Tra i coloni in Cisgiordania che ora sognano l’annessione: “Questa terra sarà di Israele”
dalla nostra inviata Francesca CaferriELI (CISGIORDANIA) — A Eli, le case sono tutte più o meno uguali: tegole rosse, pannelli solari sui tetti, pietra chiara e balconi. I viali sono ordinati e circondati dal verde: c’è un centro sportivo, un allevamento di cavalli e un’accademia militare per religiosi. Un giro nell’unico supermercato rivela che religiosa e di stampo conservatrice è la stragrande maggioranza della popolazione: donne con il turbante come detta la moda delle colonie e uomini con la kippah in testa.
Eli è uno fra i più grandi dei 130 insediamenti israeliani in Cisgiordania: villaggi illegali secondo la comunità internazionale perché sorti all’interno dei Territori palestinesi. In questo caso, ci troviamo lungo la Road 60, a metà strada fra Ramallah e Nablus, due delle principali città palestinesi, nel cuore di quello che secondo gli accordi internazionali dovrebbe essere il futuro Stato palestinese.
Dal 1984 (anno della fondazione) ad oggi quasi 5mila persone sono venute ad abitare qui: fra loro Yechiel…
ELI (CISGIORDANIA) — A Eli, le case sono tutte più o meno uguali: tegole rosse, pannelli solari sui tetti, pietra chiara e balconi. I viali sono ordinati e circondati dal verde: c’è un centro sportivo, un allevamento di cavalli e un’accademia militare per religiosi. Un giro nell’unico supermercato rivela che religiosa e di stampo conservatrice è la stragrande maggioranza della popolazione: donne con il turbante come detta la moda delle colonie e uomini con la kippah in testa.
Eli è uno fra i più grandi dei 130 insediamenti israeliani in Cisgiordania: villaggi illegali secondo la comunità internazionale perché sorti all’interno dei Territori palestinesi. In questo caso, ci troviamo lungo la Road 60, a metà strada fra Ramallah e Nablus, due delle principali città palestinesi, nel cuore di quello che secondo gli accordi internazionali dovrebbe essere il futuro Stato palestinese.
Dal 1984 (anno della fondazione) ad oggi quasi 5mila persone sono venute ad abitare qui: fra loro Yechiel Leiter, nominato pochi giorni fa ambasciatore di Israele negli Stati Uniti. Una scelta simile il premier Benjamin Netanyahu la fece già nel 2023, indicando Benny Kashriel, (ex sindaco dell’insediamento di Ma’ale Adumim) come rappresentante a Roma: la nomina venne bloccata quando il governo italiano fece capire di non gradire un uomo legato al movimento delle colonie.
Difficile pensare che sarà così nell’America di Trump: tutti i prescelti per i posti chiave di politica estera nella nuova Amministrazione sono sostenitori di un’idea di Israele vicina alle posizioni di Leiter e dei coloni. Per primo il nuovo ambasciatore Usa a Gerusalemme, Mike Huckabee, espressione di quel movimento evangelico che ha fatto moltissimo per Trump. «Mai un presidente che ha lavorato tanto per la sovranità di Israele: mi aspetto che sarà ancora così», ha detto Huckabee alla radio dell’esercito israeliano, rispondendo a una domanda sulla possibilità che ci possa essere un’annessione delle colonie allo Stato israeliano.
«Annessione» è una parola che in questi giorni qui si sente moltissimo. «Se Dio vorrà, il 2025 sarà l’anno della sovranità in Giudea e Samaria» ha detto qualche giorno fa Bezalel Smotrich, usando il nome biblico con cui i coloni indicano la Cisgiordania. L’ufficio di Netanyahu non ha risposto a chi chiedeva se quella del ministro delle Finanze (e falco dell’ultradestra) fosse la posizione del governo: ma sui Social, i video dei festeggiamenti nelle colonie per la vittoria di Trump rimbalzano da giorni.
Non c’è da stupirsene. Durante il suo primo mandato, il presidente eletto ha fatto passi senza precedenti riguardo ai territori occupati da Israele nel 1967, primo fra tutti riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico (per le Nazioni Unite, la parte Est della città appartiene ai palestinesi). E non basta: nei suoi quattro anni alla Casa Bianca, Israele ha dato via libera alla costruzione di 33 mila nuove abitazioni nei Territori occupati, tre volte di più di quelle sorte sotto Obama.
I numeri sono scesi quando si è insediato Biden, salvo risalire con l’arrivo dell’ultimo governo Netanyahu e dei suoi ministri di ultradestra, e poi subire un’impennata dopo il 7 ottobre 2023. Secondo il gruppo israeliano Peace Now, così come secondo i palestinesi e i loro sostenitori, la continua appropriazione di terra da parte di Israele mette a rischio la possibilità stessa dell’esistenza di uno Stato palestinese.
Oggi, più di 500 mila israeliani vivono in 130 colonie e in dozzine di insediamenti avanzati della Cisgiordania: praticamente ogni cima, fra Ramallah e Jenin, è punteggiata di costruzioni civili o di postazioni dell’esercito. Un’espansione che finora ha preoccupato e non poco l’Occidente, ma che presto potrebbe diventare un problema solo per l’Europa. «Siamo felici per un motivo semplice – ci spiega Oded Revivi, membro di primo piano di Yesha, organizzazione che riunisce le colonie – quando si è parlato di dividere il territorio, tutti i precedenti presidenti hanno provato a tornare a 50-60 anni fa. Questo non può succedere: la geografia umana è cambiata. Trump dice ‘partiamo dalla realtà’: da dove sono gli ebrei ora e da dove sono gli arabi. E in base a questo dividiamo».
È inutile parlare di continuità territoriale o di accesso alle strade e alle fonti d’acqua, meno ancora di Diritto internazionale e di risoluzioni Onu: Revivi, come gli elettori dell’attuale governo, come sempre più israeliani dopo il 7 ottobre 2023, è irremovibile. «Il ‘piano del secolo’ presentato da Trump prevedeva la nascita di uno Stato palestinese. Sono stati loro a dire ‘no’. Noi siamo pronti a discutere: ma non ad abbandonare le nostre case».