Tutte le stranezze delle presidenziali americane: dal duello tra sfidanti nell’800 al candidato in prigione fino alla conta infinita della Florida per Gore contro Bush
di Enrico FranceschiniIl Mount Rushmore National Monument in South Dakota con i volti di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln
LONDRA – Un duello con la pistola, un candidato in prigione, un altro malato di depressione, un terzo addirittura morto: sono alcune delle bizzarrie che hanno caratterizzato le presidenziali americane. La sfida per la Casa Bianca del 2020 terminò con un assalto senza precedenti al Congresso. In quella di quest’anno ci sono già stati il ritiro di un candidato a tre mesi dal voto, un attentato al candidato avversario e il peggio potrebbe ancora venire. Ma anche nelle elezioni Usa del passato se ne sono viste di tutti i colori. Ecco gli esempi più eclatanti.
1800 - Il duello
La giovane repubblica americana, nata appena ventiquattro anni prima con la guerra d’indipendenza contro l’Impero britannico, aveva un sistema elettorale diverso da quello contemporaneo: ogni Stato disponeva soltanto di due “voti elettorali” (ovvero di “grandi elettori”), chi ne otteneva di più diventava presidente e il secondo classificato diventava vicepresidente. Ma la sfida tra Thomas Jefferson e Aaron Burr …
LONDRA – Un duello con la pistola, un candidato in prigione, un altro malato di depressione, un terzo addirittura morto: sono alcune delle bizzarrie che hanno caratterizzato le presidenziali americane. La sfida per la Casa Bianca del 2020 terminò con un assalto senza precedenti al Congresso. In quella di quest’anno ci sono già stati il ritiro di un candidato a tre mesi dal voto, un attentato al candidato avversario e il peggio potrebbe ancora venire. Ma anche nelle elezioni Usa del passato se ne sono viste di tutti i colori. Ecco gli esempi più eclatanti.
1800 - Il duello
La giovane repubblica americana, nata appena ventiquattro anni prima con la guerra d’indipendenza contro l’Impero britannico, aveva un sistema elettorale diverso da quello contemporaneo: ogni Stato disponeva soltanto di due “voti elettorali” (ovvero di “grandi elettori”), chi ne otteneva di più diventava presidente e il secondo classificato diventava vicepresidente. Ma la sfida tra Thomas Jefferson e Aaron Burr si concluse con un pareggio: 73 voti elettorali ciascuno. Toccò al Congresso votare per decidere chi dei due doveva diventare presidente. Dopo ben 35 votazioni inconclusive, Alexander Hamilton, ministro del Tesoro uscente, convinse il Parlamento a votare per Jefferson. Ma il perdente Burr, diventato vicepresidente, non gliela perdonò, dando vita a un conflitto ai vertici dello Stato che durò tre anni e si concluse con un epico duello a colpi di pistola nel New Jersey, nello stesso punto in cui tre anni prima era morto in un duello il figlio di Hamilton: nella sfida a pistolettate ebbe la meglio Burr, che ferì a morte l’odiato ministro del Tesoro. Burr evitò il New Jersey e New York per un po’, venne incriminato ma mai processato, e completò il suo mandato di vicepresidente. Ma poi fu accusato di tradimento, fuggì in esilio, la moglie chiese il divorzio (scegliendo come avvocato un altro figlio di Hamilton), morì malato e in miseria.
