Hong Kong, l’oppositore Jimmy Lai in aula: “Mai chiesto agli Usa di agire contro la Cina”
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - “Mai”. Mai, giura Jimmy Lai, ha chiesto ai suoi contatti stranieri di agire contro la Cina o contro il governo di Hong Kong. “Ho chiesto all’ex vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence di parlare a favore di Hong Kong, di sostenerci”, ammette, ma era “fuori dalla mia portata” chiedere a Pence di agire. Mai, giura Jimmy Lai, ha cercato di influenzare la politica estera sulla Cina attraverso le sue conoscenze all’estero. Mai, giura Jimmy Lai, ha sostenuto l’indipendenza di Hong Kong: “un’idea troppo folle”. Dopo quasi quattro anni di silenzio, l’ex editore dell’ormai defunto quotidiano Apple Daily compare in tribunale a Hong Kong per testimoniare nel processo a suo carico. Un processo - contro il bersaglio più illustre del nuovo corso inaugurato da Pechino nell’ex colonia britannica - iniziato nel dicembre del 2023 e che ora, dopo lunghi ritardi e rinvii, riprende: il giorno dopo le condanne fino a dieci anni di prigione nei confronti di 45 attivisti e politici del campo de…
PECHINO - “Mai”. Mai, giura Jimmy Lai, ha chiesto ai suoi contatti stranieri di agire contro la Cina o contro il governo di Hong Kong. “Ho chiesto all’ex vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence di parlare a favore di Hong Kong, di sostenerci”, ammette, ma era “fuori dalla mia portata” chiedere a Pence di agire. Mai, giura Jimmy Lai, ha cercato di influenzare la politica estera sulla Cina attraverso le sue conoscenze all’estero. Mai, giura Jimmy Lai, ha sostenuto l’indipendenza di Hong Kong: “un’idea troppo folle”. Dopo quasi quattro anni di silenzio, l’ex editore dell’ormai defunto quotidiano Apple Daily compare in tribunale a Hong Kong per testimoniare nel processo a suo carico. Un processo - contro il bersaglio più illustre del nuovo corso inaugurato da Pechino nell’ex colonia britannica - iniziato nel dicembre del 2023 e che ora, dopo lunghi ritardi e rinvii, riprende: il giorno dopo le condanne fino a dieci anni di prigione nei confronti di 45 attivisti e politici del campo democratico.
Lai, 77 anni, in carcere da oltre 1.400 giorni, è accusato di collusione con forze straniere. Se condannato rischia l’ergastolo. Entrato nell’aula del tribunale - a pochi isolati dalla strada dove si trovava la fabbrica di guanti in cui lavorava dopo essere arrivato in città da ragazzo - salutando la moglie e la figlia, Lai si è poi seduto di fronte ai tre giudici per fornire la sua versione, con voce roca.
Deve affrontare un'accusa di “cospirazione per la pubblicazione di materiale sedizioso” e altre due per “collusione con forze straniere”. Verrà processato in base alla legge sulla sicurezza nazionale, imposta a Hong Kong da Pechino nel giugno del 2020, che punisce la sovversione, la secessione, il terrorismo o la collusione con forze straniere con pene, appunto, fino all’ergastolo.
L’accusa sostiene che Lai abbia usato il suo giornale - chiuso nel 2021 dopo i raid della polizia, il congelamento dei beni e l’arresto dei principali redattori - come piattaforma per “incoraggiare l'opposizione al governo” e “colludere con l’estero”. “I valori fondamentali di Apple Daily sono in realtà i valori fondamentali del popolo di Hong Kong”, dice Lai. Questi valori includono “lo stato di diritto, la libertà, il perseguimento della democrazia, la libertà di parola, la libertà di religione, la libertà di riunione”.
È accusato di aver invitato gli Stati Uniti e altri Paesi a imporre sanzioni o a intraprendere “altre attività ostili” contro la Cina e Hong Kong, in risposta alla repressione del movimento pro-democrazia. Durante l'apice delle proteste del 2019 a Hong Kong, Lai volò a Washington dove incontrò l'allora vicepresidente Mike Pence, il segretario di Stato Mike Pompeo e la presidente della Camera Nancy Pelosi. Quegli incontri, secondo l’accusa, sono una prova della collusione. Lai dice di aver partecipato a quegli incontri solo per “riferire” gli eventi che si stavano verificando in città.
Ritenuto dalla Cina la mente delle proteste di cinque anni fa (anche oggi Pechino lo ha bollato come “agente e lacchè degli oppositori della Cina”), il principale bersaglio della vasta repressione del dissenso da parte di Pechino, Lai ha detto di essersi “sempre opposto alla violenza in qualsiasi forma”.
Accusato dalla Cina di sostenere la secessione, Lai ha ribadito ancora una volta che l’idea che Hong Kong chiedesse l’indipendenza - come sostenuto da alcuni manifestanti - era “troppo folle. Per questo non ho mai permesso al mio staff o al mio giornale di parlarne”.
Nato a Canton, in Cina, Lai arriva a Hong Kong a 12 anni, povero in canna, nascosto in un peschereccio. Intrufolatosi in quella che allora era ancora una colonia britannica, inizia a fare l’operaio, poi apre una fabbrica di vestiti fino a che con i soldi messi da parte riesce a creare un proprio marchio di abbigliamento: Giordano. Ma è nell’89 che cambia tutto nella testa e nel cuore di Lai. Tienanmen, i carri armati in piazza, la strage degli studenti. Si converte all’anticomunismo. Apre un giornale, Next Magazine - un mix di gossip, politica e finanza - dove critica la leadership comunista cinese: in un articolo definì Li Peng, premier cinese e figura di spicco della repressione del 1989, un “uovo di tartaruga con un quoziente intellettivo pari a zero”.
Vende il suo marchio di abbigliamento e con i soldi che guadagna investe ancora di più sui media, soprattutto il suo nuovo giornale, l’Apple Daily, fondato nel ’95, divenuto poi il simbolo della resistenza democratica all’abbraccio di Pechino.Non appena la nuova legge sulla sicurezza nazionale entrò in vigore, Pechino cominciò a distruggere il suo impero: arrestato nell’agosto 2020 e portato via in manette mentre la redazione dell’Apple Daily veniva perquisita da 200 poliziotti. Il giornale chiuse definitivamente nell’estate del 2021, dopo l’ennesimo raid e dopo che le autorità avevano congelato i fondi della società editoriale.
Qualche mese dopo, nel dicembre 2021, a Lai, già in carcere, diedero 13 mesi per aver partecipato a una veglia vietata per le vittime di Tiananmen. Nel 2022 invece, la condanna fu di 5 anni e 9 mesi per frode in un caso legato ad una presunta violazione del contratto di affitto dei locali dell’Apple Daily. Lai, il bersaglio più illustre del nuovo corso inaugurato da Pechino a Hong Kong con l’imposizione della legge sulla sicurezza nazionale, passerà settimane a testimoniare.
Il caso-Lai ha attirato l’attenzione internazionale in questi mesi: gruppi per i diritti umani e governi stranieri chiedono la sua liberazione. Il mese scorso Donald Trump, fresco vincitore delle elezioni statunitensi, disse avrebbe fatto uscire Lai dalla Cina “al 100%”. Il premier britannico Keir Starmer (Lai ha la cittadinanza britannica) ha definito il suo rilascio una “priorità” per il suo governo.