evento meteo per la vicinanza all’Africa e per una zona del Mediterraneo particolarmente calda.
Al netto della goccia fredda, resta però il quesito se le precipitazioni che hanno prodotti fiumi di acqua e fango a Valencia e dintorni possano colpire anche la nostra penisola. “Da noi l’Adriatico è una mare che per sua conformazione ha una escursione termica tra estate e inverno molto accentuata”, continua il fisico del Cnr. “Quando alcune settimane fa la tempesta Boris ha colpito l’Europa centrale e poi è scesa verso sud, si pensava che ormai avesse scaricato tutta la sua energia. E invece sull’Adriatico, ancora molto caldo per l’estate record, ha ripreso energia e ha fatto danni anche da noi”.
Eravamo abituati a una circolazione atmosferica che andava, alle nostre latitudini, da ovest e est. “Ora va anche da nord a sud e viceversa”, dice Pasini. “Ci sono gli anticicloni africani che arrivano sul Mediterraneo, ma quando si ritirano lasciano entrare le correnti da nord che fanno contrasto termico, in modo più frequente e violento che in passato. Questa è l’impronta digitale del cambiamento climatico sul Mare Nostrum”.
Ma la pioggia di un anno potrebbe cadere anche da noi in poche ore? “Sono successe anche da noi cose simili: 300-400 millimetri di pioggia in meno di 24 ore. In quella zona della Spagna c’è l’aggravante di un territorio estremamente secco che non è riuscito ad assorbire una pioggia così violenta. A determinare i danni non è solo l’aspetto meteo-climatico, ma anche la fragilità del territorio in cui l’evento si verifica. In Italia abbiamo già avuto cose abbastanza simili in termini di quantità di precipitazioni nelle 24 ore. Qualche volta hanno fatto disastri, altre volte no. E dipende dalla conformazione del territorio: nelle valli alpine molto strette, per esempio, una piena arriva in un’ora o due, non hai il preavviso di giorni come nel bacino del Po”.
Dunque l’Italia non è al riparo da eventi meteo estremi. E allora come difendersi? “Occorre prepararsi con l’adattamento, ma non basta”, suggerisce Pasini. “Se continuiamo ad andar su con la temperatura, fino a superare i 3 gradi in più rispetto all’era preindustriale, come prevede l’ultimo rapporto Onu, in futuro queste cose sembreranno degli scherzi. Quindi oltre all’adattamento occorre anche la mitigazione, cioè tagliare le emissioni di gas serra riducendo l’uso di combustibili fossili. Il motto è: gestire l’inevitabile, ma evitare l’ingestibile”.