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Carovita, immigrati e guerre: ecco perché ha vinto Trump

Donald Trump sul palco al West Palm Beach Convention Center (afp)

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C’è un cambiamento politico radicale: il tycoon è il leader di un movimento trasversale che vuole riacquistare protezione economica e sicurezza collettiva in tempi stretti, riportando gli interessi dei cittadini statunitensi in cima all’agenda. Avversari e alleati di Washington dovranno fare scelte difficili
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NEW YORK – Donald Trump torna alla Casa Bianca e mette le mani sul Congresso sull’onda di un’affermazione massiccia e sorprendente che cambia il volto dell’America infliggendo una cocente sconfitta ai democratici di Kamala Harris.

Il terremoto politico avvenuto nella notte dell’Election Day riassume i tre motivi del successo di Trump che diventa il secondo presidente della Storia americana, dopo Grover Cleveland nel 1892, a ritornare alla Casa Bianca dopo essere passato per una sconfitta. Il primo motivo è descritto da quanto hanno detto gli elettori all’uscita dei seggi, affermando, praticamente ovunque, di aver votato con in mente soprattutto l’economia. La campagna di Trump, e del vice JD Vance, contro l’inflazione ha toccato al cuore l’America profonda perché i numeri della crescita del Pil ottenuta da Joe Biden contano assai meno per la classe media rispetto alla crescita dei prezzi dal droghiere o dal benzinaio. Il carovita flagella milioni di famiglie che hanno trovato in …

NEW YORK – Donald Trump torna alla Casa Bianca e mette le mani sul Congresso sull’onda di un’affermazione massiccia e sorprendente che cambia il volto dell’America infliggendo una cocente sconfitta ai democratici di Kamala Harris.

Il terremoto politico avvenuto nella notte dell’Election Day riassume i tre motivi del successo di Trump che diventa il secondo presidente della Storia americana, dopo Grover Cleveland nel 1892, a ritornare alla Casa Bianca dopo essere passato per una sconfitta. Il primo motivo è descritto da quanto hanno detto gli elettori all’uscita dei seggi, affermando, praticamente ovunque, di aver votato con in mente soprattutto l’economia. La campagna di Trump, e del vice JD Vance, contro l’inflazione ha toccato al cuore l’America profonda perché i numeri della crescita del Pil ottenuta da Joe Biden contano assai meno per la classe media rispetto alla crescita dei prezzi dal droghiere o dal benzinaio. Il carovita flagella milioni di famiglie che hanno trovato in Trump il paladino che Harris non ha saputo essere, restando sempre troppo lontana dai temi dell’economia. Se la lotta all’inflazione spiega perché negli Stati in bilico degli Appalachi e del Midwest il popolo dell’entroterra è andato a votare sposando la protesta del “movimento Trump” contro l’establishment di Washington, il risultato inatteso del successo nel voto popolare si giustifica con il fatto che le altre due battaglie-chiave dei repubblicani - contro gli immigrati illegali e contro i conflitti infiniti - hanno esteso la loro base elettorale ben oltre i confini dei tradizionali conservatori. Dando vita ad una nuova coalizione elettorale.

L’impressione, dai Grandi Laghi fino agli Stati del Sud-Ovest, è che una parte importante dell’elettorato indipendente, libertario ed anche una minoranza significativa di democratici hanno voltato le spalle a Harris. Perché i quattro milioni di illegali entrati in America durante l’amministrazione Biden vengono percepiti come una fonte di insicurezza collettiva anche da parte di minoranze - dagli ispanici agli afroamericani - che vivono nelle zone urbane più degradate e in genere votano democratico. E perché i conflitti in Ucraina e Medio Oriente vengono attribuiti a incertezze e debolezze di Joe Biden di cui Kamala Harris porta anch’essa la responsabilità. Gli elettori arabi americani di Detroit che scelgono Trump “perché è l’unico in grado di farsi ascoltare da Netanyahu per far terminare la guerra a Gaza” lasciano intendere come la scelta della Casa Bianca di duellare pubblicamente con Israele ha avuto un doppio esito negativo, facendo perdere ad Harris tanto il voto ebraico in Pennsylvania che quello arabo in Michigan.

Ma non è tutto perché la terza ragione, non per importanza, del successo di Trump sono gli errori significativi commessi dai democratici in questa campagna. La scelta del team della Casa Bianca di consentire a Joe Biden di correre per la rielezione, nonostante i suoi gravi problemi di salute, si è rivelata un boomerang feroce perché il presidente uscente è scivolato sul dibattito tv con Trump ed ha obbligato il suo partito ad affidarsi ad un sostituto ad appena 100 giorni da voto. Con l’aggravante di essere diviso sul nome di Kamala Harris, che non a caso l’ex Speaker Nancy Pelosi non voleva. E Harris ha poi affrontato la sfida con Trump puntando sulla stessa strategia che ebbe Hillary Clinton nel 2016 ovvero identificarlo come un “nemico della nazione” al fine di corteggiare il voto dei repubblicani vecchia maniera. Ma, come il progressista “The Nation” aveva previsto, questa scelta ha fallito ora come fallì allora perché ha allontanato molti elettori liberal.

Questi tre motivi spiegano perché l’ombra del coinvolgimento nell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, le indagini penali e le condanne subite hanno contano meno del previsto sul giudizio degli elettori americani.

A fare il resto è stata la “guerra dei sessi” ovvero la scelta di una percentuale importante di uomini di non votare Harris solo perché donna. E’ stato l’ex presidente Barack Obama il primo a lanciare l’allarme su questo fronte - parlando dei maschi afroamericani - ed i fatti gli hanno dato ragione.

Ecco perché la seconda vittoria presidenziale di Trump descrive un cambiamento politico dell’America ancor più profondo e radicale di quanto avvenne nel 2016: alla Casa Bianca arriva il leader di un movimento trasversale che vuole riacquistare protezione economica e sicurezza collettiva in tempi stretti. Riportando in maniera inequivocabile gli interessi dei cittadini americani in cima all’agenda di governo. Ecco perché avversari ed alleati di Washington saranno chiamati a compiere scelte assai difficili.

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