GERUSALEMME — In una delle strade principali di Eli, insediamento israeliano nel cuore della Cisgiordania, due cartelli ricordano i soldati Shilo Rauchberger e Roi Beit Yaakov, morti a 7 mesi di distanza lungo il confine tra Gaza e Israele. Pochi giorni fa, in quella stessa strada è spuntato un altro cartello: sopra, la foto di Ivri Dickstein, caduto in Libano giovedì.
Se si vuole capire lo scontro che da oggi tornerà a dividere Israele è in luoghi come questo che bisogna venire. A partire dalle 8 di questa mattina mille lettere di arruolamento partiranno dal ministero della Difesa di Tel Aviv dirette ai giovani di Bnei Brak, Mea Sharim, Geula: zone abitate dalla comunità ultraortodossa che alla guerra, a differenza degli abitanti di Eli, non hanno praticamente contribuito. Altre seimila missive seguiranno a breve. La chiamata alle armi è la più importante dall’inizio del conflitto per i charedim e porta con sé un messaggio duro: in un Paese di nove milioni di abitanti, con tre…
GERUSALEMME — In una delle strade principali di Eli, insediamento israeliano nel cuore della Cisgiordania, due cartelli ricordano i soldati Shilo Rauchberger e Roi Beit Yaakov, morti a 7 mesi di distanza lungo il confine tra Gaza e Israele. Pochi giorni fa, in quella stessa strada è spuntato un altro cartello: sopra, la foto di Ivri Dickstein, caduto in Libano giovedì.
Se si vuole capire lo scontro che da oggi tornerà a dividere Israele è in luoghi come questo che bisogna venire. A partire dalle 8 di questa mattina mille lettere di arruolamento partiranno dal ministero della Difesa di Tel Aviv dirette ai giovani di Bnei Brak, Mea Sharim, Geula: zone abitate dalla comunità ultraortodossa che alla guerra, a differenza degli abitanti di Eli, non hanno praticamente contribuito. Altre seimila missive seguiranno a breve. La chiamata alle armi è la più importante dall’inizio del conflitto per i charedim e porta con sé un messaggio duro: in un Paese di nove milioni di abitanti, con tre fronti aperti (Gaza, Libano e Cisgiordania), un esercito regolare di 169 mila uomini e donne e 300 mila riservisti richiamati in servizio pressoché costante nell’ultimo anno, il 13% della popolazione non può più esimersi dal servire nelle Forze armate.
Questi numeri e queste circostanze, per gli ultraortodossi non contano molto: da sempre la comunità ritiene che il contributo dei suoi membri consista nella conoscenza e nella preghiera, non nell’azione. Così, la maggior parte degli uomini passa la vita a studiare nelle scuole religiose, vivendo di sussidi statali o del lavoro di madri e mogli.
L’esenzione dei charedim dalle armi risale alla nascita dello Stato di Israele, nel 1948, quando il primo ministro David Ben Gurion sollevò circa 400 studenti religiosi dalla leva, con lo scopo di mantenere in vita una conoscenza che era stata quasi cancellata dalla Shoah. Da allora però le cose sono cambiate: già nel 2017 la Corte suprema aveva stabilito che in un Paese dove il servizio militare di 24 e 32 mesi è obbligatorio per ragazze e ragazzi (con l’eccezione degli arabi israeliani, per i quali non c’è obbligo), gli ultraortodossi non potessero astenersi dal dare il loro contributo all’esercito. Da allora il premier Benjamin Netanyahu (che sull’appoggio dei partiti religiosi basa la sua coalizione) è riuscito a rimandare la chiamata alle armi a colpi di proroghe.
Dopo il 7 ottobre però questa politica è diventata insostenibile: le prime lettere di arruolamento sono partite mesi fa, ma la risposta è stata quasi nulla, nonostante le minacce di arresti. In compenso ci sono state violente manifestazioni di protesta in tutto il Paese. Ora è il momento di riprovare: anche perché i vertici dell’Idf sono certi che solo fra gli oltre 160mila studenti delle scuole religiose si possano scovare i 10 mila uomini che mancano all’appello, visto che il resto del Paese da questo punto di vista è già allo stremo.
«La discriminazione deve finire, ma non basterà mandare la polizia a prelevare i charedim: è un’intera infrastruttura che va costruita per andare incontro al loro modo di vita», scriveva tre giorni fa su Yedioth Ahronot Yossi Yehoshua, evidenziando la complessità della sfida che si riaccende oggi. L’idea è quella di creare battaglioni riservati, vincendo così la resistenza dei rabbini che ritengono la promiscuità dell’esercito incompatibile con i valori iperconservatori della comunità: ma per farlo serve tempo, e dopo 13 mesi di guerra Israele non ne ha molto.