A Trump l’endorsement di Mike Tyson. La lunga storia d’amore tra il candidato repubblicano e la boxe
di Luigi Panella“Voto Donald Trump. A qualcuno non sta bene?”. Mike Tyson ha svelato via social le sue preferenze, miscelando il tono scherzoso a quello minaccioso. I segni del tempo sul volto gli hanno dato una parvenza caricaturale. Ci sta, visto che il prossimo 15 novembre farà il verso a se stesso salendo nuovamente sul ring a 58 anni per combattere contro Jake Paul, uno youtuber di 31 anni più giovane con milioni di followers.
Sarà un surrogato avariato della boxe, ma quando Iron Mike faceva quella vera, combatteva spesso negli alberghi del suo vecchio amico Donald. Trump del resto nella boxe ci sta come una balena nell’oceano. Intorno al ring infatti c’è di tutto e di più, e il profumo dei quattrini lo ha sempre attratto. Metodo semplice: grandezza dell’evento e alberghi a prezzi accessibili. Tanto i soldi gli ospiti li lasciano al casinò…
“Me lo ricordo gran cerimoniere e padrone di casa. Aveva un suo pugile, Darrin Van Horn, che era campione del mondo. Trump aveva chiesto come sfidante un pu…
“Voto Donald Trump. A qualcuno non sta bene?”. Mike Tyson ha svelato via social le sue preferenze, miscelando il tono scherzoso a quello minaccioso. I segni del tempo sul volto gli hanno dato una parvenza caricaturale. Ci sta, visto che il prossimo 15 novembre farà il verso a se stesso salendo nuovamente sul ring a 58 anni per combattere contro Jake Paul, uno youtuber di 31 anni più giovane con milioni di followers.
Sarà un surrogato avariato della boxe, ma quando Iron Mike faceva quella vera, combatteva spesso negli alberghi del suo vecchio amico Donald. Trump del resto nella boxe ci sta come una balena nell’oceano. Intorno al ring infatti c’è di tutto e di più, e il profumo dei quattrini lo ha sempre attratto. Metodo semplice: grandezza dell’evento e alberghi a prezzi accessibili. Tanto i soldi gli ospiti li lasciano al casinò…
“Me lo ricordo gran cerimoniere e padrone di casa. Aveva un suo pugile, Darrin Van Horn, che era campione del mondo. Trump aveva chiesto come sfidante un pugile europeo di nome ma che, almeno sulla carta, non impensierisse il suo pupillo. E la scelta cadde su di me”. L’europeo che nel luglio del 1989 doveva essere la vittima sacrificale era Gianfranco Rosi. “Mi è rimasta impressa la conferenza stampa della vigilia al Trump Castle di Atlantic City. C’erano dei televisori enormi, saranno stati da 500 pollici e in ognuno trasmettevano i match vinti per ko da Van Horn. Trump prese il microfono e iniziò a spiegare che il suo pugile avrebbe vinto perché oltre ad essere bravo era anche bello. Poi iniziò a fissarmi, soprattutto guardava la mia maglietta. Ci avevo fatto stampare la foto di Van Horn con la scritta ‘A te ci penserò domani…’”.
E Rosi ci pensò. Vinse il match diventando il terzo italiano a tornare dagli Stati Uniti da campione del mondo dopo Primo Carnera e Nino Benvenuti. “Ero talmente sfavorito che se scommettevi un dollaro su di me ne vincevi 10. Uno ci credette e ne vinse addirittura 400mila. A me non ne diede neanche uno, ma non mi importò. Ero troppo felice di essere diventato campione del mondo battendo il pugile di Trump”.
Il legame del tycoon con il pugilato va ben oltre quell’episodio. Nel periodo in cui è stato presidente, ad esempio, ha sostenuto una battaglia di Silvester Stallone, concedendo la grazia postuma a Jack Johnson: un Muhammad Ali ante litteram, primo campione del mondo nero della storia della boxe. Era stato condannato al carcere per la violazione di una legge del 1910, il Mann act, che impediva di portare una donna da uno stato all’altro “per motivi viziosi”. Fatta per combattere la prostituzione, applicata da una giuria di soli bianchi per porre un freno alla scomoda carriera di Johnson.
Trump ha persino fatto il telecronista. E’ stato quando un altro vecchio amico come Evander Holyfield, quello con un pezzo di orecchio in meno (glielo ha staccato Tyson con un morso), aveva sfidato la legge del tempo tornando sul ring ma finendone scaraventato fuori. Trump in fondo glielo doveva. Da Holyfield aveva avuto un grosso ritorno di immagine. Fu in occasione di un mondiale nei primi Novanta, quando l’avversario di Holyfield era George Foreman.
Da padrone di casa, nella sua Atlantic City, Trump diede uno di quegli spettacoli che agli americani piacciono tanto, dividendosi tra baci a abbracci a un Muhammad Ali già alle prese con la malattia e gag con stelle hollywoodiane. E lo stesso Foreman, quando Trump era impegnato nella sfida con Hilary Clinton, dichiarò il sostegno per l’amico: “Se vince ci divertiremo…”. Vinse, ma il tempo ha dimostrato che non non c’era poi così tanto da divertirsi.