Fughe di notizie in Israele, lo scandalo travolge gli uomini di Netanyahu
dal nostro inviato Paolo BreraTEL AVIV — «Ci sono gravi indizi e persino prove evidenti di colpevolezza», dice il giudice Menachem Mizrahi: ha arrestato alcuni uomini così vicini al premier Benjamin Netanyahu da fargli traballare i muri di casa più di quanto ci fosse riuscito il drone di Hezbollah. Il suo fedele portavoce Eli Feldstein, per esempio: «Eli per lui avrebbe fatto tutto», dicevano. Ha fatto troppo, dicono i magistrati.
Per aiutare Bibi, per metterlo in buona luce e toglierli le castagne dal fuoco, insieme ad altri uomini della sicurezza del premier avrebbe sussurrato alla stampa informazioni segrete alle quali nessuno di loro avrebbe mai dovuto — e potuto — avere accesso. Uno scandalo da cui il premier aveva provato inizialmente a difendersi: «Nessuno del mio ufficio è indagato», aveva detto nei giorni scorsi quando si era sparsa la voce degli arresti, senza nomi, di «uomini a lui molto vicini». Ma era solo un labile paravento, si è scoperto quando ieri il giudice ha autorizzato la diffusione dell…
TEL AVIV — «Ci sono gravi indizi e persino prove evidenti di colpevolezza», dice il giudice Menachem Mizrahi: ha arrestato alcuni uomini così vicini al premier Benjamin Netanyahu da fargli traballare i muri di casa più di quanto ci fosse riuscito il drone di Hezbollah. Il suo fedele portavoce Eli Feldstein, per esempio: «Eli per lui avrebbe fatto tutto», dicevano. Ha fatto troppo, dicono i magistrati.
Per aiutare Bibi, per metterlo in buona luce e toglierli le castagne dal fuoco, insieme ad altri uomini della sicurezza del premier avrebbe sussurrato alla stampa informazioni segrete alle quali nessuno di loro avrebbe mai dovuto — e potuto — avere accesso. Uno scandalo da cui il premier aveva provato inizialmente a difendersi: «Nessuno del mio ufficio è indagato», aveva detto nei giorni scorsi quando si era sparsa la voce degli arresti, senza nomi, di «uomini a lui molto vicini». Ma era solo un labile paravento, si è scoperto quando ieri il giudice ha autorizzato la diffusione delle identità degli arrestati: è pur vero che Eli il fedele, e l’equipe della sicurezza, non erano membri dello staff; ma lavoravano direttamente per lui. Dal 7 ottobre erano la sua ombra.
Il caso era esploso a inizio settembre con uno scoop pubblicato da due giornali, la tedesca Bild e il Jewish Chronicle. Erano i “piani di Sinwar per gli ostaggi”, documenti che sarebbero stati trovati dal’Idf a Gaza durante un’operazione per liberarne alcuni. Erano, si diceva, le parole del leader che invitava a trattare a lungo per far salire la posta, ma nel frattempo si preparava a fuggire in Egitto, e poi in Iran, attraverso il Corridoio Filadelfia. Gli ostaggi, alla fine, li avrebbe portati con sé in Iran. Trattare, dunque, era solo farsi prendere in giro, come diceva Bibi. Informazioni riservatissime, coperte dal segreto dei Servizi; ma soprattutto apocrife, perché quel piano non apparteneva a Sinwar ma a uno dei suoi dirigenti. E tuttavia non c’era nulla di più prezioso, per Bibi. In quel momento le trattative con Hamas erano a un passo dall’accordo. A lui, incalzato dalle fiumane di protesta dei parenti degli ostaggi, non restava che firmare; ma i falchi avrebbero fatto cadere il governo lasciandolo alle prede con i suoi spettri, come le responsabilità per non aver scongiurato il 7 ottobre.
Le accuse agli arrestati sono gravissime: non solo per la pubblicazione in sé di informazioni soggette al segreto di Stato, ma soprattutto perché potrebbero aver ostacolato la liberazione degli ostaggi attraverso il negoziato, danneggiando la sicurezza nazionale. Ma la domanda è chi sia il mandante. Come hanno avuto accesso ai file? Hanno agito su suggerimento, o ordine, di qualcuno?
Da quando si è saputo che l’arrestato era il suo fedele Eli, Bibi non ha detto una parola. Ieri, piuttosto, ha indossato il giubbotto antiproiettile e se n’è andato al confine col Libano a spronare i soldati: «Riporterò la sicurezza con o senza un accordo, quindi c’è solo una cosa da dire: applicazione, applicazione, applicazione». Ma è molti chilometri più a Sud, nel nord della Striscia di Gaza, che applicando gli ordini l’Idf sta provocando una carneficina quotidiana: «L’intera popolazione palestinese nel nord di Gaza, in particolare i bambini, corre il rischio imminente di morire a causa di malattie, carestia e dei bombardamenti in corso«, dice la direttrice esecutiva dell’Unicef, Catherine Russell, commentando le ultime stragi. Solo ieri i morti sarebbero 30.