✕

Effetto Trump sulla guerra in Ucraina. Il Cremlino tace ma su Kiev Putin spera nella svolta

Ascolta l'audio

Nel 2016, il Tycoon fu duro verso la Russia. Da qui la prudenza. “È troppo imprevedibile”. Ma c’è chi coltiva l’ottimismo. E l’ambasciatore azzarda: “Meloni potrebbe far visita a Putin”
5 minuti di lettura

Mosca brinda con cautela

MOSCA — Dalla mezzanotte sino alle 9 del mattino di ieri, la rete di notizie Rossija24 non ha parlato d’altro che di elezioni statunitensi, eccetto per un’ora sparsa dedicata a Ucraina e eventi nazionali. I conduttori hanno persino dibattuto su come il meteo avrebbe potuto influenzare l’esito del voto. Una copertura capillare che lasciava trasparire una certa trepidazione. Eppure le prime reazioni ufficiali alla vittoria di Donald Trump, sono state tutte all’insegna della cautela. Stavolta nessun deputato ha applaudito alla Duma come avvenne nel 2016, né Vladimir Putin si è affrettato a congratularsi. Anzi, stando al suo portavoce Dmitrij Peskov, non è detto che lo farà.

«Non dimentichia…

Mosca brinda con cautela

MOSCA — Dalla mezzanotte sino alle 9 del mattino di ieri, la rete di notizie Rossija24 non ha parlato d’altro che di elezioni statunitensi, eccetto per un’ora sparsa dedicata a Ucraina e eventi nazionali. I conduttori hanno persino dibattuto su come il meteo avrebbe potuto influenzare l’esito del voto. Una copertura capillare che lasciava trasparire una certa trepidazione. Eppure le prime reazioni ufficiali alla vittoria di Donald Trump, sono state tutte all’insegna della cautela. Stavolta nessun deputato ha applaudito alla Duma come avvenne nel 2016, né Vladimir Putin si è affrettato a congratularsi. Anzi, stando al suo portavoce Dmitrij Peskov, non è detto che lo farà.

«Non dimentichiamo che stiamo parlando di un Paese ostile, direttamente e indirettamente coinvolto in una guerra contro il nostro Stato», ha spiegato. Giudicheremo Trump «in base alle sue azioni concrete», ha poi aggiunto. Circospezione condivisa anche dal ministero degli Esteri: «Non ci facciamo illusioni. L’élite politica al potere negli Usa aderisce ad atteggiamenti anti-russi e alla linea di “contenimento di Mosca”». Andrej Medvedev, vicepresidente della Duma di Mosca, ha spiegato il perché di tanta prudenza: «Ricordate cosa successe dopo il 2016? Ricordate il numero di sanzioni imposte da Trump? Per la Russia non cambierà nulla». Durante il suo precedente mandato alla Casa Bianca, a dispetto delle aspettative, Trump in effetti revocò i trattati sul disarmo nucleare, istituì la Us Space Force e stanziò più uomini lungo il fianco orientale della Nato. Da qui le reazioni circospette che, però, stando al media indipendente Vjorstka, sarebbero di pura facciata: secondo «un interlocutore di alto rango del Parlamento», Putin in realtà si sarebbe congratulato con Trump, ma informalmente, «tramite conoscenti», passando per il ministero degli Esteri. E lo stesso avrebbero fatto il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, l’ex leader Dmitrij Medvedev, l’ad di Sberbank German Gref e i capi delle due Camere del parlamento Vjacheslav Volodin e Valentina Matvienko.

