Una strage e per niente. Il comandante delle operazioni militari di Hezbollah, Muhammad Haydar, non era in quel palazzo sventrato di Basta el-Faouqa, quartiere centrale di Beirut, in linea d’aria un chilometro dal Parlamento. Le informazioni dell’intelligence israeliana erano errate, evidentemente: almeno 20 civili morti, 63 feriti ma a quanto pare nessun miliziano colpito. Né di alto livello, né di basso, niente. Bersaglio mancato, nonostante l’aviazione dello Stato ebraico nella notte tra venerdì e sabato abbia scaricato su Basta un grappolo di missili anti-bunker, gli stessi usati per uccidere Nasrallah e che fecero tremare tutta la città.
Nella settimana del mandato di arresto per crimini di guerra spiccato per Netanyahu dalla Corte penale internazionale, e mentre la trattativa per il cessate il fuoco in Libano pare essersi inabissata, le forze armate israeliane sono costrette a registrare un clamoroso fallimento: aver attaccato per nulla, e senza alcun preavviso, una palazzi…
Una strage e per niente. Il comandante delle operazioni militari di Hezbollah, Muhammad Haydar, non era in quel palazzo sventrato di Basta el-Faouqa, quartiere centrale di Beirut, in linea d’aria un chilometro dal Parlamento. Le informazioni dell’intelligence israeliana erano errate, evidentemente: almeno 20 civili morti, 63 feriti ma a quanto pare nessun miliziano colpito. Né di alto livello, né di basso, niente. Bersaglio mancato, nonostante l’aviazione dello Stato ebraico nella notte tra venerdì e sabato abbia scaricato su Basta un grappolo di missili anti-bunker, gli stessi usati per uccidere Nasrallah e che fecero tremare tutta la città.
Nella settimana del mandato di arresto per crimini di guerra spiccato per Netanyahu dalla Corte penale internazionale, e mentre la trattativa per il cessate il fuoco in Libano pare essersi inabissata, le forze armate israeliane sono costrette a registrare un clamoroso fallimento: aver attaccato per nulla, e senza alcun preavviso, una palazzina di otto piani abitata da famiglie e sfollati di Dahieh. Ogni bombardamento che provoca vittime civili costituisce crimine di guerra se non viene dimostrata una fondata ragione operativa per lo sgancio degli ordigni, e in questo caso, per adesso, non se n’è trovata traccia.
«Non c’era alcun membro di Hezbollah nell’edificio abbattutto», sostiene Amin Sherri, deputato del Partito di Dio. Lo confermano le autorità libanesi e, in via informale, gli israeliani. La confusione generata dall’errore spiega le tante voci circolate su chi fosse stato fatto fuori: prima hanno detto Talal Hamieh, un veterano con ruoli di comando, poi lo sceicco Naim Qassem, il leader che ha preso il posto di Nasrallah, infine è venuto fuori il nome di Haydar, responsabile del trasferimento di armi dall’Iran e di tutti i progetti bellici classificati che Hezbollah gestisce con l’aiuto delle forze Quds iraniane. Chiunque fosse l’obiettivo, tuttavia, non è stato preso.
«Ma anche se uno di loro si fosse nascosto qui, vi sembra normale distruggere un palazzo intero e ammazzare così donne e bambini mentre dormono?», gridano i superstiti. «Non siamo esseri umani anche noi?».
Quello di ieri è il quarto pesante bombardamento su Beirut nell’arco di una settimana, indice di un cambio di strategia dell’Idf. Finora si erano concentrati su Dahieh, la vasta periferia sciita a sud della capitale che ospitava la roccaforte di Hezbollah, adesso puntano più a nord, nel centro della città e vicinissimo ai distretti cristiani e sunniti. L’Idf accusa i capi militari di Hezbollah di essere fuggiti dalle loro zone tradizionali e di nascondersi «usando i civili come scudi umani». Di certo c’è che la pressione su Beirut si è intensificata e l’ennesima escalation fa vacillare il tavolo di un negoziato del quale, da qualche giorno, non si sa più niente.
L’inviato americano Amos Hochstein era piuttosto ottimista quando, a metà settimana, è volato a Tel Aviv subito dopo aver incontrato il presidente del parlamento libanese Nabih Berri, che sta conducendo la trattativa per conto di Hezbollah. Hochstein si è visto con Netanyahu per discutere un dettaglio cruciale su cui ancora non c’è accordo, ossia la pretesa di Israele di poter violare lo spazio aereo coi jet e colpire in territorio libanese se, ad armistizio raggiunto, dovesse rilevare movimenti sospetti a sud del fiume Litani. Sull’esito del colloquio, però, è calato il silenzio.
Riguardo ai due razzi di Hezbollah esplosi venerdì nella base Unifil di Shama e che hanno provocato il ferimento di quattro caschi blu italiani, il segretario della Difesa americano ha ribadito al governo israeliano l’importanza di «garantire l’incolumità dell’esercito del Libano e delle forze Unifil». La questione è stata affrontata in una telefonata tra il primo ministro libanese Najib Mikati e la premier Giorgia Meloni. «Spero che questo sfortunato evento non influisca sulla vostra determinazione a sostenerci — ha detto Mikati — né sul vostro ruolo cruciale nell’aiutarci a raggiungere il cessate il fuoco».