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Parte in salita la Cop di Baku, snobbata dai grandi del mondo

(afp)

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Inascoltato l’allarme Onu: superato il tetto dell’aumento di 1,5 gradi della temperatura globale, il 2024 si chiuderà come l’anno più caldo di sempre
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BAKU – Il Pianeta malato, con una febbre che ha ormai raggiunto i famosi +1,5 gradi di temperatura media una volta considerati invalicabili, grida di dolore: ma i grandi del mondo snobberanno la Cop 29 che parte oggi a Baku, in Azerbaijan. Non ci sarà Joe Biden. Mancheranno la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, il leader francese Emmanuel Macron, quello del Brasile (dove si terrà la prossima Cop) Luiz Inacio Lula, l’indiano Narendra Modi, il tedesco Olaf Scholz e il cinese Xi Jinping.

Insomma, i maggiori inquinatori del globo non parteciperanno alla conferenza annuale chiamata a salvare la terra. Ci sarà invece Giorgia Meloni: da capo del G7 la premier italiana non può esimersi, ma terrà giusto un breve discorso in plenaria il 13 novembre e poi tornerà a Roma.

La Cop29 vedrà impegnati 50 mila delegati in un negoziato fatto di strategie e relazioni, incentrato quest’anno sulla necessità di raccogliere più fondi per la finanza climatica. Si parla di trovare 1000 mil…

BAKU – Il Pianeta malato, con una febbre che ha ormai raggiunto i famosi +1,5 gradi di temperatura media una volta considerati invalicabili, grida di dolore: ma i grandi del mondo snobberanno la Cop 29 che parte oggi a Baku, in Azerbaijan. Non ci sarà Joe Biden. Mancheranno la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, il leader francese Emmanuel Macron, quello del Brasile (dove si terrà la prossima Cop) Luiz Inacio Lula, l’indiano Narendra Modi, il tedesco Olaf Scholz e il cinese Xi Jinping.

Insomma, i maggiori inquinatori del globo non parteciperanno alla conferenza annuale chiamata a salvare la terra. Ci sarà invece Giorgia Meloni: da capo del G7 la premier italiana non può esimersi, ma terrà giusto un breve discorso in plenaria il 13 novembre e poi tornerà a Roma.

La Cop29 vedrà impegnati 50 mila delegati in un negoziato fatto di strategie e relazioni, incentrato quest’anno sulla necessità di raccogliere più fondi per la finanza climatica. Si parla di trovare 1000 miliardi anziché i 100 decisi finora - ma la riuscita appare già compromessa in partenza sia per il disimpegno dei leader, sia per le ombre della nazione ospitante. L’Azerbaijan, appunto, la cui economia si basa proprio su petrolio e gas, combustibili che gli scienziati chiedono di abbandonare. Per non parlare del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, negazionista della crisi climatica.

Tuttavia l’urgenza di agire, di trovare fondi per adattamento e mitigazione all’impatto delle emissioni, non è mai stata tanto chiara come ora: la devastazione e il fango di Valencia, le inondazioni che hanno colpito l’Europa e l’Italia, la siccità che sta piegando l’Africa, i cicloni che hanno sconvolto la Florida e poi le fiamme che stanno bruciando ora la California o le alluvioni che si sono abbattute sulla Colombia (per questo il presidente Gustavo Petro non sarà alla Cop) sono tutti sintomi della stessa malattia. E gli scienziati con due nuovi report avvertono che la febbre non sta passando. Anzi, peggiora.

Il servizio Climate Change di Copernicus spiega che il 2024 sarà l’anno più caldo di sempre, quello in cui dovremmo prendere atto che gli Accordi di Parigi - in cui i Paesi si impegnavano a restare sotto i +1,5 gradi di riscaldamento rispetto all’era pre industriale - sono falliti: stiamo andando oltre. Di questo passo, senza un reale freno alle emissioni nel 2100 arriveremo intorno a + 3 gradi. E come se non bastasse, anziché calare, le emissioni dell’umanità sono in aumento costante: +1,3% quelle dello scorso anno, fa sapere l’Onu.

La soluzione per evitare ulteriori innalzamenti c’è, ma non se ne discute realmente. Lo scorso anno Cop28 di Dubai si chiuse con un timido “transition away”, l’idea di una uscita graduale - per l’umanità - dai combustibili fossili. Giusto un primo passo, che però a Baku probabilmente resterà un tabù: a capo della conferenza quest’anno c’è di nuovo un (ex) petroliere, Mukhtar Babayev, ministro dell’Ambiente dell’Azerbaijan per 25 anni dirigente della più grande compagnia statale di oil&gas del Paese, la Socar.

Questa figura doppia e soprattutto l’ingerenza della Socar - contro cui sono previste in tutto il mondo delle manifestazioni “contro-Cop” (dalla Climate Parade di Roma sino al Messico o la Georgia) - lasciano intuire che il discorso sull’addio alle fonti fossili non sarà sul tavolo. Proprio la Socar, che con l’Italia fa affari sul gas, di recente ha fatto sapere che aumenterà le sue produzioni fossili.

Dunque allo stadio di Baku, dove si svolge il summit, è lecito aspettarsi una forte presenza di lobbisti del fossile e l’unico grande tema centrale diventerà la finanza, ovvero trovare un accordo capace di ottenere risorse pubbliche e private per la transizione energetica, soprattutto per i Paesi meno ricchi. C’è anche la tenue speranza di nuovi e ambiziosi piani climatici da parte dei singoli Paesi per arrivare a ridurre del 45% le emissioni entro il 2030.

Occhi puntati, dopo l’elezione di Trump, anche su cosa farà la Cina: quanto si impegnerà per la lotta climatica? E quali altri Stati riuscirà a trascinare nella transizione? Domande lecite in una Cop che ha bisogno di enormi spinte e azioni concrete o, come ha detto Papa Francesco alla vigilia dell’avvio dei lavori, «di un contributo efficace per la tutela della nostra casa comune».

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