John Grisham: “In famiglia ormai non ci parliamo più. Trump ha diviso l’America”
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA – John Grisham alza gli occhi al cielo, azzurri di malinconia: «No, con i miei fratelli non ci parliamo quasi più. Solo frasi di circostanza. Colpa di Donald Trump». Il grande scrittore americano, maestro del legal thriller e inarrivabile bestseller, sta lasciando la sua candida casa di campagna in Virginia per volare a Miami e presentare l’ultimo libro Incastrati (Mondadori). Ma, prima di imbarcarsi, commenta a lungo con Repubblica le elezioni americane. Che lo hanno lasciato «affranto, basito, smarrito. Sotto shock».
Ma come mai, Grisham, lei e la sua famiglia siete arrivati a tanto?
«È quanto Trump ha provocato a noi e molte altre famiglie in America. Le ha spezzate in due. Con mia sorella “liberal” che vive in Inghilterra parliamo spesso. Con gli altri due fratelli qui in America, che da tempo sostengono Trump, invece no. Se ci capita di stare al telefono lo facciamo, ma con frasi…
LONDRA – John Grisham alza gli occhi al cielo, azzurri di malinconia: «No, con i miei fratelli non ci parliamo quasi più. Solo frasi di circostanza. Colpa di Donald Trump». Il grande scrittore americano, maestro del legal thriller e inarrivabile bestseller, sta lasciando la sua candida casa di campagna in Virginia per volare a Miami e presentare l’ultimo libro Incastrati (Mondadori). Ma, prima di imbarcarsi, commenta a lungo con Repubblica le elezioni americane. Che lo hanno lasciato «affranto, basito, smarrito. Sotto shock».
Ma come mai, Grisham, lei e la sua famiglia siete arrivati a tanto?
«È quanto Trump ha provocato a noi e molte altre famiglie in America. Le ha spezzate in due. Con mia sorella “liberal” che vive in Inghilterra parliamo spesso. Con gli altri due fratelli qui in America, che da tempo sostengono Trump, invece no. Se ci capita di stare al telefono lo facciamo, ma con frasi di circostanza. Ormai ci sentiamo molto raramente. Lo stesso con molti miei amici ora trumpiani».
Ma come? Siamo negli Stati Uniti, dove la libertà di parola è il primo emendamento della Costituzione.
«No. Mai parlare di politica in questo Paese oggigiorno. È diventato tutto così tossico, sempre sull’orlo della violenza. Mai visto niente del genere. Trump o lo ami, o lo odi. Non c’è una via di mezzo. Il Paese è dilaniato. Così come la mia famiglia e molte altre. Questa è una cosa terribile che Trump ha inflitto a tutti noi».
Ricorda le profonde fratture della Brexit nelle famiglie inglesi.
«Può essere. Tra noi Grisham abbiamo iniziato a parlarci di meno durante un’altra presidenza divisiva, quella di Bush figlio. Dopo la guerra in Iraq, io mi sono spostato a sinistra, i miei fratelli a destra. Ma dopo Trump, non siamo mai stati così distanti».
E non vi riunite più, neanche a Natale?
«No, no… la notte dopo la vittoria di Trump, qualcuno ci ha persino bruciato il cartello che, come si usa qui in America, avevamo esposto in giardino per Kamala Harris. Mai successo in vita mia. È tutto estremamente tossico. E triste».
Teme che questa tensione possa presto deflagrare in una violenza più estesa nel Paese?
«I gruppi di razzisti ed estremisti cresceranno. Ma almeno viviamo in un forte stato di polizia, è difficile restare impuniti».
Però questi estremisti potrebbero essere fomentati, per esempio, dalla imminente e brutale deportazione di milioni di migranti illegali e stranieri che Trump ha promesso al suo popolo?
«E dire che tutti noi conosciamo migranti illegali, perché sono cruciali per la nostra economia. Invece, ci attendono scene tremende: famiglie di migranti separate dai militari, bambini di nuovo in gabbia, masse di persone confinate nei campi. Avverrà presto. E sarà agghiacciante».
