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Il premio Nobel per l’Economia 2003 Robert Engle: “Con i nuovi dazi i prezzi torneranno a salire. La ricetta di Trump è fallimentare”

Robert Engle 

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L’intervista all’economista della New York University: “Preoccupa la spinta all’isolamento internazionale: gli Stati Uniti usciranno un’altra volta dagli Accordi sul clima puntando sul petrolio”
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«Se i precedenti significano qualcosa, Trump lasciò alla fine della sua amministrazione un’economia incerta, un Paese in guerra commerciale, fuori da qualsiasi accordo internazionale sull’ambiente. Biden ha cercato di recuperare punto per punto: ora Trump minaccia di mettere tutto di nuovo sottosopra». Robert Engle, premio Nobel nel 2003, economista della New York University, non smette di chiedersi perché: «Abbiamo un’economia che corre a velocità doppia di quella europea e sarebbe lanciata verso nuovi primati, perché fermare questa corsa? Perché correre tanti rischi?». Engle è stato fra i 23 premi Nobel – da Edward Phelps a Daron Acemoglu - firmatari di un clamoroso e documentato endorsement per Kamala Harris. Tutto inutile.

Trump è riuscito a convincere gli americani che la sua sarebbe la ricetta vincente. Secondo lei Trump avrà il successo di cui è tanto sicuro?

«Ne parleremo alla fine di questo quadriennio. Intendiamoci: non è detto che attuerà tutte le misure che ha promesso, a…

«Se i precedenti significano qualcosa, Trump lasciò alla fine della sua amministrazione un’economia incerta, un Paese in guerra commerciale, fuori da qualsiasi accordo internazionale sull’ambiente. Biden ha cercato di recuperare punto per punto: ora Trump minaccia di mettere tutto di nuovo sottosopra». Robert Engle, premio Nobel nel 2003, economista della New York University, non smette di chiedersi perché: «Abbiamo un’economia che corre a velocità doppia di quella europea e sarebbe lanciata verso nuovi primati, perché fermare questa corsa? Perché correre tanti rischi?». Engle è stato fra i 23 premi Nobel – da Edward Phelps a Daron Acemoglu - firmatari di un clamoroso e documentato endorsement per Kamala Harris. Tutto inutile.

Trump è riuscito a convincere gli americani che la sua sarebbe la ricetta vincente. Secondo lei Trump avrà il successo di cui è tanto sicuro?

«Ne parleremo alla fine di questo quadriennio. Intendiamoci: non è detto che attuerà tutte le misure che ha promesso, anche perché molte sono espresse in modo confuso e generico. Ma alcune sarebbero devastanti, a partire dall’isolamento internazionale in cui Trump sembra voler gettare la nostra economia, “protetta” da dazi e tariffe suicide che matematicamente riaprirebbero il problema dell’inflazione interna, così faticosamente sconfitta grazie alla lungimiranza e alla meticolosità della Fed. La banca centrale stessa, peraltro, rischia di essere commissariata o qualcosa del genere, supremo sfregio ai “check and balances” che Trump deliberatamente vuole calpestare».

Ieri comunque la Fed ha proseguito la sua politica di prudenti ribassi.

«Vero, ma c’è un aspetto da non trascurare: i tassi a lungo termine hanno cominciato da subito a salire, segno che i mercati hanno già incorporato il pericolo di un rialzo dell’inflazione dovuto ai dazi, che non potranno far altro che alzare i prezzi interni, generare misure ritorsive dai partner commerciali, accendere la miccia delle rivendicazioni salariali perché giustamente i lavoratori vorranno recuperare il potere d’acquisto. Tutta una catena che non si vede che senso abbia innescare».

Passando a un altro punto del programma di Trump, non pensa che abbassare le tasse sulle imprese sarebbe un beneficio per la corporate America?

«Veramente, gli unici ad avvantaggiarsene sarebbero i più ricchi, gli azionisti, i grandi industriali, i finanzieri. Le tasse sulle corporation erano effettivamente fra le più alte del mondo quando Trump le abbassò nel 2017, dal 35 al 21%, ma ora vuole arrivare – almeno promette – al 15%, un livello francamente troppo basso. Intanto il presidente eletto ha annunciato di voler chiudere il discorso della global minimum tax che l’amministrazione Biden stava lentamente risolvendo, lavorando insieme all’Ocse e ai principali Paesi occidentali. I quali, pur nelle loro opportune dichiarazioni di fedeltà atlantica, sono ormai convinti di dover avviare una complessa opera di contenimento dei danni».

Un altro punto debole, secondo la vostra dichiarazione pro-Harris, è l’atteggiamento di Trump riguardo la politica ambientale. Cosa temete?

«È qui che l’idiosincrasia di Trump verso tutti gli accordi internazionali emerge a tutto tondo. È già uscito una volta dagli accordi di Parigi, Biden è rientrato ma lui uscirà di nuovo. E poi c’è l’atteggiamento totalmente di laissez-faire verso l’industria petrolifera, libera di riprendere le trivellazioni sul suolo americano senza più limiti solo perché ha generosamente finanziato la sua campagna».

Non c’è una contraddizione con la sua amicizia con Musk, il signore dell’auto elettrica?

«Fino a un certo punto, perché comunque la produzione di auto elettriche, così come l’intelligenza artificiale, ha bisogno di grandi quantità di energia e il petrolio, o addirittura il carbone, servirebbe a questo. Ma nel complesso, c’è un arretramento spaventoso in qualsiasi politica di contenimento del cambiamento climatico. Peggio perfino di quanto ormai ritengono tanti capitani d’industria, consapevoli che il problema non è più rinviabile».

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