Il New York Times: “Votate per fermare Trump”. Al Washington Post l’ira dei cronisti per il bavaglio di Bezos
di Gianni RiottaWASHINGTON — «Vuoi sapere che umore c’è in redazione al Washington Post dopo il casino del mancato sostegno a Kamala Harris, l’editoriale del patron Jeff Bezos che dice spiccio ai giornalisti “Non contate niente”, le dimissioni di due colleghi, la petizione di grandi firme, un’assemblea incavolata e 250.000 abbonamenti, un decimo del totale, cancellati per protesta? Ti sconsiglio di andare alla newsroom di 1301 K Street NW. Ci trovi delusione, rabbia, paura, nessuno ti parla, ammesso che la segreteria ti conceda il passi»: l’anziano columnist del quotidiano che mise alle corde il presidente Nixon nel 1974 ammette triste la verità e, per capire che aria tira fra i colleghi, mi spinge in metro.
Il cellulare rilancia intanto l’editoriale solerte del New York Times «Votate contro Trump! È una minaccia per la democrazia!», quasi un dileggio al cauto quotidiano della capitale.
In un quarto d’ora la linea D6 si lascia alle spalle l’ammutolito edificio del Post e arriva al 201 di Massachu…
WASHINGTON — «Vuoi sapere che umore c’è in redazione al Washington Post dopo il casino del mancato sostegno a Kamala Harris, l’editoriale del patron Jeff Bezos che dice spiccio ai giornalisti “Non contate niente”, le dimissioni di due colleghi, la petizione di grandi firme, un’assemblea incavolata e 250.000 abbonamenti, un decimo del totale, cancellati per protesta? Ti sconsiglio di andare alla newsroom di 1301 K Street NW. Ci trovi delusione, rabbia, paura, nessuno ti parla, ammesso che la segreteria ti conceda il passi»: l’anziano columnist del quotidiano che mise alle corde il presidente Nixon nel 1974 ammette triste la verità e, per capire che aria tira fra i colleghi, mi spinge in metro.
Il cellulare rilancia intanto l’editoriale solerte del New York Times «Votate contro Trump! È una minaccia per la democrazia!», quasi un dileggio al cauto quotidiano della capitale.
In un quarto d’ora la linea D6 si lascia alle spalle l’ammutolito edificio del Post e arriva al 201 di Massachusetts Avenue, bar Union Pub, quartier generale di journos, giornalisti, spin doctor, media manager e altri malati di politica. In offerta il Coco Kamala, cocktail al cocco, rum e lime, in onore di Kamala Harris, e Trumptini, Martini con citazione della chioma di Donald Trump via caviale rosso.
Davanti a un piatto di chicken totchos, polpette di pollo e formaggio e una birra la vecchia firma si scioglie: «Un disastro. Fuori ti raccontano della crociata dell’editore crudele Bezos, venduto a Trump per proteggere Amazon e il brand dello spazio Blue Origin. Ha paura che, se Trump vince martedì, il cocco Elon Musk becchi tutte le licenze per la sua SpaceX, tagliandolo fuori dal cosmo. Contro di lui si schiererebbero i giornalisti, eredi di Bob Woodward e Carl Bernstein, i cronisti del Watergate, eroi a Hollywood con Robert Redford e Dustin Hoffman. Purtroppo non è così. Bezos nell’editoriale sulla cronica caduta di fiducia dei lettori mette il dito nella piaga e molti cronisti temono tagli all’occupazione, con il quarto di milione di abbonamenti in fumo. Il New York Times ne approfitta, non solo si batte per Harris, pubblica adesso un editoriale poster che marchia Trump da “unfit to lead”, indegno di governare, il motto di Bill Emmott all’Economist contro il vostro Berlusconi!».
Un giro per i tavoli di Union Pub offre i pareri che la redazione comprime nelle ubique chat e una collega della redazione Esteri, lungo passato in Europa, «Niente nome, son brutti tempi», apre il cellulare mostrando l’esame di coscienza WhatsApp di una generazione.
«Ha ragione la saggista Ellen Cushing: “Non cancellate l’abbonamento al Post, annullate quello ad Amazon Prime colpite Bezos senza far male al giornale”».
«Bravi i columnist Michele Norris e Robert Kagan a dimettersi, peccato abbiano già un posto alla rivista Atlantic, noi reporter della cronaca District dove andiamo?».
«Meglio le undici grandi firme con l’appello anti Bezos, da E.J. Dionne a David Ignatius, toni tosti senza disertare la redazione».
«Comunque la mettiate un autogol storico. A undici giorni dal voto quelli rompono la tradizione dell’endorsement, poche ore dopo che l’amministratore delegato di Blue Origin, David Limp e la vicepresidente Megan Mitchell incontrano Trump? Cioè i lobbisti di Bezos baciano la pantofola a Trump e salta l’ok ad Harris?».
«Non siamo ingenui come Pollyanna, anche l’ad di Amazon, Andy Jassy, ha telefonato a Trump a ridosso del niet di Bezos!».
Malinconia, ira, frustrazione, rassegnazione, le chat del Post sono test di un giornalismo che sa trovare equilibrio e business model nel XXI secolo. Se il critico Chuck Todd accusa Bezos: «Dai la colpa alle vittime, i giornalisti, anziché alla disinformazione di Trump e dei social media», il columnist David Maraniss, autore della storia delle Olimpiadi “Roma 1960” (Rizzoli), e l’ex direttore Marty Baron riflettono la confusione corrente, prima investendo Bezos «sei un vile nel giorno nero della stampa» per il mancato endorsement, poi davanti alla rivolta dei lettori cambiando rotta: «Mica lasciate Facebook o X-Twitter malgrado la disinformazione di Zuckerberg e Musk, allora non abbandonate il Post, è indispensabile alla democrazia».
La folla di journos all’Union Pub discute del notista Erik Wemple che computa la débacle: «Il Los Angeles Times ha perso 18.000 abbonamenti per il mancato OK ad Harris, nel 2016 l’Arizona Republic vide l’addio di un abbonato ogni dieci minuti per il sostegno a Clinton, ma l’emorragia del Post è di 43 abbonamenti stracciati al minuto…». Musi lunghi in redazione, il futuro del giornalismo in bilico tra odio online, oligarchi, social, appelli altisonanti alla New York Times, ma nella notte la conclusione tocca a un barman ragazzo, che mesce un Old Fashioned: «Se vince Trump Bezos li castiga tutti, se vince Harris lui, Musk e amici miliardari mangeranno corvo, vecchio gergo Usa per “umiliarsi in penitenza”.