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Kamala Harris, il riscatto degli sfavoriti

La leader democratica fa campagna da “underdog”, che non ritiene di aver avuto sconti dalla vita e non è disposta a farne. Donna, con la Giamaica degli schiavi e l’India dei poveri nell’albero genealogico, con una vittoria entrerebbe nella storia
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NEW YORK – Senza la disastrosa performance del presidente Joe Biden nel dibattito tv del 27 giugno scorso con Donald Trump, mai la vicepresidente democratica Kamala Harris sarebbe arrivata a guidare il partito alla sfida del 5 di novembre contro l’ex presidente repubblicano. La penosa debacle dell’anziano leader, considerata la peggiore della storia Usa, tranne forse quella dell’ammiraglio Stockdale, candidato vice dell’indipendente Ross Perot, con il famoso dubbio in diretta 1992 «Chi sono io? Che ci faccio qui?», apre in extremis la strada all’ex senatrice ed ex magistrato in California, ma è sentiero irto di trappole e rovi pungenti.

Se Trump vincesse martedì, la Storia non sarà generosa con i consiglieri di Biden, inclusa la moglie Jill e il figlio Hunter: visto il declino fisico dello statista veterano avrebbero dovuto indurlo a un passo indietro in inverno, schiudendo un’appassionante stagione di primarie che, secondo ogni sondaggio e libero giudizio, non avrebbe premiato …

NEW YORK – Senza la disastrosa performance del presidente Joe Biden nel dibattito tv del 27 giugno scorso con Donald Trump, mai la vicepresidente democratica Kamala Harris sarebbe arrivata a guidare il partito alla sfida del 5 di novembre contro l’ex presidente repubblicano. La penosa debacle dell’anziano leader, considerata la peggiore della storia Usa, tranne forse quella dell’ammiraglio Stockdale, candidato vice dell’indipendente Ross Perot, con il famoso dubbio in diretta 1992 «Chi sono io? Che ci faccio qui?», apre in extremis la strada all’ex senatrice ed ex magistrato in California, ma è sentiero irto di trappole e rovi pungenti.

Se Trump vincesse martedì, la Storia non sarà generosa con i consiglieri di Biden, inclusa la moglie Jill e il figlio Hunter: visto il declino fisico dello statista veterano avrebbero dovuto indurlo a un passo indietro in inverno, schiudendo un’appassionante stagione di primarie che, secondo ogni sondaggio e libero giudizio, non avrebbe premiato Harris, schiacciata dall’impopolarità del presidente.

L’addio in estate, il battesimo voluto dal cocciuto Biden contro gli umori di Obama e dell’ex Speaker della Camera Pelosi, che sognavano un governatore campione di rinnovamento, una campagna bonsai dopo l’entusiasmo effimero della Convenzione di Chicago, fan sì recuperare ad Harris i punti di svantaggio sugli avversari, ma senza una rimonta imperiosa che metta al sicuro i 270 punti su 538, necessari nel Collegio elettorale.

A chi le presenta queste obiezioni, logiche eppure fruste, Kamala Harris ribatte secondo l’umore del momento, con una risata argentina o una delle sfuriate per cui i collaboratori la temono e rispettano. Lei si sente “underdog”, nei comizi ripete fiera «Siamo gli underdog», i perdenti, gli sfavoriti, la parola triste scelta dal genio del jazz Charlie Mingus per il titolo dell’autobiografia Beneath the underdog, peggio di un bastardo perdente (traduzione italiana Big Sur).

Come Mingus, con antenati africani e cinesi di Hong Kong, Harris ha nell’albero genealogico la Giamaica degli schiavi e l’India dei poveri, non un’identità culturale unica, isolata, ma un ricamo di radici che le fa perdere voti tra i maschi neri ed ispanici, emuli del tardo maschilismo fra video rap sessisti e materialisti, ma che la mette in naturale sintonia con l’America del XXI secolo, dove almeno il 15% della popolazione, nei censimenti, elenca multiple origini etniche in famiglia.

Questo background, più complesso di quello di Obama che aveva mamma e nonni bianchi di middle class, rende Harris difficile da incasellare per gli osservatori mainstream, negli Usa e nel mondo. Putin a Mosca e Xi Jinping in Cina, gli europei, politici, imprenditori, intellettuali, come tanti caudillos dei regimi ovunque, spesso scommettono, insieme ai “pundit”, gli editorialisti delle testate ufficiali, che la presidente Harris altro non sarà che Biden II, Copia Incolla.

Nulla di più errato. Dalla mano dura contro i criminali quando era giudice, alla libertà nello scegliersi i partner, di coppia sentimentale nella vita privata fino a Tim Walz in politica, candidato vicepresidente senza consultare i boss del partito, dal cambiare linea se serve, vedi l’ok alle estrazioni di shale gas in Pennsylvania, bocciate a suo tempo nella verde California, alla sfortunata campagna per le primarie 2020, al litigio con Biden sulle discriminazioni subite da bimba a scuola, mentre il presidente sedeva già al Senato, per far poi pace in vista della Casa Bianca grazie all’amicizia con il primogenito Beau Biden, Harris è, e resterà, sorridente underdog, che non ritiene di aver avuto sconti dalla vita e non è disposta a farne.


Le piattaforme social americane dei media digitali, in testa Elon Musk con i guai economici di Tesla mascherati dietro i chiassosi comizi con Trump, Putin pronto agli accordi sulla svendita dell’Ucraina con i repubblicani, gli europei, persuasi che Harris sarà mansueta su dazi, mercati, spesa militare per la Nato, il premier israeliano Netanyahu, sordo agli accorati richiami di Biden, perfino l’amletico Xi dovranno fare i conti con “Kamala”, scoprendo in fretta che applicarle le misure studiate in passato per Washington sarà un azzardo.

L’ordine mondiale del dopo Guerra Fredda è spezzato per sempre, la caduta del Muro di Berlino ormai lontana come la pace del 1945 e la nascita dell’Onu. L’insorgenza islamica fondamentalista; le scorrerie di Putin, dalla Cecenia alla Siria a Kiev; l’autonomia ambiziosa dei Brics; le derive populiste e nazionaliste a innervare l’Europa; la turbolenta ascesa africana ed asiatica, democrazie, giunte, conflitti tra gli oceani; il duello per l’egemonia con la Cina, oggi sui commerci, domani fra venti di guerra: il compito per la presidente Harris sarà epico, molto buio, fioca luce.

Nessuno può prevedere il successo di chi siederà alla scrivania Resolute, nello Studio Ovale. Harry Truman, 1945-1952, era un ex merciaio del Kansas cui Roosevelt non confida neppure i segreti dell’atomica, e matura in statista capace di salvare l’Europa. Richard Nixon, otto anni da vice di Eisenhower, eletto nel 1968, rieletto a valanga nel 1972, acclamato per l’apertura alla Cina di Mao, cade umiliato dall’arroganza inutile del Watergate.

Che destino avrà Kamala Harris, ove vincesse, lo vedremo, di certo ogni sua mossa, le strategiche e le quotidiane, sarà da underdog, nelle vittorie e nelle sconfitte.

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