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Post-democrazia e più potere ai bianchi: le tesi che piacciono agli ideologi di Trump

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Da Patrick Deneen che teorizza il “rovesciamento della classe dirigente liberale corrotta” a Harvey Mansfield autore dell’antifemminista “Manliness”: i libri che ispirano i fedelissimi del presidente eletto
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Washington — Sfogliare i testi che ispirano i suoi fedelissimi per capire come sarà il nuovo Trump 2.0 perché se è vero che The Donald non è un accanito lettore il suo cerchio magico legge, eccome. Sono sei i più citati referenti culturali del mondo “Maga” il cui pensiero potrebbe ora plasmare le politiche degli Stati Uniti.

Amatissimo dal vicepresidente eletto JD Vance è Patrick Deneen: che dopo aver teorizzato il fallimento della liberal-democrazia con "Why Liberalism Failed” ha pubblicato “Regime Change”: l’idea è promuovere virtù cristiane attraverso un «pacifico ma vigoroso rovesciamento della classe dirigente liberale corrotta per la creazione di un ordine post-liberale».

Tradotto in fatti può significare la sostituzione di funzionari di governo con fedelissimi trumpiani. Cru…

Washington — Sfogliare i testi che ispirano i suoi fedelissimi per capire come sarà il nuovo Trump 2.0 perché se è vero che The Donald non è un accanito lettore il suo cerchio magico legge, eccome. Sono sei i più citati referenti culturali del mondo “Maga” il cui pensiero potrebbe ora plasmare le politiche degli Stati Uniti.

Amatissimo dal vicepresidente eletto JD Vance è Patrick Deneen: che dopo aver teorizzato il fallimento della liberal-democrazia con "Why Liberalism Failed” ha pubblicato “Regime Change”: l’idea è promuovere virtù cristiane attraverso un «pacifico ma vigoroso rovesciamento della classe dirigente liberale corrotta per la creazione di un ordine post-liberale».

Tradotto in fatti può significare la sostituzione di funzionari di governo con fedelissimi trumpiani. Cruciale è poi Christopher Caldwell, giornalista che nel suo “The Age of Entitlement”, sostiene il maggioritario etnico affermando che la legge contro le discriminazioni del 1964 ha portato i bianchi a «occupare il gradino più basso della gerarchia di razze». L’idea che l’America discrimini i bianchi, è sostenuta da Stephen Miller, principale consigliere di Trump sull’immigrazione.

Nella Silicon Valley va invece forte “The Managerial Revolution”, testo del 1941 del filosofo James Burnham dove, oltre a teorizzare un’economia statalista, si anticipa lo scontro fra Ceo conservatori e dipendenti progressisti, ispirando quei miliardari a chiedere non solo tagli di tasse a loro favore ma anche garanzie antisindacali per meglio controllare i dipendenti. Piace anche molto il pensiero “tecno-monarchico” del blogger e imprenditore Curtis Yarvin: per lui il futuro è una monarchia aziendale. Più che Trump, vede un Elon Musk nel ruolo di Ceo/dittatore.

Ma non va sottovalutata nemmeno l’influenza dell’ormai 90enne ex professore di Harvard Harvey Mansfield, politologo, autore dell’antifemminista “Manliness”, definisce Trump demagogo volgare, ma ne elogia il machismo: «Primo politico americano a vincere con una dimostrazione di virilità e attacchi alla correttezza politica». La virilità, per lui, è risolutezza autoritaria. Infine Elbridge Colby, il falco anti-Cina: nel suo The Strategy of Denial, afferma che l’ascesa della Cina rappresenta la maggior minaccia geostrategica per gli Stati Uniti. La “strategia di negazione” consiste nel ridimensionare gli impegni ad esempio in Ucraina e nella Nato e concentrare tutto nell’area asiatica.

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