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Due anime, un partito moderati e sinistra si contendono i dem

(reuters)

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Alla ricerca di volti nuovi, l’ex Speaker Nancy Pelosi invoca una svolta al centro per recuperare i voti perduti mentre la sinistra interna, capitanata da Bernie Sanders, chiede di intensificare la lotta alle diseguaglianze
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«Dobbiamo fare pulizia dentro casa, serve una nuova generazione di leader con nuovi volti e idee». È Ro Khanna, deputato della California, ad esprimere il sentimento che prevale fra i democratici dopo la sconfitta di Kamala Harris: «Dobbiamo guardare oltre l’attuale establishment». Khanna è un fedelissimo di Nancy Pelosi, l’ex Speaker della Camera dei Rappresentanti che ha guidato l’offensiva per spingere il presidente Joe Biden a rinunciare a ricandidarsi e che non voleva Harris al suo posto. Ora Pelosi tace ma fa capire di guardare a Hakeem Jeffries, il deputato afroamericano di Brooklyn-Bronx, 44 anni, che ha guidato la maggioranza alla Camera. «È il migliore che abbiamo a Capitol Hill», fa sapere Pelosi.

Per capire cosa intende bisogna leggere Ezra Klein che, sul New York Times paragona la vittoria di Trump nel 2024 a quella di George W. Bush nel 2004: ora come allora a vincere con il sostegno del voto popolare è stato un repubblicano che i democratici pensavano delegittimato…

«Dobbiamo fare pulizia dentro casa, serve una nuova generazione di leader con nuovi volti e idee». È Ro Khanna, deputato della California, ad esprimere il sentimento che prevale fra i democratici dopo la sconfitta di Kamala Harris: «Dobbiamo guardare oltre l’attuale establishment». Khanna è un fedelissimo di Nancy Pelosi, l’ex Speaker della Camera dei Rappresentanti che ha guidato l’offensiva per spingere il presidente Joe Biden a rinunciare a ricandidarsi e che non voleva Harris al suo posto. Ora Pelosi tace ma fa capire di guardare a Hakeem Jeffries, il deputato afroamericano di Brooklyn-Bronx, 44 anni, che ha guidato la maggioranza alla Camera. «È il migliore che abbiamo a Capitol Hill», fa sapere Pelosi.

Per capire cosa intende bisogna leggere Ezra Klein che, sul New York Times paragona la vittoria di Trump nel 2024 a quella di George W. Bush nel 2004: ora come allora a vincere con il sostegno del voto popolare è stato un repubblicano che i democratici pensavano delegittimato. Allora la scommessa dei democratici fu di reagire puntando sul giovane senatore dell’Illinois Barack Hussein Obama, perché era l’esatto contrario del candidato sconfitto John Kerry: voltarono le spalle a centrismo e moderazione dell’era Clinton, unendosi attorno al primo afroamericano simbolo dei progressisti, l’«ala liberal del nostro partito», come la definiva il senatore Ted Kennedy.

Dunque, bisogna chiedersi se ora serva la scelta opposta, andare verso il centro. Anche perché i progressisti hanno avuto due mandati di Obama nel 2008 e 2012, un mandato di Biden nel 2020 e la candidatura di Harris nel 2024, che fu proprio Barack a suggerire a Biden come vice. Questo è il messaggio che viene dal campo di Nancy Pelosi, e i nomi possibili non mancano: Jeffries a parte, ci sono la governatrice dello Stato operaio del Michigan Gretchen Withmer, che Biden non ha voluto come erede, e il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, che Harris ha scartato come vice ritenendolo troppo vicino a Israele per le posizioni espresse sulla guerra in Medio Oriente.

A dare voce a questo fronte moderato ci sono giovani deputati come Ritchie Torres, paladino dei diritti Lgbtq+ e degli immigrati, che dopo il risultato presidenziale ha commentato senza mezzi termini: «Questa sconfitta dimostra che l’estrema sinistra si è rivelata il migliore alleato di Trump a causa delle campagne fatte contro i fondi alla polizia, delle offese ai Latinx (un termine dispregiativo verso i latini, ndr) e delle grida “Dal fiume al mare”» sulla guerra di Gaza. Il senatore della Pennsylvania John Fetterman è della stessa opinione, si definisce «pragmatico e progressista» e crede nella necessità dell’apertura dei democratici ai moderati e indipendenti «che sono andati da Trump a causa degli errori che noi democratici abbiamo compiuto».

C’è però anche l’altra anima dei Democrats, rappresentata dal senatore socialista del Vermont Bernie Sanders, che rimprovera a Harris l’errore opposto: essersi spostata troppo a destra, corteggiando i repubblicani con Liz Cheney e Barbara Bush fino al punto da alienarsi la base democratica. È la tesi del mensile progressista The Nation: «Harris è stata la ripetizione di Hillary 2016 e abbiamo perso ancora». Da qui la voce di Shri Thanedar, deputato di Detroit, secondo il quale «bisogna tornare ad occuparsi di chi soffre». Alexandra Rojas, che dirige Justice Democrats, all’estrema sinistra, lo dice così: «Dobbiamo recuperare legittimità fra chi soffre e si sente marginalizzato, vittima delle diseguaglianze».

Il nome a cui Thanedar e Rojas pensano come nuova leader è Alexandria Ocasio-Cortez, portoricana classe 1989, che da quando è entrata alla Camera nel 2018, diventando la donna più giovane eletta al Congresso, si è rapidamente imposta come la figura di spicco dell’ala progressista del partito: promuovendo il “Green New Deal”, la riforma sanitaria nazionale “Medicare for All”, la “giustizia razziale” e la cancellazione del debito studentesco. Ocasio-Cortez è anche molto abile nell’uso dei social - vanta milioni di followers - e alla Convention di Chicago ha dimostrato di saper adattare la sua agenda progressista anche a un pubblico più vasto.

Dietro di lei ci sono, su posizioni analoghe, il governatore della California Gavin Newsom e quello dell’Illinois JB Pritzker. Siamo nel campo di Obama dove la stella resta, per tutti, l’ex First Lady Michelle. A sostenere questa direzione di marcia è Don Beyer, deputato facilmente rieletto in Virginia, che invita a «non reagire in maniera eccessiva alla sconfitta» perché l’errore è stato il candidato vulnerabile scelto in extremis, non la linea politica.

Jef Pollock, veterano fra i sondaggisti democratici, tenta di individuare una strada da percorrere capace di tenere assieme l’opzione moderata e quella progressista: «Dobbiamo ricostruire il rapporto con le aree rurali, la classe operaia, gli ispanici, i giovani uomini e tutti coloro che ci accusano di ignorare i loro bisogni quotidiani». Danielle Butterfield, del Super-Pac elettorale Priorities USA, taglia corto: «Serve molta umiltà».

Saranno i prossimi mesi a svelare se il partito di Pelosi e Sanders, i cui volti di spicco sugli opposti fronti sembrano essere Jeffries e Ocasio-Cortez, seguirà o meno la strada dei repubblicani che dopo il ko di Mitt Romney del 2012 affidarono a una task force interna il compito di ricostruire il partito dalle fondamenta. Di certo, colpisce che i democratici nelle più recenti presidenziali hanno perso con due candidate donne e hanno vinto con un uomo bianco. Ma fra i volti emergenti dalla base del partito, al momento, ciò che manca di più sono proprio giovani uomini bianchi

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