La verità come sempre sta nel mezzo e la dice bene Moskovskij Komsomolets: «A Mosca Trump è considerato il candidato “più interessante”, ma anche il “più imprevedibile”. Tutto è possibile, politiche piacevoli e non molto piacevoli per Mosca da parte dello sponsor principale di Kiev». Parlando con Repubblica, il politologo Sergej Markov, ex consigliere di Putin, oggi direttore dell’Istituto di ricerche politiche di Mosca, ipotizza tre scenari: «Primo, che tutto resti così com’è perché anche stavolta avrà la meglio il deep state, o “stato profondo”. Secondo, che la schiacciante vittoria e la maggioranza in Senato permettano a Trump di aggirare o sopprimere il deep state e rilanciare le relazioni con Mosca. Terzo, che tutto vada in malora, perché magari Putin rifiuterà l’accordo proposto da Trump e Trump lo vedrà come un affronto».

Qualcuno però coltiva l’ottimismo. Medvedev spera che Trump tagli gli aiuti a Kiev. Gli imprenditori, con in testa il capo del Fondo sovrano Kirill Dmitriev, intravedono «nuove opportunità». E l’ambasciatore russo in Italia Aleksej Paramonov arriva persino a immaginare che Giorgia Meloni sfidi le ire dei colleghi occidentali per volare dal presidente russo e, passeggiando con lui, capisca che la visita tanto osteggiata non solo «salverà l’Italia dalla morte culturale e anagrafica, ma l’aiuterà a costruire ponti per il futuro». Una pagina di «fantapolitica», avverte Paramonov. Intanto un primo segno di disgelo c’è stato: martedì, insieme ad altri 27 diplomatici, l’ambasciatrice Cecilia Piccioni ha presentato le credenziali a Putin, prima funzionaria italiana a ritrovarsi faccia a faccia con lui dal febbraio 2022. A tutti Putin ha detto di sperare che «prevalga un approccio razionale ed equilibrato alla cooperazione». Poche parole a buon intenditor. (Rosalba Castelletti)

Ora l’Ucraina teme di essere lasciata sola

Più deluso di Kamala Harris è solo Volodymir Zelensky. Il presidente ucraino non lo ammette e anzi si è affrettato a congratularsi con Trump «per l’impressionante vittoria elettorale», ricordando «il bell’incontro a settembre quando abbiamo parlato del Piano per la vittoria» e apprezzando «il suo approccio alla pace attraverso la forza negli affari globali». Si mostra ottimista. E però, non gli sfugge che diventa presidente degli Stati Uniti l’uomo che nel giugno del 2023 ha detto che farà finire la guerra in Ucraina in 24 ore, che ha un rapporto diretto con Putin (si sono telefonati sette volte durante il mandato di Joe Biden), e che ha scelto, come vice, J.D. Vance, uno dei più convinti oppositori dell’invio di aiuti a Kiev.

È chiaro che, se Zelensky avesse potuto votare, avrebbe votato Harris, cioè la continuità con Biden che ha reso gli Usa il più robusto donatore di armi e denaro all’Ucraina. Ma con Trump desideroso di «porre fine alle guerre in corso» per concentrarsi sull’espansionismo cinese, si indeboliscono due punti chiave del Piano di Zelensky: l’autorizzazione a usare i missili a lungo raggio in territorio russo e la richiesta di ingresso rapido nella Nato. Mentre l’esercito è impegnato in una delle fasi più complicate del conflitto (a ottobre i russi hanno conquistato 490 chilometri quadrati di territorio, mai così tanti dal 2023), il timore in Ucraina è che Trump, minacciando di ridurre il sostegno, spinga Zelensky a accettare la soluzione alla coreana: Paese diviso in due, pur senza riconoscere le occupazioni russe.

