Tutto quello che c’è da sapere sul giorno delle elezioni americane
di Enrico FranceschiniLONDRA – L’America va alle urne per eleggere quello che è considerato il leader più potente della terra. Il mondo segue il voto americano con la consapevolezza che avrà conseguenze non solo per gli Stati Uniti, ma per l’intero pianeta. E tutti, americani e non, ritengono che questa sia probabilmente l’elezione più importante nella storia degli Usa. Ecco una guida su tutto quello che c’è da sapere sull’Election Day.
Quando si vota
I seggi aprono fra le 6 e le 8 del mattino ora locale di martedì 5 novembre in tutti i 50 Stati americani, e chiudono generalmente alle ore 20: il che significa che quando chiudono martedì sera in California, in Italia saranno le 5 del mattino di mercoledì 6 novembre. Circa 80 milioni di elettori ha tuttavia già votato utilizzando per posta o in presenza l’istituto del voto anticipati, come è permesso dalla legge. Mediamente, quasi metà degli aventi diritto non vota, ma nelle ultime tre elezioni presidenziali la partecipazione è salita: è stata del 58 per c…
LONDRA – L’America va alle urne per eleggere quello che è considerato il leader più potente della terra. Il mondo segue il voto americano con la consapevolezza che avrà conseguenze non solo per gli Stati Uniti, ma per l’intero pianeta. E tutti, americani e non, ritengono che questa sia probabilmente l’elezione più importante nella storia degli Usa. Ecco una guida su tutto quello che c’è da sapere sull’Election Day.
Quando si vota
I seggi aprono fra le 6 e le 8 del mattino ora locale di martedì 5 novembre in tutti i 50 Stati americani, e chiudono generalmente alle ore 20: il che significa che quando chiudono martedì sera in California, in Italia saranno le 5 del mattino di mercoledì 6 novembre. Circa 80 milioni di elettori ha tuttavia già votato utilizzando per posta o in presenza l’istituto del voto anticipati, come è permesso dalla legge. Mediamente, quasi metà degli aventi diritto non vota, ma nelle ultime tre elezioni presidenziali la partecipazione è salita: è stata del 58 per cento alle elezioni del 2012 (vinte da Barack Obama), del 60 per cento in quelle nel 2016 (vinte da Donald Trump) e del 66 per cento in quelle del 2020 (vinte da Joe Biden).
Per chi si vota
I candidati principali per la Casa Bianca sono la vicepresidente democratica Kamala Harris, 60 anni, e l’ex-presidente repubblicano Donald Trump, 78 anni. Sulla scheda ci sono anche altri candidati, tra i quali Chase Oliver, leader del partito Libertario, e Jill Stein, leader dei Verdi. Quelle di quest’anno sono le 60esime elezioni presidenziali americane. Si vota anche per tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti, per un terzo dei 100 seggi del Senato, per 13 governatori e per 159 referendum statali, tra cui dieci collegati al diritto di aborto e tre alla legalizzazione della marijuana.
Come si vince
Nel sistema americano a vincere la corsa presidenziale non è chi ottiene il maggior numero di voti a livello nazionale, bensì chi ha vinto più “electoral college votes”, ossia chi ha il maggior numero di “voti elettorali” o “grandi elettori”. Ognuno dei 50 Stati ne assegna un certo numero, proporzionale alla popolazione dello stato. In totale ce ne sono in ballo 538. Il minimo necessario che un candidato deve aggiudicarsi per conquistare la Casa Bianca è 270. Poiché la stragrande maggioranza degli Stati vota storicamente per il candidato democratico o per quello repubblicano, in pratica sono soltanto sette Stati incerti a venire considerati decisivi per la vittoria: Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin, a cui negli ultimi giorni sembra essersi aggiunto un ottavo, l’Iowa, che in passato era quasi sempre schierato con il candidato repubblicano, ma dove ora un sondaggio predice sorprendentemente un lieve vantaggio per la democratica Kamala Harris.
In sette delle ultime otto elezioni presidenziali, il candidato democratico ha vinto il “voto popolare”, cioè ha avuto la maggioranza assoluta dei voti, ma questo non basta: per esempio, nel 2016 la democratica Hillary Clinton prese 3 milioni di voti più di Trump a livello nazionale, ma Trump vinse 304 a 227 la sfida che conta, quelle per i “voti elettorali”.
Cosa dicono i sondaggi
L’ultimo sondaggio pubblicato dal New York Times dà Harris e Trump alla pari al 48 per cento nel voto nazionale. Va ricordato che, dopo la disastrosa prestazione di Joe Biden nel dibattito televisivo del 27 giugno, Trump aveva 4 punti di vantaggio sull’allora candidato democratico, che è stato successivamente convinto a ritirarsi dalla corsa e che la sua vicepresidente ha dunque riportato in sostanziale parità. Nei sette “swing States”, come sono chiamati gli Stati incerti, i sondaggi indicano un vantaggio talmente minimo dell’uno o dell’altro candidato da rientrare nel margine di errore statistico, per cui è difficile prevedere come finirà.
Quando si sapranno i risultati
In passato, l’agenzia di stampa Associated Press era generalmente in grado di annunciare il vincitore nel corso della notte elettorale (e sostiene di averlo previsto con esattezza nel 99,9 per cento dei casi). In genere lo sconfitto ammette di essere stato battuto alle prime ore del mattino. Ma nel 2020 è andata diversamente. Alle due e mezza di notte, Trump, che era il presidente in carica, apparve davanti alle telecamere alla Casa Bianca dichiarando di avere vinto e sostenendo che tutti i voti contati da quel momento in poi sarebbero stati fraudolenti. Il candidato repubblicano appariva effettivamente in testa nel conteggio di alcuni Stati chiave, ma i risultati erano incompleti e mancavano soprattutto i voti inviati per posta, nei quali si pronosticava un ampio vantaggio per il suo avversario democratico Biden. Contrariamente alla tesi di Trump, quattro anni fa è stato Biden a prevalere, con un vantaggio di 6 milioni di consensi nel voto popolare e 306 a 232 nei voti elettorali, ma come è noto Trump lo ha accusato di avere “rubato le elezioni”, una contestazione combattuta a colpi di ricorsi legale e culminata nell’assalto dei suoi sostenitori al Congresso, come è chiamato il Parlamento americano, il 6 gennaio 2021, giorno in cui dovevano essere certificati i risultati.
Quest’anno Trump accusa già i democratici di frodi elettorali, per cui la proclamazione del vincitore potrebbe risultare in una battaglia nei tribunali e nelle piazze ancora più lunga, a meno che Kamala Harris non vinca nettamente in tutti gli “swing States” o nella maggior parte di essi. O a meno che sia Trump a vincere effettivamente e nettamente gli Stati incerti. Il nuovo presidente entrerà in carica il 20 gennaio prossimo. L’America e il mondo sperano di non dover attendere fino ad allora per saperne il nome.