1860 - La guerra civile
Abraham Lincoln stravinse le elezioni del 1860, che ebbero la più alta affluenza alle urne (81,8 per cento) della storia americana. Ma la questione che aveva diviso l’America rimase irrisolta: lo schiavismo, già sostanzialmente abolito negli Stati del nord degli Usa. Dopo il voto, in attesa che Lincoln inaugurasse nel gennaio 1861 la propria presidenza, sette Stati che intendevano mantenere la schiavitù, situati nel sud e nell’ovest del Paese (Sud Carolina, Mississippi, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana e Texas), annunciarono la secessione, formando gli Stati Confederati d’America. Una volta insediatosi alla Casa Bianca, Lincoln non riconobbe la secessione. Il conflitto politico durò fino ad aprile, quando le truppe confederate sudiste assalirono Fort Sumter, in Sud Carolina, la battaglia che segnò l’inizio della guerra civile: durata quattro anni, si concluse nel 1865 con la vittoria del Nord e l’abolizione ufficiale dello schiavismo, facendo 700 mila vittime tra i soldati dei due eserciti più un numero imprecisato di civili. Il generale Lee, capo delle forze sudiste firmò la resa il 9 aprile 1865. Sei giorni più tardi, Lincoln, che nel 1864 era stato rieletto presidente, fu assassinato a Washington da una spia confederata dei sudisti.
1872 – Il candidato morto
Fu un’elezione straordinaria anche per altri motivi: la prima donna candidata alla presidenza, la suffragetta Victoria Woodhull, per il People’s Party (Partito del popolo), e il primo candidato afroamericano alla vicepresidenza, Frederick Douglass, in “ticket” con lei. Ma le novità non erano finite. Il presidente in carica, il repubblicano Ulysses Grant, l’ex-generale che aveva guidato le truppe nordiste alla vittoria nella guerra civile, sembrava avviato a una facile rielezione, quando divisioni all’interno del suo partito portarono a uno scisma, con la creazione del partito liberal-repubblicano, che appoggiò il candidato democratico Horace Greeley, un editore di giornali newyorchese. Il 5 novembre Grant vinse egualmente con largo margine, 55 a 43 per cento. Senonché il 29 novembre, con il conteggio popolare ultimato ma prima che gli Stati esprimessero i loro “voti elettorali” per confermare il risultato, Greeley inaspettatamente morì. La scomparsa della moglie, malata da tempo e deceduta una settimana prima, sommata allo stress della campagna elettorale, gli avevano fatto perdere il sonno e la salute. I “voti elettorali” destinati a lui finirono così per essere distribuiti ad altri candidati minori. Grant partecipò al funerale del rivale. E poi, due mesi più tardi, inaugurò la sua seconda presidenza.
1920 – Il candidato in prigione
La sfida tra il repubblicano Warren Harding e il democratico James Cox non risultò particolarmente eccitante: vinse facilmente il primo, ottenendo il 60 per cento dei consensi. Ma fu il candidato che si piazzò al terzo posto a rendere le elezioni più interessanti: Eugene Debs, leader del partito socialista americano, si era già candidato alla Casa Bianca quattro volte, nel 1900, 1904, 1908 e 1912, ottenendo al quarto tentativo 900 mila voti, vale a dire il 6 per cento del totale. La sua quinta campagna presidenziale si svolse da un luogo insolito: il carcere. Neanche questa era per lui la prima volta, essendo già finito dietro le sbarre per scioperi e manifestazioni di protesta. In questo caso, però, aveva ricevuto una condanna più seria, a 10 anni di prigione, per il suo coinvolgimento nei disordini del 1919. In base alle leggi americane, tuttavia, anche un carcerato, già condannato, può candidarsi alla presidenza: il precedente di Debs è stato citato quando nel maggio scorso Donald Trump è stato riconosciuto colpevole in primo grado per i soldi pagati illegalmente a una porno star con cui aveva avuto una relazione che voleva tenere nascosta. Pur costretto a fare campagna dalla prigione, nelle elezioni del 1920 Debs ricevette 900 mila voti, il suo massimo, sebbene non abbastanza per competere con i 16 milioni di voti del vincitore Harding. L’anno dopo, nel giorno di Natale, il presidente Harding gli concesse la grazia e il leader socialista tornò un uomo libero.
