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L’arcivescovo di Kiev: “Impossibile negoziare adesso, l’Ucraina non è disposta a cedere territori"

L’arcivescovo di Kiev: “Impossibile negoziare adesso, l’Ucraina non è disposta a cedere territori"
(afp)

Sviatoslav Shevciuk, capo della Chiesa greco cattolica ucraina, la seconda più influente del Paese: “Se l’Ucraina sarà lasciata in un’area grigia prima o poi sarà aggredita nuovamente. La neutralità non ci ha protetti”

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“In questo momento il dialogo è impossibile e il popolo ucraino non è disposto a cedere i territori occupati”. A parlare è l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevciuk, capo della Chiesa greco cattolica ucraina, la seconda più importante e influente del Paese, con i suoi 5 milioni di fedeli. Schevciuk parla nel salone centrale del Sobor, la cattedrale sulla riva destra del fiume Dnipro nel cuore di una Kiev sospesa fra la paura di essere lasciata sola dagli Usa di Trump e le notizie preoccupanti che arrivano dal fronte: l’esercito retrocede, il Donbass potrebbe cadere prima della fine dell’anno.

È così difficile la situazione al fronte?

“È veramente difficile, siamo ormai al terzo anno di guerra, purtroppo l’esercito ucraino retrocede, l’attacco russo è molto duro. La popolazione soffre. A Kiev ci sono bombardamenti ogni notte e il 90% della capacità di generare corrente è stata distrutta. L’inverno che stiamo per affrontare potrebbe essere il più difficile di tutta la storia ucraina. Non c’è una famiglia che non pianga la perdita di un amico o un parente e ci sono 14 milioni di sfollati di cui 4,5 in Europa. Ma il resto sta in Ucraina. L’intero Paese si è spostato”.

Trump ha promesso di mettere fine alla guerra, i primi contatti con Putin ci sono già stati. È arrivato il momento del dialogo?

“A parlare di negoziato sono quelli che non hanno mai visto la guerra: è facile usare il dolore dell’Ucraina fra i popoli ricchi dell’Occidente. È vero che le armi non sono sufficienti per finire questa guerra e alla lunga servirà una trattativa ma si deve cercare una pace basata sul diritto internazionale. In questo momento il dialogo è veramente difficile: la parte ucraina non è considerata come un soggetto e non ha diritto di far sentire la sua voce. Il diritto internazionale in questo momento viene considerato superfluo: non c’è un fondamento giuridico per una formula di pace, perciò adesso il dialogo è impossibile”.

Come si esce dall’impasse diplomatico?

“Appoggiamo con forza l’iniziativa del governo ucraino degli incontri in Svizzera a giugno: a fine anno ci dovrebbe essere un altro incontro per mettersi d’accordo sui princìpi per trovare una formula per la pace. Ma per proporre al popolo ucraino l’idea del negoziato bisogna avere le gambe per terra perché ogni pace ingiusta provocherà altre ingiustizie e guerre. Ogni forma di negoziato deve essere spiegato al popolo. Non è un compito facile ma chiediamo che sia preso in considerazione da tutti”.

Si parla della possibilità di rinunciare ai territori occupati dai russi. È una ipotesi concreta?

“Oggi per ogni sparo ucraino se ne contano dieci da parte russa: la sproporzione nella disponibilità di armi è ancora più grande. Ma il popolo ucraino non è disponibile a cedere i territori, e mi dispiace se l’Occidente è disposto a lasciare che i russi uccidano la nostra gente. Riusciremo a liberare questi territori: si tratta della nostra gente, non posso non pensare a loro”.

Se l’amministrazione Trump dovesse interrompere gli aiuti bellici l’Ucraina potrebbe pensare a potenziare il proprio arsenale arrivando persino a un ordigno atomico. Eppure secondo molti in Occidente la neutralità potrebbe essere una formula per arrivare alla pace. È d’accordo?

“Se l’Ucraina sarà lasciata in un’area grigia prima o poi sarà aggredita nuovamente. All’inizio della sua indipendenza l’Ucraina si è dichiarata neutrale e nonostante avesse un grande arsenale atomico ha consegnato le armi nucleari perché credeva nella legge internazionale. Avevamo ricevuto assicurazioni sull’integrità e sovranità del Paese. Ma la neutralità non ci ha protetti. Oggi questo tema viene ripreso. Ma non ci ha salvato, anzi”.

Ma dopo tre anni non c’è stanchezza?

“Il popolo sa che dobbiamo vincere a ogni costo. Questa è una guerra ibrida che sta condizionando anche l’Europa. Il compromesso adesso è tardi, bisognava farlo due anni fa. C’è stanchezza? Questo vuol dire che dobbiamo avere armi più forti affinché questa gente stanca possa essere difesa”.

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