A Kiev il tempo del «ci riprenderemo i confini del 1991» è finito da un pezzo, ma non vuol dire che sia cominciato quello della «pace come resa». A parole nessun ucraino è disposto a cedere pezzi di territorio alla Russia in cambio del cessate il fuoco. Neppure ora che la situazione in battaglia è pessima, i prezzi di elettricità e gas sono alle stelle e Trump tornerà alla Casa Bianca con l’intenzione, ribadita nel giorno della vittoria elettorale, di terminare la guerra accomodando allo stesso tavolo Zelensky e l’autocrate del Cremlino. «Nessuna concessione a Putin», vanno ripetendo in queste ore in Ucraina. Ma sono parole d’impeto, appunto. I fatti portano ad altro.
Per la prima volta discutere di soluzione alla coreana (congelamento del fronte così com’è e rinuncia temporanea alla riconquista dell’intero territorio) non è più tabù, a patto però di immaginare robuste garanzie di sicurezza per Kiev. «Non accetteremo mai di lasciare Mariupol e il Donbass ai russi», spiega a Repub…
A Kiev il tempo del «ci riprenderemo i confini del 1991» è finito da un pezzo, ma non vuol dire che sia cominciato quello della «pace come resa». A parole nessun ucraino è disposto a cedere pezzi di territorio alla Russia in cambio del cessate il fuoco. Neppure ora che la situazione in battaglia è pessima, i prezzi di elettricità e gas sono alle stelle e Trump tornerà alla Casa Bianca con l’intenzione, ribadita nel giorno della vittoria elettorale, di terminare la guerra accomodando allo stesso tavolo Zelensky e l’autocrate del Cremlino. «Nessuna concessione a Putin», vanno ripetendo in queste ore in Ucraina. Ma sono parole d’impeto, appunto. I fatti portano ad altro.
Per la prima volta discutere di soluzione alla coreana (congelamento del fronte così com’è e rinuncia temporanea alla riconquista dell’intero territorio) non è più tabù, a patto però di immaginare robuste garanzie di sicurezza per Kiev. «Non accetteremo mai di lasciare Mariupol e il Donbass ai russi», spiega a Repubblica il deputato ucraino Oleksiy Goncharenko del partito di opposizione Solidarietà. «Possiamo però riprenderli senza l’aiuto americano? Dubito. Zelensky, che è il Comandante in capo delle forze armate, può valutare l’armistizio senza riconoscimento formale delle conquiste del nemico, se ci verrà data la garanzia di entrare nella Nato. Al limite andrebbe bene anche un trattato come quello tra Stati Uniti e Giappone».
Goncharenko si riferisce all’accordo di mutua cooperazione e sicurezza reciproca stipulato tra Washington e Tokio negli anni Sessanta, nel quadro di un programma di solida assistenza militare. Il suo è un approccio pragmatico, che si diffonde tra gli ucraini ma che non coincide con la posizione maggioritaria. Presuppone che Trump, al di là delle vaghe rassicurazioni al telefono, prima o poi tagli il sostegno a Kiev per puntare a una sua formula di pace, differente da quella «giusta» invocata da Zelensky nel Piano per la vittoria. L’approccio pragmatico scaturisce anche dalle notizie, non rosee, che arrivano dal fronte.
L’esercito di Putin ha cambiato passo poche ore dopo l’election day americano. La strategia è avanzare il più possibile prima di trattare: stanno spingendo forte per cacciare gli ucraini dal Kursk, nel Donbass sono penetrati nella periferia di Toretsk e minacciano Pokrovsk, città snodo dell’est. Nell’ultimo mese hanno conquistato un’area superiore a quella presa in un intero anno. «Nel Kursk i nemici hanno concentrato 45 mila soldati, tra cui i nordcoreani», spiega il generale ucraino Syrskyj, ammettendo la difficoltà. Per la deputata Maryan Bezuhla (Servitori del Popolo, il partito di Zelensky) Syrsky in realtà si sta preparando a ritirare le truppe dalla regione russa.
Oltre ai pragmatici, ci sono gli ottimisti per forza. Una fonte qualificata del governo di Kiev, per esempio, si dice fiduciosa che i proclami elettorali di Trump caleranno nella realtà in modo costruttivo e non ci sarà bisogno di concedere niente a Putin. «Il crollo dell’Ucraina avrebbe conseguenze disastrose per gli Usa», ragiona la fonte. «Sarebbe il via libera ai tiranni del mondo a invadere Paesi altrui, e la Casa Bianca non può permetterselo». Tuttavia Trump vuole chiudere coi conflitti che drenano denaro del contribuente americano per concentrarsi nel contenimento dell’espansionismo cinese. «L’unico elemento che può farci digerire il compromesso è l’invito a entrare nella Nato, cosa che Putin non accetterà mai. Quindi la soluzione migliore è che l’America adotti una politica energetica per costringere Cina e India a interrompere l’acquisto di gas e petrolio russi così da abbattere l’economia della Federazione. Trump ha il coraggio per farlo».
Qui si arriva al cuore degli ottimisti per forza, che vedono nel tycoon populista una grande occasione, soprattutto rispetto a Joe Biden che ha perso credito da quando ha consegnato solo il 10 per cento degli armamenti promessi per il 2024. Trump, per loro, è in grado di minacciare la Russia con un confronto diretto. Prospettiva remota, ma che lo stesso alimenta le speranze di una certa parte della società ucraina. Anche Dymitro Kuleba, l’ex ministro degli Esteri, è tra coloro che vedono il bicchiere mezzo pieno. «Già nel 2016 fece dichiarazioni frustranti, ma alla fine ci vendette le armi e si oppose al progetto putiniano del Nord Stream 2. Con Trump, inoltre, l’Europa sarà obbligata a prendere in mano il proprio destino, che si decide qui in Ucraina».