NEW YORK — La "red wave”, l’onda rossa repubblicana arriva sulla collina di Capitol Hill, dove il 6 gennaio 2021 la democrazia americana aveva rischiato il collasso. Questa volta con tutti i crismi istituzionali, conquistando nelle urne la maggioranza al Senato e lottando, in diversi testa a testa, per mantenere anche quella della Camera.
La presa politica del Congresso era iniziata nella tarda serata di martedì, quando il seggio lasciato libero in West Virginia dal democratico-conservatore Joe Manchin (poi diventato indipendente in polemica con Biden) è stato conquistato dall’ex Governatore repubblicano Jim Justice. Poco dopo dall’Ohio arrivava la notizia che il due volte senatore democratico Sherrod Brown era stato sconfitto dal rivale del Grand Old Party Bernie Moreno e infine nel pieno della notte il Gop infilava la agognata tripletta con Tim Sheehy che in Montana batteva il senatore democratico-atipico Jon Tester, in carica fin dal 2006.
Il Grand Old Party ha già 52 segg…
NEW YORK — La "red wave”, l’onda rossa repubblicana arriva sulla collina di Capitol Hill, dove il 6 gennaio 2021 la democrazia americana aveva rischiato il collasso. Questa volta con tutti i crismi istituzionali, conquistando nelle urne la maggioranza al Senato e lottando, in diversi testa a testa, per mantenere anche quella della Camera.
La presa politica del Congresso era iniziata nella tarda serata di martedì, quando il seggio lasciato libero in West Virginia dal democratico-conservatore Joe Manchin (poi diventato indipendente in polemica con Biden) è stato conquistato dall’ex Governatore repubblicano Jim Justice. Poco dopo dall’Ohio arrivava la notizia che il due volte senatore democratico Sherrod Brown era stato sconfitto dal rivale del Grand Old Party Bernie Moreno e infine nel pieno della notte il Gop infilava la agognata tripletta con Tim Sheehy che in Montana batteva il senatore democratico-atipico Jon Tester, in carica fin dal 2006.
Il Grand Old Party ha già 52 seggi sicuri ma potrebbe aumentarli ancora, visto che ne sono in ballo ancora 6. Più incerta è la lotta per la Camera, dove il Gop aveva una maggioranza di pochi seggi (220 contro 212) e dove è attualmente in testa con 201 seggi già conquistati contro i 182 democratici. Nei 52 distretti ancora non assegnati i repubblicani sono in vantaggio in 21 e i democratici in 31. Quello che il partito di Trump non potrà ottenere è una maggioranza di 60 voti al Senato che gli avrebbe permesso di far passare velocemente ogni nuova legge (costituzionali escluse).
Comunque vada a finire Donald Trump può contare su un check&balance (il meccanismo che distribuisce il potere nel sistema politico Usa per impedire a un’unica istituzione o a un singolo individuo di esercitare un controllo totale) decisamente a suo favore, grazie anche al controllo della Corte Suprema (6 giudici repubblicani contro 3 democratici). Questo gli dovrebbe permettere di dare il via a quella agenda su economia e immigrazione (ridurre le tasse e chiudere le frontiere) che lo ha portato trionfalmente a vincere il secondo mandato. E che durerebbe almeno fino alle elezioni di Mid-Term del 2026, quando saranno rinnovati l’intera Camera e un terzo del Senato.
Anche nelle elezioni per i Governatori (ma questo era scontato) prevalgono i repubblicani, con 27 Stati vinti contro i 23 dei democratici. Due piccole consolazioni per i democratici al Senato arrivano dal Delaware e dal Maryland dove per la prima volta due donne afro-americane sono state elette contemporaneamente, raddoppiando il numero delle donne nere da due a quattro. Si tratta di Lisa Blunt Rochester (Delaware) e di Angela Alsobrooks, ex dirigente della contea di Prince George’s nel Maryland. Gli elettori hanno anche scelto la prima deputata apertamente transgender alla Camera dei Rappresentanti; conquistando il suo seggio Sarah McBride sarà la prima transgender a entrare al Congresso a Capitol Hill. Il 5 novembre, oltre alla scelta del nuovo presidente, molti elettori si sono espressi su diversi referendum statali su temi come il diritto all’aborto e l’uso della marijuana. Nei dieci Stati che votavano sull’accesso all’aborto i risultati sono stati complessivamente positivi per i democratici (7 vinti su 10) confermando la tendenza verso la protezione del diritto all’aborto successiva alla storica sentenza della Corte suprema che nel 2022 ha stabilito che l’interruzione di gravidanza non è un diritto garantito dalla Costituzione. Hanno però perso in Florida, dove non bastava una maggioranza semplice, ma occorreva il 60 per cento.