1948 – Il risultato capovolto
L’esito delle prime elezioni del dopoguerra appariva scontato. Il presidente in carica, il democratico Harry Truman, successore di Franklin Roosevelt e vincitore della Seconda guerra mondiale, sembrava destinato a perderle. Due anni prima, nel voto di mid-term, i repubblicani avevano conquistato la maggioranza sia alla camera che al senato. E i sondaggi davano al loro candidato alla Casa Bianca, il governatore di New York Thomas Dewey, 5 punti di vantaggio. Il giorno delle elezioni, dopo avere votato, Truman andò a dormire convinto di essere stato sconfitto. A mezzanotte, il Chicago Daily Tribune stampò la sua prima edizione, che sarebbe rimasta famosa, con il titolone a tutta prima pagina: “Dewey defeats Truman” (Dewey batte Truman). Ma alle 4 del mattino gli agenti del servizio segreto svegliarono Truman, comunicandogli che aveva vinto lui, 49 a 45 per cento, 24 milioni di voti contro quasi 22 milioni. Uno dei risultati più a sorpresa nella storia americana. E uno degli errori giornalistici che più hanno consigliato cautela alla stampa di tutto il mondo.
1972 – Il candidato depresso
Il candidato democratico alla presidenza, il senatore George McGovern, impiegò una telefonata di due minuti a sondare le credenziali del proprio candidato alla vicepresidenza. La ragione è che molti colleghi di partito, da lui contattati in precedenza, avevano rifiutato l’offerta, perché McGovern era considerato troppo di sinistra e si prevedeva che sarebbe stato umiliato alle urne dal presidente in carica, il repubblicano Richard Nixon. Così McGovern telefonò al senatore Thomas Eagleton, chiacchierarono due minuti e Eagleton accettò di fargli da vice. Ma nei giorni successivi sui media cominciarono a circolare voci sullo stato di salute mentale del candidato vicepresidente. Saltò fuori che era stato ricoverato tre volte in ospedale per acuta depressione e che in due occasioni si era sottoposto a elettroshock. Per un po’, McGovern ignorò le perplessità che questo aveva suscitato, poi fu costretto a cedere: e 18 giorni dopo essere stato selezionato come suo vice, Eagleton si ritirò dalla corsa. Un episodio che contribuì a dipingere il candidato democratico come inaffidabile per prendere decisioni cruciali; e a farlo sconfiggere da Nixon con un margine di quasi 20 milioni di voti, battendolo in 49 Stati su 50.
2000 – Il riconteggio infinito
La sfida tra il democratico Al Gore, vicepresidente di Bill Clinton, e il repubblicano George W. Bush, figlio del presidente George H. Bush, si risolse per un pugno di voti o, meglio, perché alla fine Gore decise di concedere la vittoria a Bush in nome della solidità della democrazia americana, sebbene non fosse per nulla convinto di avere perso. Il risultato delle presidenziali dipendeva dal voto in Florida, e dalla cruciale assegnazione dei “voti elettorali” di questo Stato. Inizialmente fu annunciato che Bush aveva vinto di 1784 voti. Poi che aveva vinto di 327 voti. Gore gli telefonò per concedere la propria sconfitta. Quindi lo richiamò per dire che non concedeva affatto. Ci furono infiniti ricorsi legali e riconteggi. Da ultimo, la Corte Suprema americana decise, 5 giudici a 4, che non era necessario contare tutto da capo e che dunque aveva vinto Bush. Con il senno di poi, l’opinione dominante è che Bush avesse vinto nella contea della Florida dove il voto era più in dubbio, ma che avrebbe vinto Gore se si fossero ricontati i voti ancora una volta in tutto lo Stato della Florida. Perché allora Gore concesse la vittoria a Bush? Per non screditare il sistema democratico. Per non dare una cattiva reputazione alle elezioni più importanti della più potente democrazia della terra. Un esempio che, si dice nell’America di oggi, Donald Trump non ha seguito nel 2020 e non seguirà quest’anno, quale che sia l’esito del voto.