Il Vaticano dei sufi, tra le cupole di Tirana la via liberale all’Islam
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoTIRANA — La cupola del grande tempio, l’Odeon, svetta tra il monte Dajti e i caseggiati della vecchia Tirana comunista. Davanti a un Corano antico di qualche secolo, Baba Mondi offre ai suoi visitatori tè, caffè e raki, la grappa dei Balcani, in quello che potrebbe diventare il più piccolo Stato al mondo, una sorta di “Vaticano musulmano”.
«Il Corano dice: bevi e mangia quello che vuoi, ma senza esagerare. La nostra è una religione di pace e progressista», sorride placido questo ex ufficiale dell’esercito albanese, al secolo Edmond Brahimaj, 64 anni, religioso musulmano che dal 2011 è il leader spirituale dei Bektashi, una comunità sufi che unisce l’Islam al misticismo e predica una versione liberale della religione di Maometto: nessun divieto di bere alcol, nessuna imposizione sull’abbigliamento, parità di genere, si al divorzio, no all’aborto «ma senza costrizioni», la religione separata dalla politica. E l’uomo al centro: «Chi conosce se stesso, conosce Dio».
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TIRANA — La cupola del grande tempio, l’Odeon, svetta tra il monte Dajti e i caseggiati della vecchia Tirana comunista. Davanti a un Corano antico di qualche secolo, Baba Mondi offre ai suoi visitatori tè, caffè e raki, la grappa dei Balcani, in quello che potrebbe diventare il più piccolo Stato al mondo, una sorta di “Vaticano musulmano”.
«Il Corano dice: bevi e mangia quello che vuoi, ma senza esagerare. La nostra è una religione di pace e progressista», sorride placido questo ex ufficiale dell’esercito albanese, al secolo Edmond Brahimaj, 64 anni, religioso musulmano che dal 2011 è il leader spirituale dei Bektashi, una comunità sufi che unisce l’Islam al misticismo e predica una versione liberale della religione di Maometto: nessun divieto di bere alcol, nessuna imposizione sull’abbigliamento, parità di genere, si al divorzio, no all’aborto «ma senza costrizioni», la religione separata dalla politica. E l’uomo al centro: «Chi conosce se stesso, conosce Dio».
Edi Rama, istrionico premier socialista albanese, ora vuole dare sovranità di Stato all’ordine Bektashi in questi 11 ettari di terra coltivati a prati, rose e ulivi, dove i dervishi di bianco vestiti accolgono curiosi e fedeli e due giorni alla settimana si ritirano nelle teqe per i rituali segreti, quelli riservati solo al clero.
Gli avvocati di Rama sono al lavoro per definire il progetto, Baba Mondi si muove con prudenza: «Non saremo come il Vaticano. Non avremo guardie svizzere né esercito, non vogliamo alzare muri o tracciare confini, vogliamo un riconoscimento giuridico perché per adesso siamo solo una Ong». Significa poter rilasciare passaporti e avere uno status diplomatico che consenta ai Bektashi di stabilire relazioni autonome con altri Paesi e comunità religiose. In una parola: di avere più influenza. «Sempre dentro i confini della legge albanese», chiarisce Ana, lunghi capelli che scivolano sul tailleur nero, tacchi a spillo e un filo di rossetto. Ha abbracciato il Bektashismo qualche anno fa, «dopo un periodo difficile», e ora ne rappresenta la giovane voce a Bruxelles: «Condividiamo con l’Europa valori e principi comuni sui diritti umani».
Nato nel 13esimo secolo, Il Bektashismo era la religione dell’élite militare ottomana, diffuso in tutta l’Asia occidentale. Quando Ataturk fondò la Repubblica laica di Turchia, agli inizi del Novecento, i Bektashi ripararono in Albania partecipando alla “primavera albanese”, la resistenza contro l’impero: nei loro monasteri, le teqe, giravano in gran segreto i libri di scuola in lingua albanese, allora proibita. Le stesse teqe diedero rifugio agli ebrei: alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Albania era uno dei pochi Paesi europei con una comunità ebraica più numerosa di quella che ospitava prima del conflitto. Con il comunismo venne la notte: durante la dittatura di Enver Hoxha, i Bektashi furono messi al bando e perseguitati, le loro proprietà sequestrate, le teqe distrutte, ma resistettero, in clandestinità.
La luce dell’imbrunire entra dalle vetrate del tempio, dodici come i dodici imam, accendendo i velluti rossi e gli arabeschi. Avvolto nella tunica verde, la barba lunga a testimoniare il distacco dalle cose mondane, Baba Mondi sembra tornare con dolore a quel passato: «Pregavamo in segreto, mascherando le riunioni da compleanni o feste dei bambini, e così abbiamo salvato le tradizioni». Giovanni Paolo II fu il primo Papa a varcare i confini d’Albania dopo la caduta dell’ultimo regime stalinista d’Europa. «Diceva che se non ci fossero stati i bektashi non sarebbe rimasto un solo albanese», ricorda il religioso che dell’Islam politico ha una precisa idea: «Se la religione si mischia con la politica e il business, non è più religione, è potere».
Oggi si stima che tra il 5 e il 10% della popolazione albanese sia Bektashi. La proposta di Rama ha raccolto consensi, anche se qualcuno l’ha bollata come l’ennesima trovata pubblicitaria del premier, e qualcun altro ha alzato gli scudi: come i rappresentanti della comunità sunnita, maggioranza nel Paese, anch’essa conosciuta per la moderazione e la convivenza secolare con cattolici e ortodossi. «Il nostro stato è l’Albania e noi siamo gli unici rappresentanti della religione islamica», ha rivendicato il mufti Bujar Spahiu.
Ferdinand Samarxi, esperto di religioni, guarda le cose da un’altra prospettiva: «L’idea di Rama è dare una risposta strategica al crescente estremismo globale e all’intolleranza religiosa promuovendo un’interpretazione pacifica dell’Islam».
L’empatia tra il premier e Baba Mondi scattò nel 2015, quando il religioso gli propose di partecipare insieme ai funerali delle vittime dell’attentato islamista a Charlie Hebdo, a Parigi. Da allora, Rama ha provato a cambiare Tirana, tirando a lucido il centro con le torri disegnate da archistar, le piazze pedonali, le piste ciclabili e l’ambizione di farne una Dubai dei Balcani, meta di turismo anche interreligioso. Il leader Bektashi ha incontrato papi e cardinali, imam, rabbini, il presidente israeliano – incontro che gli è valso l’accusa di essere a servizio dei “sionisti” - ha rotto steccati non sempre guadagnandosi simpatie. Non quelle dei Bektashi turchi, per esempio che rivendicano l’esclusività sulla comunità e si dicono contrari a uno stato basato sulla fede. Poche settimane fa Erdogan è venuto a Tirana proprio per inaugurare una nuova moschea sunnita.
La piccola Albania in mezzo a grandi appetiti. Rama però non retrocede: i sufi Bektashi non hanno alle spalle Stati potenti e in molti Paesi sono ancora perseguitati, uno Stato sarebbe per loro «garanzia di sopravvivenza».