Sachs: “La Cop29 non porterà a nulla, la nostra unica speranza è un patto con i Paesi petroliferi”
di Eugenio Occorsio«Non credo proprio che ci si possa aspettare alcun risultato significativo dalla conferenza Cop29». È amareggiato e risoluto Jeffrey Sachs, classe 1954, PhD a Harvard, economista della Columbia University dove dirige il Center for Sustainable Development, nonché consigliere per le questioni ambientali del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, dopo esserlo stato per Kofi Annan e Ban Ki-moon. «Dobbiamo rassegnarci: siamo in un momento di sospensione. Né è il caso di contare su alcuna “ambasciata” convincente che Biden - tutto sommato ancora presidente - possa trasmettere in materia o tantomeno far passare in fretta al Congresso».
Non dev’essere facile, per chi da sempre combatte in prima fila contro il cambiamento climatico, vedere che tutto il lavoro fatto rischia di…
«Non credo proprio che ci si possa aspettare alcun risultato significativo dalla conferenza Cop29». È amareggiato e risoluto Jeffrey Sachs, classe 1954, PhD a Harvard, economista della Columbia University dove dirige il Center for Sustainable Development, nonché consigliere per le questioni ambientali del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, dopo esserlo stato per Kofi Annan e Ban Ki-moon. «Dobbiamo rassegnarci: siamo in un momento di sospensione. Né è il caso di contare su alcuna “ambasciata” convincente che Biden - tutto sommato ancora presidente - possa trasmettere in materia o tantomeno far passare in fretta al Congresso».
Non dev’essere facile, per chi da sempre combatte in prima fila contro il cambiamento climatico, vedere che tutto il lavoro fatto rischia di infrangersi sull’opposizione di chi, come Trump, sostiene che la questione sia “una bufala”.
«Intendiamoci. La visione è ovviamente pessimistica ora che sono andate in un certo modo le elezioni, anche se perfino Kamala Harris pur di conquistare la Pennsylvania aveva ceduto sul “liberi tutti” per le trivellazioni. Però analizzando con lucidità la situazione, ci sono tre punti di possibile ottimismo. Primo, i maggiori sostenitori di Trump, Elon Musk ma anche altri della Silicon Valley, sono fra i maggiori “global player” nelle tecnologie verdi. Secondo, la Cina sta crescendo incredibilmente sul fronte tecnologico, in particolare nei settori green. È una sfida diretta agli Stati Uniti: o cerchiamo di riguadagnare il terreno perduto sull’auto elettrica e sulle innovazioni “environment- friendly” - lasciamo stare la stupidaggine dei dazi - o dovremo alzare definitivamente bandiera bianca su tutta la linea di fronte a Pechino. Di questo Trump potrebbe rendersi conto, se ben consigliato».
E il terzo punto?
«Qui la sorprenderò. Proprio in Texas, che produce il 40% del petrolio americano, e in diversi altri Stati dell’Unione dove è forte l’industria fossile, si stanno sviluppando i settori dell’economia verde, a partire dalle energie rinnovabili. È una svolta cruciale, che indica consapevolezza e sulla quale si può innestare un più ambizioso negoziato con i Paesi tipicamente produttori di petrolio».
Uno di questi è l’Azerbaijan, dove ora si svolge la conferenza: significa qualcosa?
«No, non significa nulla. L’anno scorso eravamo negli Emirati Arabi Uniti (Sachs ha partecipato a tutte le 28 Cop precedenti, ndr) e malgrado le previsioni è stato fatto un buon lavoro. Sono ben diversi che non la sede dell’evento, i problemi da affrontare».
Ci spiega allora la sua proposta di trattativa con i Paesi petroliferi?
«È un grande negoziato, ma secondo me decisivo. I Paesi che dipendono dal fossile potrebbero impegnarsi a partecipare allo sforzo globale di tagliare a zero le emissioni, quindi per loro le estrazioni, entro il 2050. In cambio, dovrebbe essere loro garantito di poter usufruire di alti prezzi del greggio da oggi fino ad allora. Adesso, appena l’Opec taglia la produzione e i prezzi tendono a salire, gli Stati Uniti intervengono potenziando il fracking (l’estrazione di shale oil nel territorio americano, ndr), quindi i prezzi scendono e siamo sempre allo stesso punto, anzi peggio perché c’è più petrolio in giro per il mondo. Mi rendo conto che serve un’intesa estesa a Russia, Cina, Opec, Usa, ma solo tagliando l’offerta si può accelerare la spinta verso la decarbonizzazione».
Altrimenti quante speranze abbiamo di conseguire l’obiettivo entro la data prevista?
«Quasi zero prospettive di successo. Certo, tante altre cose devono succedere, a partire dalla pace in Ucraina e in Medio Oriente, nonché la fine delle tensioni Usa-Cina. Sembrano utopie ma non sono impossibili se si ipotizza la fine dell’allargamento della Nato, lo Stato di Palestina a fianco di Israele, il blocco del riarmo di Taiwan da parte degli Usa».
Tornando alle politiche ambientali in senso stretto, per colmo di sventura in Europa la nuova Commissione vuole ridimensionare il Green Deal.
«Non è slegato dal contesto globale di cui ho appena parlato. L’Europa è sempre stata all’avanguardia nello sviluppo sostenibile. Una volta liberata da quest’intreccio di guerre globali, potrebbe tornare a concentrarsi sulla sua antica nobilissima missione e aiutare il mondo intero a ripensare il modello di sviluppo in chiave di sostenibilità».