Questa volta è vero. Per essere sicuro che non ci fossero errori o carte mancanti Benjamin Netanyahu ha consegnato di persona a Yoav Gallant la lettera con cui lo ha ufficialmente rimosso da ministro della Difesa: non come nel marzo del 2023, quando il licenziamento era stato annunciato ma mai formalizzato. Allora, il primo ministro dovette rimangiarsi tutto di fronte al milione di persone scese in strada: per dire “no” al suo progetto di riforma giudiziaria. Ma anche per sostenere il titolare della Difesa che aveva detto che il rifiuto dei riservisti di prestare servizio militare se la riforma non fosse stata bloccata, esponeva il Paese a un pericolo enorme: quello di non avere a disposizione buona parte dei 469 mila uomini e donne che costituiscono la colonna vertebrale dell’esercito israeliano.
Allora la rottura rientrò: poi venne il 7 ottobre e la Storia di Israele e dell’intera regione cambiò. Non quella della relazione fra Netanyahu e Gallant: nonostante la crisi, la frattur…
Questa volta è vero. Per essere sicuro che non ci fossero errori o carte mancanti Benjamin Netanyahu ha consegnato di persona a Yoav Gallant la lettera con cui lo ha ufficialmente rimosso da ministro della Difesa: non come nel marzo del 2023, quando il licenziamento era stato annunciato ma mai formalizzato. Allora, il primo ministro dovette rimangiarsi tutto di fronte al milione di persone scese in strada: per dire “no” al suo progetto di riforma giudiziaria. Ma anche per sostenere il titolare della Difesa che aveva detto che il rifiuto dei riservisti di prestare servizio militare se la riforma non fosse stata bloccata, esponeva il Paese a un pericolo enorme: quello di non avere a disposizione buona parte dei 469 mila uomini e donne che costituiscono la colonna vertebrale dell’esercito israeliano.
Allora la rottura rientrò: poi venne il 7 ottobre e la Storia di Israele e dell’intera regione cambiò. Non quella della relazione fra Netanyahu e Gallant: nonostante la crisi, la frattura fra i due – che sono compagni di partito, il Likud – non si è mai sanata.
Il primo ministro e il titolare della Difesa hanno fatto fronte comune di fronte all’emergenza certo, ma non hanno mai parlato con una voce sola. Lo dimostra la storia degli ultimi tredici mesi: con Gallant restio ad aprire il fronte libanese immediatamente dopo la strage di Hamas, quando Netanyahu avrebbe voluto farlo. Con Gallant schierato con i due ex nemici Benny Gantz e Gadi Eisenkot nel gabinetto di guerra in favore di un cessate il fuoco e di una trattativa sugli ostaggi, nel novembre 2023. Con Gallant contrario a entrare a Rafah secondo i tempi stabiliti dal primo ministro la primavera scorsa e poi, in estate, in aperta opposizione con il premier sulla necessità di mantenere il controllo dei corridoi Netzarim e Philadelphi. «La posizione delle Forze armate e mia personale è che all’Idf non è necessario tenere quelle zone per controllare Gaza. E che questo è un ostacolo all’obiettivo finale della liberazione degli ostaggi», disse allora.
Parole che erano suonate come la rottura definitiva: per tutta l’estate, le voci di un licenziamento di Gallant si erano susseguite di settimana in settimana. A settembre, la stampa israeliana scriveva che se il ministro era ancora al suo posto, era solo perché la campagna in Libano aveva subito un’accelerazione e Israele non poteva permettersi di cambiare il titolare della Difesa a partita appena aperta.
Ora che la guerra in Libano sembra vinta e quella a Gaza è drammaticamente stabile, è arrivata la resa dei conti. Complice la distrazione di un’Amministrazione americana che negli ultimi mesi, sempre più marcatamente, aveva fatto di Gallant il suo interlocutore preferito. L’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’inchiesta aperta nei confronti di un gruppo di uomini vicini a Netanyahu: il sospetto che a passare i loro nomi fosse stato proprio Gallant è cresciuto giorno dopo giorno nell’entourage del primo ministro. Ora Netanyahu ha giocato le sue carte: fuori Gallant, dentro il fedele Katz.
Ma la partita non si chiude qui: in difesa del ministro che più di tutti negli ultimi mesi ha invocato la necessità di un accordo per riportare a casa il centinaio di israeliani – vivi e morti – da più di un anno a Gaza, si è schierato immediatamente il forum che riunisce le famiglie degli ostaggi. E la fetta di società che si porta dietro: migliaia di persone sono scese in strada ieri sera a Tel Aviv e Gerusalemme. Altre lo faranno nelle prossime ore, raccogliendo l’invito dei capi dell’opposizione. Israele è spaccato: ancora una volta, come nel marzo 2023. Ma oggi il pericolo attorno al Paese è reale.