LONDRA – Il 5 novembre Donald Trump ha conquistato la Casa Bianca, la maggioranza al Senato e anche alla Camera dei Rappresentanti. Nel gergo politico americano un dominio del genere si chiama “trifecta”: una tripletta (o triplete, per dirla in linguaggio calcistico). Negli Stati Uniti di un tempo era una situazione abbastanza comune: il partito del presidente generalmente vinceva anche le due camere del Congresso. Ma negli ultimi decenni si è verificato più di rado. Per Trump è la condizione ideale per mantenere tutte le sue promesse: ha in mano il parlamento.
Significa che, oltre al potere esecutivo, controlla il potere legislativo. E poiché la morte di tre dei nove giudici della Corte Suprema durante il suo primo mandato presidenziale (2016-2020) gli ha consentito di nominarne tre di suo gradimento, ora ha una maggioranza di 6 a 3 anche nel più alto organo giudiziario degli Usa, come si è visto con la sentenza del luglio scorso che gli ha concesso l’immunità assoluta, per cui …
LONDRA – Il 5 novembre Donald Trump ha conquistato la Casa Bianca, la maggioranza al Senato e anche alla Camera dei Rappresentanti. Nel gergo politico americano un dominio del genere si chiama “trifecta”: una tripletta (o triplete, per dirla in linguaggio calcistico). Negli Stati Uniti di un tempo era una situazione abbastanza comune: il partito del presidente generalmente vinceva anche le due camere del Congresso. Ma negli ultimi decenni si è verificato più di rado. Per Trump è la condizione ideale per mantenere tutte le sue promesse: ha in mano il parlamento.
Significa che, oltre al potere esecutivo, controlla il potere legislativo. E poiché la morte di tre dei nove giudici della Corte Suprema durante il suo primo mandato presidenziale (2016-2020) gli ha consentito di nominarne tre di suo gradimento, ora ha una maggioranza di 6 a 3 anche nel più alto organo giudiziario degli Usa, come si è visto con la sentenza del luglio scorso che gli ha concesso l’immunità assoluta, per cui si può dire che controlla anche il potere giudiziario. Addio “check and balances”, in teoria.
Il rischio di defezioni
Eppure, notano i commentatori della Casa Bianca, nemmeno la “tripletta” gli consentirà di fare tutto quello che vuole. Sia Trump, sia Joe Biden, hanno goduto di una condizione analoga alla sua odierna nei loro primi due anni al potere.
Trump nel 2026-’18 ha ottenuto il passaggio di una riforma fiscale, riducendo le tasse alle corporation dal 35 al 21 per cento e tagliando alcune imposte individuali: ma il suo piano di abolire l’assistenza sanitaria pubblica, il cosiddetto Obamacare dal nome del presidente che l’ha introdotta, sono falliti, perché un senatore repubblicano, John McCain, rifiutò di appoggiarlo. Per ragioni simili non passò una legge sulle infrastrutture. Biden è riuscito a imporre un ampio programma di investimenti pubblici, ma ha dovuto ridurre notevolmente il budget rispetto a quanto intendeva fare. Basta che qualche legislatore del partito del presidente si ribelli e, se la maggioranza non è sufficientemente ampia, la Casa Bianca è costretta alla marcia indietro.
La pratica dell’ostruzionismo
Un altro impedimento alla “tripletta” è la norma che richiede una maggioranza di tre quinti al Senato, ovvero 60 seggi su 100, per aggirare la “filibuster”, ossia l’ostruzionismo, che permette ai senatori di rinviare l’approvazione di una legge prolungando all’infinito un dibattito con discorsi fiume. Anche in questo caso, per fare approvare un provvedimento, il partito di governo ha bisogno di conquistare qualche parlamentare dell’opposizione o deve rinunciare.
Nel Senato attuale Trump non ha una maggioranza così larga da aggirare l’ostruzionismo. Non solo: mercoledì i senatori repubblicani hanno eletto come leader della maggioranza John Tune, preferendolo al candidato sostenuto da Trump, il senatore della Florida Rick Scott, chiaro segno che anche fra di loro non tutti sono schierati completamente con il presidente. “Finché io sarò il leader”, ha dichiarato il senatore Tune, “l’ostruzionismo sarà consentito”.
Gli ordini esecutivi e i giudici
L’alternativa, per qualsiasi presidente, è governare a suon di ordini esecutivi, come Trump ha fatto spesso nella seconda parte del suo primo mandato, e come hanno fatto altri prima di lui. Ma gli ordini esecutivi, a differenza delle leggi approvate in parlamento, possono essere bloccati e cancellati da una corte giudiziaria.
È vero che, nel primo mandato, oltre ad avere nominato tre giudici della Corte Suprema, Trump ne ha nominati una quarantina nelle corti di appello federali, imprimendo una svolta conservatrice a una parte dell’apparato giudiziario. Ora, inoltre, ha nominato come Procuratore Generale un suo fedelissimo, Matt Gaetz, controverso personaggio (non solo per le idee politiche: è stato a lungo indagato per reati sessuali) che promette di fare piazza pulita dei giudici progressisti. Ma nemmeno nella magistratura Trump ha un controllo totale e indiscriminato.
Le elezioni di mid-term
Da ultimo, il presidente che nell’anno in cui viene eletto conquista anche la maggioranza alla Camera e al Senato spesso tende a perderla due anni dopo nelle elezioni di mid-term, in cui si rinnovano tutti i seggi dei deputati e un terzo dei seggi dei senatori. Poiché è difficile mantenere le promesse e gli elettori si scontentano in fretta, alla prima occasione riducono il potere della Casa Bianca, come è per l’appunto successo dopo i primi due anni sia a Biden, sia a Trump, che a molti altri presidenti prima di loro. Le prossime elezioni di mid-term sono nel novembre 2026.
La conferma delle nomine
Una prima verifica del potere della “tripletta” si vedrà con i voti al Senato per confermare o meno le nomine governative di Trump, in particolare quelle che hanno suscitato più dubbi fra gli stessi legislatori repubblicani, come per il Procuratore Generale Gaetz o per il segretario alla Difesa Pete Hegseth, un giornalista televisivo e veterano di guerra senza alcuna esperienza di governo che dovrebbe guidare un milione e 300 mila soldati sotto le armi.
La verifica decisiva verrà con i progetti più importanti annunciati da Trump: la deportazione di milioni di immigrati illegali, il protezionismo sui prodotti esteri e il taglio degli impegni in difesa dell’ambiente. Per tacere di programmi ipotetici, come eventuali modifiche agli emendamenti alla Costituzione per prolungare il limite di due mandati presidenziali: “Resterò a Washington altri quattro anni”, ha detto il presidente-eletto a deputati e senatori repubblicani nella sua prima visita nella capitale dopo il voto, “a meno che voi non cambiate idea”. Era semiserio. Ma il futuro, oltre che nelle sue, è nelle mani del Congresso.