Alluvione di Valencia, tra i giovani italiani che spalano il fango: “Basta con le bugie sulla generazione pigra”
dal nostro inviato Corrado ZuninoVALENCIA – L’aspirante medico Giacomo Guandalini, 23 anni, al quinto anno di facoltà, ha già spalato per tre giornate. Venerdì scorso, sabato, poi martedì. Domani prevede una quarta missione. Ha visto l’area di Sedavì-La Torre, i primi pueblos oltre la grande arteria, la V-31, che apre Valencia alla sua periferia meridionale. Poi Benetusser, sempre nella stessa zona, e qui ha aiutato a pulire le abitazioni al primo piano invase dall’acqua e dalla poltiglia, cosa che dà il segno dell'altezza dell’inondazione. La terza tappa dello studente Giacomo lo ha portato nella più lontana Catarroya, municipio grande e distrutto: “La situazione peggiore che ho visto".
E’ qui in Erasmus, viaggio studio in nome dell’Università di Pavia, dove studia da fuorisede. Risiede in un paese dell’Emilia, Bagnolo in Piano, e adesso racc…
VALENCIA – L’aspirante medico Giacomo Guandalini, 23 anni, al quinto anno di facoltà, ha già spalato per tre giornate. Venerdì scorso, sabato, poi martedì. Domani prevede una quarta missione. Ha visto l’area di Sedavì-La Torre, i primi pueblos oltre la grande arteria, la V-31, che apre Valencia alla sua periferia meridionale. Poi Benetusser, sempre nella stessa zona, e qui ha aiutato a pulire le abitazioni al primo piano invase dall’acqua e dalla poltiglia, cosa che dà il segno dell'altezza dell’inondazione. La terza tappa dello studente Giacomo lo ha portato nella più lontana Catarroya, municipio grande e distrutto: “La situazione peggiore che ho visto".
E’ qui in Erasmus, viaggio studio in nome dell’Università di Pavia, dove studia da fuorisede. Risiede in un paese dell’Emilia, Bagnolo in Piano, e adesso racconta: “Il primo giorno ci siamo mossi in autonomia, senza organizzazione né attrezzature. Abbiamo scaricato cibo nella palestra di una scuola di Sedavì, attrezzata a magazzino alimentare. Ci siamo spostati a piedi, traversando i ponti di Valencia. Sabato, invece, con un autobus organizzato dalla regione, siamo partiti dalla Città delle arti e delle scienze e avevamo il municipio assegnato. Inizialmente, su richiesta della Protezione civile, ci hanno portati ad Andaia, al parcheggio del centro commerciale Bonaire, quello che si temeva fosse un cimitero e invece non ha registrato morti. Arrivati là non sapevano dove scaricarci, c’erano troppe persone. Una disorganizzazione impressionante. A Catarroya siamo andati a piedi, un’ora e venti partendo dal Parco della Rambleta, già periferia sud, il punto di raduno per i volontari più vicino alla zona rossa. A Catarroya la gente era disperata, le prime ruspe si sono viste sei giorni dopo l’alluvione”.
Il ponte che dalla Rambleta porta alla prima cintura di municipalità è pieno a tutte le ore, una marea umana di volontari mobilitati dai vuoti creati dal mancato intervento pubblico. Lo studente Guandalini è a Valencia da due mesi e ci resterà fino al prossimo giugno. Vive in un appartamento condiviso tra il centro e la spiaggia e darà esami, in lingua spagnola, all’Università pubblica di questa che è la terza città di Spagna, la Uv. Nel comune dove vive, in Emilia, è volontario della Croce Rossa, lo è da quando aveva 15 anni. E non accetta la narrazione di una generazione, la sua, pigra e disinteressata all’azione civile, spesso fatua e spesso aggressiva. “Noi giovani facciamo tanto e diamo tanto, e non siamo isolati dal mondo, ma connessi grazie alla tecnologia. Quella frase che gli adulti ci sbattono in faccia, ‘siete sempre sul telefonino”, dimostra solo che non ci guardano e non sanno capire questi tempi. Su quegli smartphone organizziamo campagne contro il bullismo, raccolte fondi. Il fatto che non ci muoviamo come si faceva quarant’anni fa, non vuol dire che stiamo fermi, che non facciamo nulla”.
“I social la chiave per intervenire”
E poi i social, i dannati social. "Dopo l’alluvione”, dice ancora Giacomo Guandalini, “sono stati la chiave per permettere a tutti i volontari di intervenire. Le richieste di aiuto, le comunicazioni per liberare una strada, non sono venute dalle fonti ufficiali, come ci saremmo aspettati, ma dai gruppi Telegram e WhatsApp, dalle storie su Instagram. Ci sentiamo trattati come parassiti e invece contribuiamo ad aiutare il prossimo, tutti i giorni, non solo a Valencia. Siamo come i famosi ragazzi del ‘66, l’alluvione di Firenze. Qui a Valencia siamo intervenuti subito, senza che qualcuno ce lo chiedesse. E non siamo diversi, o inferiori, agli amici spagnoli, ai ragazzi del Nord Europa, anche se probabilmente il contesto sociale e politico in Italia è più complicato. Se ci fosse un’alluvione in una nostra città? Lo abbiamo già visto con il terremoto in Emilia, interverremmo come abbiamo fatto qui. Il problema è che non ci sentiremmo così graditi, temiamo un sentimento di sfiducia da parte degli adulti. C’è un muro, tra noi e le generazioni precedenti. E’ innegabile”.
