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“Je suis Gisèle”: Dagli stupri al processo nascita di un’eroina

(reuters)

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Drogata e violentata per anni a sua insaputa dal marito e altri 50 uomini, Gisèle Pelicot è ora al centro di una battaglia che ha fatto di lei un’icona femminista
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PARIGI – «Merci Gisèle». «Je suis Gisèle». Il suo nome ha risuonato nelle piazze francesi durante i cortei organizzati ieri in vista della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il suo volto appare in tanti murales, persino in Italia. Doveva arrivare questa nonnina dal fisico minuto, caschetto rosso e occhiali scuri, per risvegliare le coscienze, per dare la misura del cammino che c’è ancora da fare.

Gisèle che non ha partecipato alla rivoluzione del Sessantotto, è nata nel sud-ovest della Germania nel 1952 ed è stata cresciuta da un padre militare. Sognava di fare la parrucchiera ed è finita a essere una moglie devota al marito, ai figli, ai nipotini, con l’unico vezzo di andare ogni tanto a sentire l’opera lirica. Gisèle che improvvisamente ha visto «il mondo crollare addosso», scoprendo che nel letto coniugale erano stati invitati decine di sconosciuti per abusare del suo corpo inerte, addormentato con potenti sedativi.

Uomini adescati online e invitati a casa da quell…

PARIGI – «Merci Gisèle». «Je suis Gisèle». Il suo nome ha risuonato nelle piazze francesi durante i cortei organizzati ieri in vista della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il suo volto appare in tanti murales, persino in Italia. Doveva arrivare questa nonnina dal fisico minuto, caschetto rosso e occhiali scuri, per risvegliare le coscienze, per dare la misura del cammino che c’è ancora da fare.

Gisèle che non ha partecipato alla rivoluzione del Sessantotto, è nata nel sud-ovest della Germania nel 1952 ed è stata cresciuta da un padre militare. Sognava di fare la parrucchiera ed è finita a essere una moglie devota al marito, ai figli, ai nipotini, con l’unico vezzo di andare ogni tanto a sentire l’opera lirica. Gisèle che improvvisamente ha visto «il mondo crollare addosso», scoprendo che nel letto coniugale erano stati invitati decine di sconosciuti per abusare del suo corpo inerte, addormentato con potenti sedativi.

Uomini adescati online e invitati a casa da quello che fino a pochi anni fa lei considerava come il «marito perfetto». Gisèle che ha deciso che il processo al branco dei suoi stupratori – cinquanta imputati più uno, il marito Dominique Pelicot – doveva essere pubblico perché «la vergogna deve cambiare campo».

Gisèle Pelicot, un’icona femminista come non te l’aspetteresti ai tempi del MeToo, quando si pensava che l’asticella del progresso si era spostata verso altri fronti. E invece. «Sento molte donne, e anche uomini, che parlano del mio coraggio. Non è coraggio, è forza di volontà», ripete Gisèle. «Non voglio esprimere rabbia o odio. Solo la mia determinazione a cambiare la società». Da settembre non ha perso un giorno di udienza nel tribunale di Avignone. Solo una volta si è concessa una pausa. Cinque minuti.

La Francia l’ha scoperta a ogni tappa di una maratona giudiziaria diventata macchina del tempo. Sembra di essere tornati a uno dei primi processi per stupro, quello che si svolse nel 1978 a Aix-en-Provence. Con un’altra Gisèle protagonista, l’avvocata Gisèle Halimi che oggi riposa al Panthéon. In quel periodo c’era l’avvocata Tina Lagostena Bassi che combatteva nel tribunale di Latina.

Cosa direbbero queste paladine delle battaglie femministe vedendo a quasi mezzo secolo di distanza gli stessi logori cliché ripetersi in aula? Tutti gli imputati nelle ultime settimane si sono nascosti dietro a scuse come: «Mi sembrava consenziente», «Pensavo fosse un gioco libertino», «Visto che il marito era d’accordo, ero tranquillo». Un catalogo di presunte giustificazioni che ricalcano una «visione maschilista patriarcale che banalizza lo stupro», ha sottolineato Gisèle. Se ogni processo è una rappresentazione del mondo, questo è stato il «teatro della vigliaccheria», come ha detto sempre Gisèle.

Per lei è arrivato anche il momento in cui si è scatenata la controffensiva. Il processo alla vittima. Gli avvocati della difesa hanno cercato di mettere in difficoltà l’accusa. Gisèle troppo «libera» perché aveva tradito il marito. O invece troppo sottomessa, perché avrebbe acconsentito alle sue peggiori perversioni, non sarebbe stata capace di allarmarsi davanti a segnali di malessere fisico come perdite di memoria, malattie sessuali e problemi ginecologici.

«Sono uno stupratore, lo sono quanto loro», ha esordito Dominique Pelicot, cercando anche lui di giustificarsi attraverso le violenze e i traumi dell’infanzia, e l’esigenza di soddisfare quella che ha definita una “fantasia”, chissà quanto condivisa. «Volevo sottomettere una donna ribelle, per puro egoismo». Ma «senza farle soffrire», ha azzardato a proposito dell’uso di sedativi. Pelicot continua a smentire qualsiasi gesto incestuoso nei confronti della figlia, Caroline Darian. «Non ti ho mai fatto niente», ha detto l’uomo, subito interrotto. «Morirai nella menzogna!», ha gridato Caroline, che non vuole più portare il cognome di suo padre.

Hanno parlato in aula anche i figli maschi della coppia, David e Florian. «Sei il Demonio», ha urlato uno dei due, convinto che il padre abbia potuto abusare della sorella Caroline e addirittura di qualche nipotino. Le indagini per il processo non sono riuscite a trovare prove in questo senso.

La sentenza è attesa entro il 20 dicembre. «Gisèle Pelicot ha scelto di trasformare tutto questo fango in materia nobile e di andare oltre l’oscurità della sua storia per trovare un senso», hanno concluso gli avvocati della vittima parlando del processo come di un «testamento per le future generazioni». Sperando che non sia un eterno ricominciare.

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