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L’amministrazione Trump II, un governo che somiglia a un talk-show rissoso

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Il neo-eletto presidente Usa per il suo secondo mandato non ha voluto un estabilishment da burocrazia federale
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NEW YORK - Quando giurò per la prima volta a Washington da presidente, il 20 gennaio del 2017, Donald Trump portava con sé una differenza cruciale con i predecessori alla Casa Bianca: era il solo a non aver mai fatto politica, eletto a qualche carica o nelle istituzioni, o aver servito in divisa nelle forme armate. L’inesperienza dei codici secolari della capitale intimidì Trump, non certo noto per insicurezza, portandolo a nominare manager di fama, generali con tante stelle sulle mostrine, nomi cari all’establishment. Uno per uno quei ministri e collaboratori lo hanno abbandonato, “tradito” dice lui secondo l’etica occhio per occhio che ama, molti indicandolo schietti come “un fascista”.

Rieletto dopo il trionfo contro la democratica Kamala Harris, Trump ha ora l’esperienza politica che gli mancava nel 2017 e non vuole intorno a sé, nell’amministrazione, campioni di quello che disprezza come Deep State, la burocrazia federale.

Sa che la rotta democratica si deve a una rivolta popol…

NEW YORK - Quando giurò per la prima volta a Washington da presidente, il 20 gennaio del 2017, Donald Trump portava con sé una differenza cruciale con i predecessori alla Casa Bianca: era il solo a non aver mai fatto politica, eletto a qualche carica o nelle istituzioni, o aver servito in divisa nelle forme armate. L’inesperienza dei codici secolari della capitale intimidì Trump, non certo noto per insicurezza, portandolo a nominare manager di fama, generali con tante stelle sulle mostrine, nomi cari all’establishment. Uno per uno quei ministri e collaboratori lo hanno abbandonato, “tradito” dice lui secondo l’etica occhio per occhio che ama, molti indicandolo schietti come “un fascista”.

Rieletto dopo il trionfo contro la democratica Kamala Harris, Trump ha ora l’esperienza politica che gli mancava nel 2017 e non vuole intorno a sé, nell’amministrazione, campioni di quello che disprezza come Deep State, la burocrazia federale.

Sa che la rotta democratica si deve a una rivolta popolare contro l’establishment, Wall Street, i ricchi, le università Ivy League, le testate di tv e giornali, un mondo ai cui confini lui è nato e cresciuto, mai interamente a suo agio, mai del tutto fuori, ma di cui è diventato, per carattere e fiuto, Nemesi.

I nomi dell’amministrazione Trump II, quindi, hanno più a che fare con la produzione di un talk show rissoso che il governo di una superpotenza, quando i conduttori, per far chiasso e audience, invitano ospiti rumorosi, decisi a litigare ad ogni inquadratura. Il più inaspettato, ieri Washington non parlava d’altro, è il nome proposto come ministro della Giustizia, Matt Gaetz, deputato talmente estremista e irriverente da esser detestato dai suoi colleghi, maggioranza ed opposizione, fino a un processo in Commissione Etica per reati su traffico di donne e altri illeciti, che lo avrebbe portato a un duro verdetto. Ora si è dimesso lesto dalla Camera, sfuggendo all’inchiesta, e si appresta a diventare Attorney General, capo della Giustizia Usa, con due mandati precisi, liberare Trump dalle inchieste in corso contro di lui e dare la paga a tutti coloro che, in tribunale o da Commissari Speciali, hanno indagato contro il presidente.

Per esser confermato al Senato ha bisogno della maggioranza, i repubblicani sono avanti 53 a 47 sui democratici, parecchi senatori storcono il naso ma avranno il coraggio di dire no?

Altrettanto di rottura la scelta di Pete Hegseth, questa sì da faccia a faccia tv, visto che deve la nomina a Ministro della Difesa alla passione con cui ha difeso, se passa il gioco di parole, Trump dal canale conservatore Fox News. Un passato nell’esercito, capitano in Iraq e Afghanistan, Hegseth ha convinto Trump a perdonare criminali di guerra condannati e vuol portare al Pentagono l’idea che la guerra al terrorismo 2001-2021 sia esente da ogni diritto internazionale, con la grazia da concedere a chiunque sia imputato di reati di guerra. Per di più, Trump vuole creare una commissione speciale, senza precedenti, per licenziare generali e ammiragli che considera di sinistra, insieme a regole nuove per far approvare, in “recess”, in assenza, ogni nomina che il Senato intenda bloccare o rallentare.

Leggete dunque in questa chiave la lista dei ministri, uomini e donne. La nuova capo dell’intelligence, Tulsi Gabbard, nulla sa di spionaggio e guerra ibrida se non che per lei Putin è possibile alleato fedele, il capo della spending review; Elon Musk, vuole tagliare 2000 miliardi dal bilancio federale, malgrado l’importo azzererebbe Difesa, Istruzione, Esteri mettendo a rischio le pensioni; Mike Waltz sembra inesperto per il posto di Consigliere per la Sicurezza Nazionale che fu occupato da Kissinger e Brzezinski; l’ex governatrice del South Dakota Kristi Noem, capo dell’Ufficio difesa nazionale nato dopo gli attacchi dell’11 settembre, è nota solo per avere ucciso il proprio cane per punizione a fucilate; l’ambasciatrice Onu Elise Stefanik deve la carica alle requisitorie, in diretta tv, contro le rettrici degli atenei celebri, un paio costrette dalle sue domande al vetriolo alle dimissioni, non un curriculum tipico per il Palazzo di Vetro.

Diverso il caso del Segretario di Stato Marco Rubio, senatore della Florida che, dopo avere definito Trump “una disgrazia per il partito che fu di Reagan”, come il vicepresidente J.D. Vance che dichiarava “Trump è il nuovo Hitler”, è andato a Canossa venendo premiato con il ministero degli Esteri, omaggio agli ispanici che al 42% hanno votato repubblicano. Rubio sarà, almeno sulla carta, duro con la Cina, aspro con gli europei, ma ha stoffa per crescere e avviare trattative su dazi e tensioni militari.

Trump ha vinto grazie solo a Trump, contro tutti, come sempre nella sua tumultuosa vita di bancarotte, divorzi, processi, fallimenti rimontati smentendo ogni scommessa contraria e non intende far più sconti, strategia terra bruciata. Ignora un monito della storia, disciplina che disprezza, raramente il secondo mandato è facile, di routine è in salita.

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