Tuttavia, il deep state americano avrà un peso cruciale nello spiegare al neoeletto i rischi che un eventuale crollo ucraino porrà a Paesi Nato quali la Polonia, perciò nessuno scommette su un disimpegno sbrigativo. Oltrettutto, Biden per tre mesi è ancora in carica, e a Kiev sperano in decisioni di fine mandato che tutelino l’Ucraina dalla tanto temuta «pace come resa». (Fabio Tonacci)

Netanyahu esulta ma non sarà un via libera alla guerra totale

TEL AVIV — Prima che la matematica certificasse l’elezione, il premier Benjamin Netanyahu aveva già preso il telefonino per twittare di gioia. Saluti di famiglia, cortesie per ospiti da invitare presto a cena: «Cari Donald e Melania Trump, congratulazioni per il più grande ritorno della storia! È una grande vittoria. In amicizia, i vostri Benjamin e Sara». Bibi aveva scommesso su di lui — il grande amico di Israele che spostò l’ambasciata Usa a Gerusalemme e varò gli accordi di Abramo — e ha vinto.

Ma non è carta bianca per le guerre che Israele sta combattendo. «Votate Trump e riportate la pace», esortava i suoi elettori il tycoon. Fino al 20 gennaio, poi, sarà Joe Biden a gestire la crisi; e potrebbe togliersi sassolini dalle scarpe come Obama nel 2016, quando gli Usa si astennero su una risoluzione Onu sui coloni. Per un accordo su Gaza, ora Biden potrebbe usare la clava.

Ma il nodo più delicato resta la guerra con l’Iran, nemico numero 1 di Israele. Teheran minaccia di rispondere all’attacco del 26 ottobre, e Bibi ha licenziato il ministro della Difesa Gallant per il più malleabile e meno moderato Katz. A Gerusalemme si inseguono appelli a radere al suolo le centrali in cui l’Iran arricchisce l’uranio, e a andare fino in fondo contro gli ayatollah. Biden ha spostato nell’area sei bombardieri B52 puramente offensivi. Dietro l’angolo, però, c’è Trump: gli iraniani lo temono, è lui che uscì dall’accordo sul nucleare e uccise il generale Soleimani. Ora punta piuttosto alla normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, e potrebbe riuscirci: Bibi si aspetta aiuto a contrastare la Cpi, che lo indaga per crimini di guerra; e sostegno per la riforma giudiziaria con cui evitare i processi che lo attendono. (Paolo Brera)

L’allarme di Taipei mentre Pechino spera nel disimpegno Usa

PECHINO — Nelle stanze di Zhongnanhai, cuore del potere comunista, Xi Jinping e compagni hanno già iniziato a farsi molte domande su che cosa significherà per la Cina il Trump bis. La prima — come si comporteranno gli americani nei confronti di Taiwan, cioè la questione più importante nelle relazioni bilaterali Cina-Usa — porta con sé un ampio spettro di possibilità e di incertezze. I commenti di Trump dei mesi scorsi («Dovrebbero pagarci per la loro difesa») hanno allarmato Taipei e potrebbero rinvigorire la pressione di Pechino. I rischi di una politica estera statunitense più transazionale sono alti per Taiwan, che conta sul sostegno americano per scoraggiare l’aggressione cinese. È vero che l’America sarà un po’ più isolazionista e meno interessata ad alcuni teatri, ma ipotizzare un completo abbandono dell’isola da parte di Washington è difficile. L’imprevedibilità del tycoon complica però i ragionamenti della Cina: mosse azzardate potrebbero rivelarsi fatali.

Un Trump bis potrebbe significare un indebolimento delle alleanze Usa, e maggiore spazio per Pechino per rafforzare la sua influenza nel mondo. I rischi all’orizzonte sono però molti. Trump potrebbe scatenare una nuova guerra commerciale con conseguenze devastanti. Aveva promesso (meglio, minacciato) di imporre dazi del 60% su tutto l’export cinese negli Usa: scelta che potrebbe tagliare di 2,5 punti percentuali la crescita cinese l’anno prossimo, cioè dimezzarla. «Ci congratuliamo con Trump», dice il ministero degli Esteri cinese. «Continueremo a considerare e gestire le relazioni secondo i principi del rispetto reciproco e della coesistenza pacifica». Altri quattro anni turbolenti, questo è certo. (Gianluca Modolo)

Leggi i commenti