Merkel: “Sottovalutare Putin è un errore. Ma non si può agire solo di deterrenza”
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniUna foto del G7 di Charlevoix in Canada nel 2018 (Photo by Jesco Denzel /Bundesregierung via Getty Images)
BERLINO – “Mi ero comportata come se avessi avuto a che fare con un interlocutore normale”. C’è tutto l’umorismo asciutto di Angela Merkel in questo bilancio del suo primo colloquio con Donald Trump. L’incontro-scontro tra l’ex cancelliera e il presidente americano a marzo del 2017 è uno degli aneddoti più tragicomici della sua attesissima autobiografia “Freiheit” (“Libertà”) che uscirà in contemporanea in tutto il mondo il 28 novembre e dalla quale il settimanale tedesco Die Zeit cita ampi stralci in anticipo.
Davanti alle telecamere, il tête-à-tête cominciò notoriamente malissimo, con Trump che si rifiutò ostentatamente di stringerle la mano. Merkel, ingenua, glielo fece notare, gli sussurrò che forse bisognava farlo, del resto “durante la visita di Shinzo Abe la stretta di mano era durata diciannove secondi, senza che Abe si fosse potuto difendere”. Ma la cancelliera era femmina, per il presidente repubblicano non un dettaglio indifferente.
BERLINO – “Mi ero comportata come se avessi avuto a che fare con un interlocutore normale”. C’è tutto l’umorismo asciutto di Angela Merkel in questo bilancio del suo primo colloquio con Donald Trump. L’incontro-scontro tra l’ex cancelliera e il presidente americano a marzo del 2017 è uno degli aneddoti più tragicomici della sua attesissima autobiografia “Freiheit” (“Libertà”) che uscirà in contemporanea in tutto il mondo il 28 novembre e dalla quale il settimanale tedesco Die Zeit cita ampi stralci in anticipo.
Davanti alle telecamere, il tête-à-tête cominciò notoriamente malissimo, con Trump che si rifiutò ostentatamente di stringerle la mano. Merkel, ingenua, glielo fece notare, gli sussurrò che forse bisognava farlo, del resto “durante la visita di Shinzo Abe la stretta di mano era durata diciannove secondi, senza che Abe si fosse potuto difendere”. Ma la cancelliera era femmina, per il presidente repubblicano non un dettaglio indifferente.
Altre strette di mano si trasformarono in duelli di virilità e produssero esilaranti meme: indimenticabile quello con Emmanuel Macron in cui le nocche di entrambi divennero bianco latte. Ma il colloquio successivo tra Merkel e Trump si rivelò ancora più drammatico: “parlavamo su due livelli diversi. Trump su quello emotivo, io su quello razionale”.
Lui continuò a esibirsi nelle sue famose tirate contro la Germania, rea in sostanza di invadere gli Stati Uniti di prodotti tedeschi, Merkel a controbattere “con numeri e fatti”. L’ex leader conservatrice ne ricavò l’impressione che lui oscillasse tra aggressioni arbitrarie e “la volontà di piacere al suo interlocutore”. Un comportamento puerile che lasciò nell’ex scienziata Merkel, famosa per la sua acribia nello studio di qualsiasi dossier, “un cattivo presentimento”. E una grande intuizione: “lui giudicava il mondo dal punto di vista dell’imprenditore immobiliare”. Siccome qualsiasi proprietà “può essere venduta a una persona alla volta”, Trump interpretava il mondo come un insieme di Paesi “che sono tutti in competizione tra di loro”. Insomma, dove “il successo dell’uno significa l’insuccesso dell’altro”.
Verso la Germania, ammette l’ex cancelliera, la diffidenza del tycoon americano era particolarmente pesante. Merkel faticò nel primo mandato di Trump a tenergli testa, le cronache sono impietose sul Grande freddo che scoppiò tra Washington e Berlino. Ma uno dei consigli più preziosi glielo diede Papa Francesco.
La figlia del pastore protestante sviluppò notoriamente un rapporto straordinario con il papa cattolico, e nel 2017, quando Trump minacciò di ritirarsi dagli Accordi di Parigi sul clima, Merkel volò a Roma. Alla vigilia di un G20 importante ad Amburgo, in cui i colloqui sulla lotta ai cambiamenti climatici rischiavano di essere distrutti dalla furia retrograda del presidente americano, Bergoglio le diede un consiglio: “Piegare, piegare, piegare, ma fare in modo che non si spezzi”.
Il comunicato finale del G20 di Amburgo fu il prodotto di quella saggia proposizione suggerita da Francesco: per la prima volta nella storia, diciotto Paesi sottoscrissero gli impegni contro il surriscaldamento del pianeta e isolarono in alcune righe la posizione americana, contraria. Il comunicato “19+1” (i diciotto firmatari e la Ue più gli Stati Uniti) resta un precedente importante per “piegare e non spezzare”, per arrivare comunque a un compromesso.
Era la classica filosofia di Merkel, che anche secondo i suoi rivali più agguerriti ebbe sempre il dono di non far sentire mai che qualcuno si alzasse da un tavolo negoziale da perdente. Fu sempre uno dei segreti della sua leggendaria capacità di chiudere accordi, anche dopo maratone che potevano durare giorni. A Bruxelles ne sanno qualcosa.
