Trump: “Vogliono rubarci le elezioni”. E invoca spari sui giornalisti
dal nostro inviato Paolo MastrolilliLITITZ (Pennsylvania) — «Il vincitore delle elezioni dovrebbe essere proclamato martedì sera». Lo dice lo stesso Donald Trump, oltre ad augurarsi che qualcuno spari contro i giornalisti, e minacciare la guerra commerciale contro l’Europa. Così conferma quella che fino a ieri era solo una voce, un’indiscrezione. La sua strategia è autoproclamarsi vincitore la notte del voto, comunque vada, in modo da impedire la conta delle preferenze espresse via posta o in anticipo ai seggi. Poi accada quel che accada, dalle cause fino all’insurrezione modello 6 gennaio.
Trump arriva in auto all’aeroporto di Lititz, villaggio di 9.000 anime nel cuore della contea di Lancaster, altrimenti nota per gli amish che l’attraversano sui carretti tirati dai cavalli. Questo paesino era stato fondato nel 1749 dai fedeli della Chiesa morava, protestanti fuggiti da quella che oggi è la Repubblica Ceca. Gente così severa da stabilire nelle regole comunali che i residenti dovevano vivere «liberi da ogni pericol…
LITITZ (Pennsylvania) — «Il vincitore delle elezioni dovrebbe essere proclamato martedì sera». Lo dice lo stesso Donald Trump, oltre ad augurarsi che qualcuno spari contro i giornalisti, e minacciare la guerra commerciale contro l’Europa. Così conferma quella che fino a ieri era solo una voce, un’indiscrezione. La sua strategia è autoproclamarsi vincitore la notte del voto, comunque vada, in modo da impedire la conta delle preferenze espresse via posta o in anticipo ai seggi. Poi accada quel che accada, dalle cause fino all’insurrezione modello 6 gennaio.
Trump arriva in auto all’aeroporto di Lititz, villaggio di 9.000 anime nel cuore della contea di Lancaster, altrimenti nota per gli amish che l’attraversano sui carretti tirati dai cavalli. Questo paesino era stato fondato nel 1749 dai fedeli della Chiesa morava, protestanti fuggiti da quella che oggi è la Repubblica Ceca. Gente così severa da stabilire nelle regole comunali che i residenti dovevano vivere «liberi da ogni pericolosa connessione mondana, conducendo un’esistenza pacifica, tranquilla, devota a Dio e all’Onestà». Inoltre non erano ammessi «feste danzanti, taverne, spillature di birra, né giochi dei bambini per le strade». Cosa c’entra un fedifrago newyorchese con tutto questo? È venuto a caccia dei voti più conservatori nella Pennsylvania rurale, sperando di annullare il vantaggio di Kamala Harris nelle città.
Il piano sarebbe farlo con l’ormai abituale “word salad”, insalata di parole in “stream of consciousness” che ripete ad ogni comizio: Kamala è stupida e comunista, mentre io sono l’unico essere umano in grado di salvare l’America dalla dissoluzione, cacciando gli immigrati, eliminando l’inflazione ed evitando la Terza guerra mondiale, grazie ai miei ottimi rapporti con Putin e Xi. Trump però è imprevedibile e quindi prima di passare allo “stump speech”, che dovrebbe scorrere sul teleprompter, fa una deviazione di mezzora che comincia così: «Non avrei mai dovuto lasciare la Casa Bianca. Perché andare via, se avevo fatto un lavoro straordinario?». I padri fondatori si rivolteranno nelle tombe, anche perché questo potrebbe rappresentare l’annuncio di una presidenza a vita, se il 5 novembre fosse rieletto.
Prima però bisogna ottenerlo, questo risultato, e allora Donald prepara la strada al colpo di mano. Ripete che Biden gli ha rubato le elezioni, perché «ero avanti del 70% la sera del voto, ma poi all’improvviso il mio vantaggio è sparito». Perciò non avrebbe mai dovuto lasciare la Casa Bianca. «I democratici sanno solo imbrogliare e si preparano a rifarlo. Guardate ad esempio il falso sondaggio uscito in Iowa, dove sarei indietro di tre punti. Perché pubblicarlo proprio ora?». E poi «dicono che ci vorranno dodici giorni per conoscere il nome del vincitore, perché così nel frattempo potranno truccare i voti». Secondo lui, invece, «bisognerebbe usare solo le schede di carta e consegnarle al seggio». In ogni modo, «il vincitore deve essere annunciato la sera stessa, entro mezzanotte o l’una». Alcuni speculavano da giorni che questo sarebbe stato il suo piano, ma ora Trump lo annuncia di persona: dichiararsi presidente, seminare dubbi sulla legalità del voto, ostacolare la trasmissione dei risultati dalle contee alle autorità centrali, bloccare le schede postali perché favoriscono Harris. Se poi ciò non bastasse, seguiranno le cause legali e le contestazioni, magari sul modello del 6 gennaio.
Terminata la deviazione programmatica, Donald torna all’insalata di parole. Nota lo spessore dei vetri che lo proteggono dagli aspiranti killer, e guardando i giornalisti posizionati davanti al podio commenta: «Per uccidermi dovrebbero passare con i proiettili attraverso i rappresentanti delle fake news. Non mi dispiacerebbe affatto». La campagna poi dirà che scherzava, sentendo però la necessità di pubblicare un comunicato per disinnescare l’ultima gaffe violenta di Trump. Quindi lui torna a scatenarsi contro l’Europa: «Sembra tanto carina, ma ci deruba. Pensa che siamo stupidi». Ce l’ha in particolare con la Germania, che vende auto negli Usa senza accettare i prodotti Usa, ma è la minaccia di una nuova guerra commerciale contro l’intero continente. Poi riparte verso le altre due tappe di giornata: Kinston in North Carolina, e Macon in Georgia. Corsa finale verso la presidenza permanente annunciata.