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Il paradosso degli Houti: le milizie yemenite che stanno vincendo la guerra nel Mar Rosso

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Da oltre un anno gli alleati dell’Iran tengono sotto scacco il traffico marittimo mondiale con i continui raid. Né gli Usa, né l’Occidente e neppure Israele sono stati in grado fino a oggi di elaborare una strategia per sconfiggerli
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Governi e generali non lo dicono, ma gli Houti stanno vincendo la guerra del Mar Rosso. Da oltre un anno, la milizia yemenita alleata dell’Iran continua a tenere sotto tiro lo stretto di Bab-el-Mandeb, trasformato nelle Forche Caudine del traffico marittimo mondiale. Una situazione paradossale: poche settimane fa una squadra di navi militari tedesche di ritorno dall’Asia per evitare rischi ha preferito circumnavigare l’Africa, raddoppiando il percorso. Gran parte delle merci dirette verso Israele non dirigono più verso il porto di Elat ma sbarcano negli Emirati, da dove vengono trasferite via terra attraverso il deserto. E gli attacchi condotti dai guerriglieri sciiti addirittura aumentano di intensità.

Lo dimostrano le bordate scagliate lunedì contro l’Us Navy. Gli Houti hanno atteso che i due cacciatorpedinieri Spruance e Stockdale si trovassero nelle acque ristrette tra Somalia e Yemen, poi hanno aperto il fuoco. Gli hanno lanciato contro otto droni killer, tre missili cruise,…

Governi e generali non lo dicono, ma gli Houti stanno vincendo la guerra del Mar Rosso. Da oltre un anno, la milizia yemenita alleata dell’Iran continua a tenere sotto tiro lo stretto di Bab-el-Mandeb, trasformato nelle Forche Caudine del traffico marittimo mondiale. Una situazione paradossale: poche settimane fa una squadra di navi militari tedesche di ritorno dall’Asia per evitare rischi ha preferito circumnavigare l’Africa, raddoppiando il percorso. Gran parte delle merci dirette verso Israele non dirigono più verso il porto di Elat ma sbarcano negli Emirati, da dove vengono trasferite via terra attraverso il deserto. E gli attacchi condotti dai guerriglieri sciiti addirittura aumentano di intensità.

Lo dimostrano le bordate scagliate lunedì contro l’Us Navy. Gli Houti hanno atteso che i due cacciatorpedinieri Spruance e Stockdale si trovassero nelle acque ristrette tra Somalia e Yemen, poi hanno aperto il fuoco. Gli hanno lanciato contro otto droni killer, tre missili cruise, cinque missili balistici: uno sciame micidiale. Ordigni con caratteristiche diverse, tutti insidiosi: i minuscoli droni di vetroresina con motori a elica spesso sfuggono ai radar studiati per scoprire aerei supersonici e non lasciano tracce all’infrarosso mentre i grandi missili balistici arrivano con velocità enormi, che rendono difficile intercettarli. Le due navi statunitensi fanno parte dello Strike Group della portaerei nucleare Lincoln, che non è stata coinvolta nello scontro: dispongono dei migliori sistemi difensivi esistenti che hanno abbattuto tutti gli ordigni ma a bordo hanno comunque vissuto momenti di altissima tensione.

Un missile centra una petroliera nel mar Rosso: il video degli Houti che rivendicano l'attacco

Martedì i velivoli della Lincoln hanno condotto una rappresaglia. Sabato e domenica scorsa caccia americani e britannici - tra cui per la prima volta in assoluto la versione C degli F35 – avevano già colpito depositi e postazioni degli Houti: l’ennesimo raid dei due alleati mentre altri sono stati messi a segno dagli israeliani, senza riuscire a eliminare l’arsenale del movimento sciita, fornito in massima parte da Teheran ma spesso perfezionato dai creativi tecnici locali. Questa resilienza permette ai fondamentalisti yemeniti di issarsi su un piedistallo mediatico e presentarsi agli occhi del mondo islamico come trionfatori.

I loro social amplificano ogni azione e millantano successi gonfiati e dozzine di nemici affondati, ma possono vantare un risultato reale: resistono agli Usa e a Israele, tenendo da un anno sotto tiro tutto il traffico commerciale mondiale. Questo fa sì che la loro propaganda stia dilagando nei Paesi arabi: Hamas e Hezbollah sono stati praticamente cancellati nel giro di un anno; loro invece tengono in scacco le flotte più potenti del pianeta.

