Gaza, altra strage. Israele protesta per le parole del Papa: “Non è genocidio”
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME — L’offensiva israeliana su Gaza continua a fare morti: la Striscia ieri mattina si è svegliata con la notizia di dodici vittime in un raid notturno avvenuto su Beit Lahiya. Durante la giornata il bilancio è peggiorato: Hosam Abu Safiya, medico dell’ospedale Kamal Adwan ha confermato all’Associated press che almeno trenta persone sono morte e decine sono ancora disperse a seguito dell’attacco sul campo profughi. Attacco confermato dalle Forze armate israeliane che hanno parlato di «obiettivi terroristici» colpiti e del tentativo in corso di evacuare la popolazione da «zone di combattimento attivo».
È proprio l’ambiguità di questo linguaggio, unita all’impossibilità di verificare sul campo quello che sta accadendo, uno degli elementi che hanno portato papa Francesco a evocare la possibilità di un’inchiesta da condurre nei confronti di Israele per genocidio a Gaza. «A detta di alcuni esperti, ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se s’inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali», ha scritto il Papa nel suo nuovo libro La speranza non delude mai. Pellegrini verso un mondo migliore, che uscirà per il Giubileo ed è stato anticipato da La Stampa ieri.
Parole che hanno provocato la dura reazione dell’ambasciata israeliana presso la Santa Sede che, collegandosi a quanto pubblicato ha invitato a ricordare il massacro del 7 ottobre 2023. «Qualsiasi tentativo di chiamare questa autodifesa con qualsiasi altro nome significa isolare lo Stato ebraico», recita il comunicato diffuso su X. Più dura la reazione di Combat Antisemitism Movement (CAM), uno dei tanti gruppi di di pressione pro-Israele, che ha detto che Francesco dovrebbe «scegliere le parole con più cura». In realtà la presa di posizione del Papa ha avuto invece un’eco limitata qui in Israele, dove è stata riportata dai media solo attraverso le agenzie di stampa.
A catturare l’attenzione del Paese ieri sono state invece altre due notizie: la prima è l’arresto di tre leader del movimento contro la riforma giudiziaria che due anni fa ha spaccato Israele in relazione al lancio di due bengala nel giardino della residenza del primo ministro in Cesarea sabato sera. I razzi non hanno provocato danni e Netanyahu non era nella villa: ma l’azione segnala un’escalation nelle proteste contro il premier.
La seconda notizia sono le accuse – rese pubbliche per la prima volta grazie alla richiesta del quotidiano liberal Haaretz – contro membri dello staff dello stesso Netanyahu che avrebbero fornito alla stampa informazioni false a luglio con lo scopo di allontanare un possibile accordo sul cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. Einav Zangauker, madre di Matan, uno degli ostaggi rapiti il 7 ottobre, ha parlato di «operazione di propaganda criminale condotta mentre gli ostaggi stanno morendo».
La giornata di ieri è stata drammatica anche in Libano: Israele ha continuato a colpire il Sud del Paese e la periferia Sud di Beirut, roccaforti di Hezbollah. Ma i suoi razzi sono arrivati anche fuori da queste aree: in mattinata è stato colpito un edificio dove si trovava Mohammed Afif, portavoce del gruppo sciita, ucciso sul colpo. In serata è stata colpita Mar Elias, zona trendy della capitale libanese, nell’Ovest della città di solito risparmiato dagli attacchi israeliani. Il bilancio dei morti in Libano dall’inizio della guerra è di 3.481.