Virginia Luisella ha 22 anni e frequenta Scienze motorie, sempre a Pavia. L’ultimo anno della magistrale. Attraverso un compagno spagnolo, conosciuto in questo periodo Erasmus, anche lei è andata a dare una mano. Venerdì scorso, e sempre nella cintura ovest, ad Alfafar. Un gruppo misto di cinque persone, tra loro c’era l’amica Paola Dindini, universitaria a Roma. Si sono spostati in pullman, poi quaranta minuti a piedi. In un supermercato hanno comprato una scopa e i viveri, cibo a lunga conservazione da lasciare agli alluvionati: “Non eravamo pronti, non avevamo i vestiti adatti”. Meno male che in questi giorni di emergenza altri volontari lasciano secchi e ramazze per strada, sui ponti. Chi non ha strumenti, prende e va in mezzo al fango.
"Quei bambini così adulti”
“Abbiamo lavorato dalle 13 fino alle 18, oltre non si poteva, con il buio le municipalità si fanno pericolose. La strada in cui intervenire l’abbiamo trovata chiedendo in strada, non c’era un piano”. Il gruppo di Virginia e Paola è approdato nella casa sconvolta di una famiglia di quattro persone, due bambini sotto i dieci anni, fratello e sorella. E’ un primo piano, li aiuteranno a tirar via l’acqua da lì. “Abbiamo pulito per due ore, più tardi siamo tornati in quell’appartamento e i bimbi erano ancora lì, facevano gli stessi lavori dei grandi, impressionante”.
Tanti volontari, troppi. “Un caos”. Il sabato Virginia Luisella ha raggiunto lo stadio di Mestalla, quello del Valencia Cf. Si chiama come il torrente che gli scorre sotto, tombato, e pensarci ora mette paura. “Abbiamo scaricato acqua e cibo dai furgoni e l’abbiamo smistata”. Lì c’è andata con la compagna di università Anna Laura Sellaro. “Un video sull’alluvione è molto forte, ma quando sei dentro una casa sconvolta da un torrente in piena provi un brivido lungo il corpo. Senti empatia in maniera istantanea, dare una mano diventa un atto naturale. In quel dolore, poi, riesce a vedere una solidarietà straordinari e scopri persone che non vogliono abbandonarsi al pianto, ma ripartire. Capisci soprattutto che il disastro può accadere anche a te, che vivi a quaranta minuti a piedi dalla zona rossa”.
"Noi più preparati dei nostri padri”
Virginia, in Italia, ha conosciuto l’esperienza di Legambiente, grazie alla madre “che fin da bambina mi portava a pulire i boschi”. Dice: “Con i miei amici discuto molto di riscaldamento climatico e dei comportamenti conseguenti, soprattutto discuto dei pensieri e delle azioni della mia generazione. Davvero è così avulsa dalla realtà? Davvero è interessata solo alla movida? Io credo che sia più preparata della precedente, per esempio sul piano ambientale. Certo, oggi c’è un’informazione, soprattutto un’informazione emotiva legata alle immagini, eccessiva e può finire per banalizzare ogni questione e farti dire: non è un problema mio. Ma qui a Valencia ho visto la mobilitazione dei giovani. Quel ponte alla Rambleta che portava in periferia non era mai vuoto, a tutte le ore, Non mi aspettavo un coinvolgimento così. Sono stati costretti a dirci: ‘Tornate a casa, siamo pieni’”.
Massanassa e l’ormai famosa Paiporta sono stati gli approdi di Chiara Brugnera, anche lei Erasmus per l’Università di Pavia, 23 anni, quinto anno di Medicina. “Questa è una mobilitazione di giovani”, conferma, “la maggior parte dei volontari ha la mia età”. Ed è stato l’ormai quarantennale strumento Erasmus a portare i ragazzi italiani davanti alla catastrofe. “Noi a Valencia stiamo vene”, dice Silvia, universitaria milanese, “e aiutare una città che ci ha accolto era il minimo. Abbiamo l’energia per farlo”.
Gianluca Mancini, 24 anni, è iscritto a Giurisprudenza all’Università Tor Vergata di Roma ed è stato a Paiporta giovedì 31 ottobre, poche ore dopo il disastro: “Ho visto strade invase da due metri di fango. Sono andato dentro la catastrofe dopo aver letto un messaggio che stava circolando sui gruppi degli studenti universitari. Ci chiedevano di aiutare e l’abbiamo fatto, come potevamo, come sapevamo”.