In ogni caso, dopo quattro logoranti anni di presidenza Trump, non meraviglia che al momento di chiudere la sua autobiografia, quando la corsa per la Casa Bianca non era ancora decisa, Merkel abbia espresso “con tutto il cuore” l’augurio che vincesse Kamala Harris.
Trump, poi, era molto affascinato da Vladimir Putin, rivela Merkel. “Negli anni successivi ebbi l’impressione che politici con tratti autocratici e dittatoriali lo stregassero”. Ma nei brani anticipati dalla Zeit, Merkel parla anche del suo rapporto complicato con il presidente russo. E si notano soprattutto le omissioni: non c’è mai traccia di un pentimento nell’ex cancelliera per aver tentato invano di contenere un autocrate che cominciò a manifestare presto, per stessa ammissione dell’ex cancelliera, mire imperialiste e nostalgie per la scomparsa dell’Unione sovietica, aggravati da conclamati complessi di inferiorità verso gli Stati Uniti. Anzi, per Merkel molti errori sono stati fatti dall’Occidente, incapace di capire alcune ossessioni di Putin.
Già nel 2007 il presidente russo manifestò a Merkel le sue nostalgie imperialiste durante una visita della cancelliera a Sochi: la aggredì e le disse che la fine dell’Urss era stata la peggiore catastrofe del XX secolo. E le sguinzagliò contro il suo labrador nero Koni, un episodio che fece il giro del mondo per lo sguardo terrorizzato e la postura intimidita di Merkel, che ha notoriamente paura dei cani (e Putin lo sapeva).
Ma nonostante la cancelliera sia sempre stata lucida sulla violenza del presidente russo, nella sua autobiografia rivendica in particolare un episodio in cui ne prese le difese, e che avvenne l’anno successivo. Merkel resta convinta che la sua politica di contenimento di Putin, che i suoi critici considerano una forma di appeasement, sia stata giusta. Nel 2008, al vertice Nato di Bucarest, George W. Bush voleva discutere il piano d’azione MAP per l’adesione di Georgia e Ucraina all’Alleanza atlantica. Merkel lo impedì: “Pensavo che sarebbe stato illusorio pensare che lo status MAP di Ucraina e Georgia avrebbe significato proteggerle dall’aggressione di Putin”.
Insomma, secondo l’ex cancelliera lo status di possibili candidati alla Nato non avrebbe tutelato Georgia e Ucraina da un eventuale attacco russo. “Era seriamente pensabile che i Paesi membri della Nato avrebbero risposto militarmente, che sarebbero intervenuti”. Merkel è convinta che Putin non avrebbe fatto trascorrere invano il periodo tra l’accordo sul piano di azione per l’adesione e l’effettivo ingresso dei due Paesi nella Nato. Non solo. Anche se l’ex cancelliera impedì quel passo, il solo fatto che l’Alleanza atlantica avesse prospettato a Georgia e Ucraina, anche in maniera vaga, un’adesione futura, per Putin fu come “una dichiarazione di guerra”, sostiene.
Si sa che Putin espresse a Merkel gratitudine per essersi impuntata al vertice di Bucarest contro gli americani. Ma nel libro, la cancelliera riporta un episodio significativo per il suo modo di interpretare il suo rapporto con il capo del Cremlino. “In un altro contesto, non mi ricordo esattamente quale, più tardi mi disse: ‘tu non sarai per sempre cancelliera. E allora loro diventeranno membri della Nato. E io lo voglio impedire”.
Merkel sembra suggerire che finché è stata cancelliera, ha rappresentato una garanzia che Putin non scatenasse le sue truppe contro la Georgia e l’Ucraina. E a un primo, superficiale sguardo, sembra coerente. La cancelliera ha lasciato nell’autunno del 2021, e l’invasione dell’Ucraina è cominciata il 24 febbraio del 2022.
Ma l’ex leader conservatrice omette un particolare non irrilevante. La prima aggressione russa contro Kiev risale al 2014, quando Merkel era salda in sella: Putin annesse la Crimea e mandò i suoi miliziani in Donbass. Peraltro la cancelliera stessa fu la protagonista dei complicatissimi negoziati per congelare quel conflitto strisciante, i famosi accordi di Minsk. E ammette a più riprese quanto l’atteggiamento di Putin fosse “inaudito”.
Verso la fine della lunghissima autobiografia da oltre 700 pagine, la cancelliera illustra il suo punto di vista sulla possibile fine del conflitto e spiega il suo approccio con la Russia in un contesto più ampio. “Sottovalutare Putin sarebbe un errore”, scrive. Ma non si può agire solo con la deterrenza: serve la diplomazia per porre fine all’invasione dell’Ucraina. E a decidere quando sarà opportuno “non potrà essere solo l’Ucraina ma anche i suoi sostenitori”. Purtroppo, però, lo farà anzitutto quel Trump che l’ex cancelliera mostra di disprezzare e di temere.
Inoltre, Merkel ricorda che, storicamente, ogni volta che i rapporti tra l’Occidente e la Russia peggiorano, Mosca si avvicina alla Cina. E che mentre negli anni Settanta l’Unione sovietica lo faceva da una posizione di supremazia, stavolta la Russia “sta cadendo nelle mani del suo vicino sempre più potente”.