In estrema sintesi, la radice del problema è semplice: né gli Usa, né l’Occidente e in questo caso neppure Israele hanno elaborato una strategia per sconfiggere gli Houti. E – come hanno sottolineato più volte gli esponenti del governo yemenita che si oppone ai miliziani sciiti - non esiste un coordinamento tra Paesi della Nato e arabi per affrontare la situazione. I tentativi di contenere le azioni dei terroristi, ad esempio mettendo sotto scorta mercantili e petroliere come fa la missione europea Aspides, non scalfiscono la loro letalità. I bombardamenti anglo-americani contro le loro infrastrutture militari – posizioni di lancio, depositi, radar, antenne – hanno solo imposto pause di un paio di settimane mentre i colpi inflitti dai jet israeliani, come la distruzione dei depositi di carburante non hanno influito sull’attività militare.

I sauditi, che hanno combattuto al fianco del governo yemenita nella lunga guerra civile contro gli Houti, avevano avvisato il Pentagono: nonostante la supremazia tecnologica delle sue forze armate, Riad era dovuta venire a patti con i miliziani sciiti. Tutti infatti gli riconoscono una capacità di adattare ed evolvere le loro tattiche. Nell’ultimo anno lo hanno fatto costantemente, inventando imboscate e ordigni low cost. In pratica, hanno creato un nuovo modello di guerra asimmetrica.

La scorsa estate, per esempio, hanno modificato piccoli pescherecci in navi-madre per guidare flottiglie d’assalto: contemporaneamente dodici tra motoscafi e barchette simili a kayak imbottiti di esplosivo - alcuni telecomandati, altri con kamikaze – venivano diretti contro mercantili e petroliere. Finora hanno colato a picco due mercantili, ne hanno danneggiato 16 in maniera grave e 29 in modo leggero. Quattro bastimenti sono stati abbordati e sequestrati.

In un anno ke flotte occidentali hanno abbattuto 429 droni, 47 missili balistici, 20 cruise, 76 battelli e un sottomarino telecomandati, sette motoscafi. Ma tra ordigni lanciati o distrutti al suolo, gli Houti hanno dimostrato di avere 226 missili balistici, 119 cruise, 559 droni volanti e 81 marittimi. Un arsenale spaventoso, allestito da un Paese poverissimo.

La contraerea dei miliziani è riuscita a distruggere ben undici ricognitori teleguidati americani Reaper e Predator. Per avere un’idea dell’impegno sostenuto dalle marine occidentali, l’Us Navy ha utilizzato finora missili contraerei per un valore di 1,85 miliardi di dollari. Il costo principale però resta quello per l’economia, con i passaggi attraverso il canale di Suez drasticamente calati: si stima che siano dimezzati, moltiplicando il prezzo del trasporto di merci tra Asia e Europa. Il periplo dell’Africa richiede almeno dieci giorni in più e comunque le polizze assicurative sono decollate: il prezzo per un singolo container rispetto a ottobre 2023 è quadruplicato, con oscillazioni legate alla frequenza degli attacchi.

L’Italia rischia di ritrovarsi con la bolletta più cara, perché i nostri porti sono tra quelli europei più vicini a Suez e risentono dello spostamento delle rotte. La scorta garantita dalla Marina Militare italiana – che contrariamente a quella tedesca poche settimane fa ha attraversato il Mar Rosso con lo Strike Group della portaerei Cavour in rientro dall’Indo-Pacifico – agli armatori nazionali ha

ridotto l’impatto ma la situazione si fa molto pesante. Anche perché non si vedono soluzioni per la crisi. Anzi. L’intelligence statunitense sostiene che gli Houti stiano aumentando i legami con la Russia, che vorrebbe usarli come risposta al sostegno americano all’Ucraina: i servizi segreti di Mosca gli offrirebbero informazioni sulle rotte delle navi e consigli per migliorare l’efficacia delle incursioni. Sarebbe stata discussa pure la consegna di batterie contraeree: rapporti che sarebbero stati affidati a un vecchio amico dei miliziani yemeniti, il celebre trafficante Viktor Bout, condannato negli States e consegnato al Cremlino nel 2022 durante uno scambio di prigionieri.

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