Ma Trump ha vinto soprattutto per questo: le pessime politiche di Biden e Harris sull’immigrazione illegale.
«È vero. Su questo i democratici sono stati un disastro. Con Trump presidente entravano circa 500mila illegali all’anno. Con Biden due milioni. Il Congresso non li ha aiutati nella legislazione, ma il presidente e la vice, tra l’altro con delega proprio sull’immigrazione, hanno fatto pochissimo per risolvere i guai alla frontiera. Non puoi accettare confini aperti, in nessun Paese. E anche sull’economia e sull’inflazione: Biden e Harris non sono riusciti a parlare chiaro agli americani. Kamala è stata vittima di razzismo e sessismo, senza dubbio. Ma esclusi i centristi Clinton e Obama che riuscivano a connettersi con la gente comune, nella storia recente i democratici hanno sempre scelto il cavallo sbagliato: troppo esotici, progressisti o troppo a sinistra per buona parte degli americani, troppo ossessionati dalle “guerre culturali” e da temi come il gender, ma meno interessati alla sostanza e alla vita quotidiana della maggioranza. Al “bread and butter”, pane e burro, come si dice qui».
E poi la continua accusa a Trump di essere un nuovo Hitler. Non è stata controproducente?
«Certo. Devi rispondere con proposte innanzitutto tue. Ma poi è una accusa esagerata: Trump non sarà mai un Hitler in America. I militari sono ancora potenti e i repubblicani dello stesso Congresso, anche se ora in maggioranza per Trump, potrebbero presto stufarsi del presidente eletto. Che sarà un disastro, peggio del primo mandato. Saranno quattro anni di vendette spietate, di patetico isolazionismo verso i nostri alleati in Europa, di vicinanza alla Russia, di una nuova amministrazione di ministri pericolosissimi, di nomine assurde alla Giustizia. Sarà il caos totale. Ma Trump non sarà Hitler».
Quindi la democrazia americana non è in pericolo?
«Lo è, invece. Sono due cose diverse. Per la prima volta in vita mia vedo profonde crepe nella nostra democrazia e nella rule of law. Trump avrà un enorme potere, perdonerà i suoi scagnozzi dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e in generale l’idea di essere puniti per i propri crimini subirà un colpo ferale. Trump umilierà la Legge, da pregiudicato e businessman corrotto quale è sempre stato. Ma ciò non è bastato a dissuadere la maggioranza degli elettori: oramai avere la fedina penale sporca non conta più, in questo Paese e in Occidente, soprattutto quando molte persone poco istruite diventano parte di un culto politico. I danni stavolta potrebbero essere permanenti. Potremmo sprofondare in un’oligarchia come in Russia, vedi la gigantesca influenza che hanno imprenditori come Elon Musk. Navigheremo in acque davvero inesplorate. Non sono mai stato così terrorizzato dal futuro della democrazia americana».
Mentre, paradossalmente, il suo ultimo libro “Incastrati” con Jim McCloskey parla di incredibili storie di condanne ingiuste in America.
«Sì, è un problema atroce nel nostro Paese. Mi sono appassionato a questa piaga dal romanzo “Innocente” nel 2006. Perché, negli Stati Uniti, chi commette un crimine apertamente come Trump è a piede libero, mentre tantissime altre persone marciscono in carcere da innocenti?».
E lei che risposta si è dato?
«Succede perché non è raro che polizia e inquirenti facciano di tutto per condannare un imputato, per varie cause: razzismo, negligenza, false testimonianze, corruzione, collusione. Come il caso di Joe Bryan in Texas, accusato di aver ucciso la moglie e rinchiuso 33 anni in carcere da innocente, prima di morire a 84 lo scorso ottobre. Sono storie raggelanti. Ma purtroppo questo è il mio Paese, ancora oggi. Soprattutto se non hai i soldi per difenderti in tribunale, a differenza di Trump».
Le viene la tentazione di abbandonare di Stati Uniti?
«Ogni tanto. Ma mi piace la mia vita a Charlottesville, la casa che ho curato per tre decenni. A febbraio compio 70 anni. Non sono più un giovanotto. Non voglio andare via».