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Meloni chiama Trump, Salvini la sfida e prepara lo stop all’invio di armi a Kiev

Giorgia Meloni e Matteo Salvini 

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La premier si propone pontiere con Bruxelles e pensa di andare al giuramento. Il leghista: “Solo io tifavo per lui”
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Roma — Sono scossoni gestibili, per adesso. Ma allarmano comunque palazzo Chigi. Perché la vittoria di Donald Trump smuove il centrodestra, rimescola equilibri, archivia placide certezze. Dei rischi della nuova fase è consapevole Giorgia Meloni. La premier ha necessità di costruire un legame con il vincitore, tanto che dentro Fratelli d’Italia ipotizzano che possa volare a Washington per la cerimonia d’insediamento del 20 gennaio. Nel frattempo, si muove e ottiene di sentirlo al telefono, promettendosi reciprocamente di lavorare assieme in «stretto coordinamento», a partire da Ucraina e Medio Oriente, per rafforzare «stabilità e sicurezza, anche nel quadro dei rapporti con l’Unione europea». Una prima candidatura a diventare ponte tra le due sponde dell’Atlantico.

È un segnale rivolto innanzitutto a Matteo Salvini, l’alleato in cerca di riscossa. Il leghista prepara un viaggio negli Stati Uniti entro il 2024 ed è solerte nel rivendicare la scommessa sul tycoon: «In pochi tifavano per …

Roma — Sono scossoni gestibili, per adesso. Ma allarmano comunque palazzo Chigi. Perché la vittoria di Donald Trump smuove il centrodestra, rimescola equilibri, archivia placide certezze. Dei rischi della nuova fase è consapevole Giorgia Meloni. La premier ha necessità di costruire un legame con il vincitore, tanto che dentro Fratelli d’Italia ipotizzano che possa volare a Washington per la cerimonia d’insediamento del 20 gennaio. Nel frattempo, si muove e ottiene di sentirlo al telefono, promettendosi reciprocamente di lavorare assieme in «stretto coordinamento», a partire da Ucraina e Medio Oriente, per rafforzare «stabilità e sicurezza, anche nel quadro dei rapporti con l’Unione europea». Una prima candidatura a diventare ponte tra le due sponde dell’Atlantico.

È un segnale rivolto innanzitutto a Matteo Salvini, l’alleato in cerca di riscossa. Il leghista prepara un viaggio negli Stati Uniti entro il 2024 ed è solerte nel rivendicare la scommessa sul tycoon: «In pochi tifavano per Donald, anche nel centrodestra». La sfida, insomma, è partita. E potrebbe giocarsi già nelle prossime settimane sul terreno delicatissimo dell’invio di pacchetti militari all’Ucraina per l’intero 2025. Ed è proprio qui che iniziano i problemi.

Nei prossimi sessanta giorni, la maggioranza deve approvare una risoluzione in Parlamento che autorizzi per l’anno prossimo eventuali nuove spedizioni belliche a Kiev. Sarà poi il governo a varare il conseguente decreto. In queste ore, però, Salvini medita un clamoroso strappo. Se Trump dovesse attestarsi subito e con forza sulla linea del “basta armi” all’Ucraina, il vicepremier minaccerà di bloccare la risoluzione. A palazzo Chigi sono stati avvertiti del rischio. E tremano.

Basta leggere le dichiarazioni pubbliche di Salvini per pesare il problema. «Aiuteremo sempre l’Ucraina per difendersi, mai per attaccare», è la premessa. Ma è quanto sostiene dopo che chiarisce la prospettiva: «Conto che l’insediamento di Trump riporti la pace e non ci sia bisogno di undicesimi, dodicesimi o tredicesimi pacchetti di armi». Per Meloni è diverso. La premier deve ricostruire un rapporto con il nuovo presidente, senza sconfessare la linea della “pace giusta” sostenuta per due anni. Ecco perché saluta l’avvento del leader con un comunicato più che sobrio: «Le più sincere congratulazioni. siamo nazioni sorelle, legate da un’alleanza incrollabile. È un legame strategico, che sono certa ora rafforzeremo ancora di più. Buon lavoro Presidente». In realtà, a preoccupare Meloni è soprattutto il nodo politico del “nemico a destra”, l’ossessione dei post missini. Vale per le armi, i dazi e i rapporti di forza a Bruxelles.

In queste ore, Salvini si propone come terminale trumpiano a Roma, attivo assieme ai Patrioti di Viktor Orbán per scardinare la commissione di Ursula von der Leyen, che Meloni di fatto sostiene. Non è un caso che proprio il leghista difenda addirittura l’idea dei dazi americani, pur di attaccare Bruxelles. Parliamo di un incubo, per la premier: la minaccia è di tassare del 10% tutti i prodotti importati dall’Italia. Non resta che sperare nella clemenza di Washington: «Quattro anni fa con noi fu benevolo», ricorda Antonio Tajani.

Ma non basta. Anche sulle spese militari la battaglia si preannuncia aspra. Se Trump pretende che Roma garantisca altri 11 miliardi l’anno per rispettare l’impegno del 2% del Pil, la premier resiste. Ma è Guido Crosetto a fare subito sapere che la richiesta della Casa Bianca arriverà molto presto: «Dovremo prenderci in carico la nostra parte di difesa».

La sfida a destra si gioca a tutto campo. Tanto che l’eco arriva addirittura nel quartier generale trumpiano. Vivek Ramaswamy, possibile segretario nella nuova amministrazione, spiega tra i tavoli del club di Mar-a-Lago lo stato dell’arte: «Il rapporto con l’Italia sarà forte e profondo». Per poi aggiungere: «Io ho aiutato Salvini a parlare con Trump e lui resta un grande interlocutore. Però devo dire che ho incontrato Meloni quando è stata negli Stati Uniti e mi ha fatto una grande impressione. È concreta e capace». Messaggi rivolti a chi intende mettersi prima a disposizione. Nel frattempo, si muovono i mediatori di Salvini e Meloni per cercare di scavalcarsi. L’obiettivo è un contatto con Paolo Zampolilli, ambasciatore e imprenditore amico di Trump. Vale tutto, in queste ore

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