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David Quammen: “Trump è peggio di un virus ma scenderemo in piazza”

David Quammen (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images)

 

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Lo scrittore: “Dalla mia voce si capisce quanto sono preoccupato per la democrazia. E mi piange il cuore per i lavoratori che lo hanno sostenuto”
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LONDRA — Con un groppo alla gola, David Quammen, 76enne autore americano, celebre divulgatore scientifico e padre del capitale Spillover. L’evoluzione delle pandemie (Adelphi), ci rivela di aver scritto a mano 65 lettere a elettori indecisi di stati in bilico come Pennsylvania e Georgia: «“Cara Isabel, caro Rodrigo, caro Thomas… credo in voi…”. In ognuna ho scritto cose così, tutte diverse. Forse avevo convinto qualcuno a votare per Kamala Harris», ci racconta dall’australiana Tasmania dove si trova per ricerca. Mentre la commozione gli frattura più volte la voce: «Dopo il voto, speravo di telefonare a mia moglie e dirle: “Ti amo, è andato tutto bene: Trump ha perso”».

E invece...

«E invece eccoci qui, di fronte a questo disastro».

Per lei Trump è lo “spillover” della democrazia, un virus che può corroderla e metterla a serio rischio?

«Certo. Ma non userei questo paragone improprio: sarebbe un insulto per i virus. E quando l’altro giorno Trump è saltato su un camion dell’immondizi…

LONDRA — Con un groppo alla gola, David Quammen, 76enne autore americano, celebre divulgatore scientifico e padre del capitale Spillover. L’evoluzione delle pandemie (Adelphi), ci rivela di aver scritto a mano 65 lettere a elettori indecisi di stati in bilico come Pennsylvania e Georgia: «“Cara Isabel, caro Rodrigo, caro Thomas… credo in voi…”. In ognuna ho scritto cose così, tutte diverse. Forse avevo convinto qualcuno a votare per Kamala Harris», ci racconta dall’australiana Tasmania dove si trova per ricerca. Mentre la commozione gli frattura più volte la voce: «Dopo il voto, speravo di telefonare a mia moglie e dirle: “Ti amo, è andato tutto bene: Trump ha perso”».

E invece...

«E invece eccoci qui, di fronte a questo disastro».

Per lei Trump è lo “spillover” della democrazia, un virus che può corroderla e metterla a serio rischio?

«Certo. Ma non userei questo paragone improprio: sarebbe un insulto per i virus. E quando l’altro giorno Trump è saltato su un camion dell’immondizia... ho pensato a un’altra metafora».

Quale?

«La spazzatura che è diventato il partito repubblicano. Non l’ho mai votato, eppure un tempo era rispettabile. A turno con i democratici, si prendeva cura del Paese, del rispetto della legge. Adesso, invece, Trump neanche cita la parola Republican. Il partito è diventato un culto personale, che ha abdicato a tutti i suoi princìpi, incluso quello di contrastare la Russia. Oggi, purtroppo, sono rimasti in pochi di quel vecchio e sano “Gop”, come Mitt Romney e Liz Cheney. È morto pure il grande John McCain, che difatti Trump odiava. Tutto ciò è terrificante per la democrazia americana».

Come se lo spiega? Lei vive in Montana ed è nato in Ohio, due stati molto repubblicani.

«Il sostegno degli operai e delle classi lavoratrici, ex elettori democratici e vittime di crisi economiche negli ultimi due decenni, ha avuto il suo peso. È vero che queste persone stavano meglio durante la prima presidenza Trump, ma per un mix di fattori esterni. The Donald non sarà la cura giusta, anzi. Mi piange il cuore per loro. Mentre non ho alcuna compassione per gli uomini bianchi che lo hanno votato solo perché, dopo trecento anni, temono di perdere i loro privilegi secolari».

Però anche Biden, Harris e i democratici hanno le loro colpe, vedi i clamorosi flop contro l’immigrazione illegale.

«Vero. Ma allo stesso tempo Trump ha bloccato per mesi una legge bipartisan ad hoc. È patetico, vergognoso».

Con una seconda presidenza Trump, cosa c’è a rischio in America?

«Il processo e le funzioni democratiche. Il rispetto della legge, in patria ma anche all’estero, vedi il caso Russia. Il rispetto per il dibattito civile. La battaglia contro il climate change. Una buona politica energetica. Una politica migratoria razionale, ma umana. Può percepire dalla mia voce quanto sia preoccupato per questi pilastri della nostra democrazia».

Ma lei Quammen ora come sopravviverà ad altri quattro anni di Trump?

«Ne parlavo l’altro giorno con mia moglie Betsy. Pensavo di fuggire dagli Stati Uniti. Trasferirci a Edimburgo. O in Italia. Ma, dopo alcune discussioni, abbiamo deciso di restare in America. Rispetteremo le istituzioni, oltre al risultato delle elezioni. Scenderemo in strada a manifestare, se servirà. Difenderemo ogni giorno la democrazia, e spero che avremo il coraggio per farlo. Come disse il padre fondatore Benjamin Franklin a una donna che 250 anni fa gli chiese “ma quindi che forma di governo avremo?”. “Una democrazia, signora. Sempre se saprete difenderla”».

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