BAKU – Gilberto Pichetto Fratin commenta le febbrili trattative della Cop 29 di Baku. Ma anche l’incidente “diplomatico” che ha visto protagonista, proprio qui alla Conferenza Onu sul clima, Alessandro Guerri, a capo della Direzione generale Affari europei del ministero dell’Ambiente. Guerri, fratello del capo segreteria della ministra Daniela Santanché, nominato lo scorso luglio dopo una carriera nelle Capitanerie di Porto, mercoledì nel padiglione italiano di Cop 29 ha incontrato i giovani attivisti tra cui quelli della Rete Climatica Trentina. A loro ha detto: «Attenzione con chi vi schierate, gli ambientalisti sono i veri nemici della transizione». E poi, ai ragazzi che chiedevano maggiore possibilità di interlocuzione con il ministero: «I processi partecipativi sono garanzia di fallimento». Mentre le delegazioni sono impegnate nel braccio di ferro sulla finanza climatica, il ministro smentisce con Repubblica il suo dirigente: «Non la penso in quel modo. Anche perché nella spinta …
BAKU – Gilberto Pichetto Fratin commenta le febbrili trattative della Cop 29 di Baku. Ma anche l’incidente “diplomatico” che ha visto protagonista, proprio qui alla Conferenza Onu sul clima, Alessandro Guerri, a capo della Direzione generale Affari europei del ministero dell’Ambiente. Guerri, fratello del capo segreteria della ministra Daniela Santanché, nominato lo scorso luglio dopo una carriera nelle Capitanerie di Porto, mercoledì nel padiglione italiano di Cop 29 ha incontrato i giovani attivisti tra cui quelli della Rete Climatica Trentina. A loro ha detto: «Attenzione con chi vi schierate, gli ambientalisti sono i veri nemici della transizione». E poi, ai ragazzi che chiedevano maggiore possibilità di interlocuzione con il ministero: «I processi partecipativi sono garanzia di fallimento». Mentre le delegazioni sono impegnate nel braccio di ferro sulla finanza climatica, il ministro smentisce con Repubblica il suo dirigente: «Non la penso in quel modo. Anche perché nella spinta che stiamo dando alle rinnovabili ci sono grandi e importanti associazioni ambientaliste che mi stanno affiancando e non mi giocano certo contro. Ci sono frange di esagerazione sui tutti i fronti, sia su quello ambientalista che su quello negazionista, ma fa parte della libertà di pensiero. Non credo che Guerri volesse spingersi a dire davvero questo».
Ministro, i 300 miliardi di dollari messi sul piatto dai Paesi ricchi era il massimo che si poteva fare?
«Penso sia un buon compromesso. I Paesi in via di sviluppo avrebbero voluto di più e quindi abbiamo cercato un meccanismo per innalzare i contribuiti in futuro».
Ci sono stime secondo cui l’Italia a regime dovrà versare oltre 4 miliardi di dollari l’anno. Da dove verrebbero presi questi soldi?
«In realtà il meccanismo previsto non è quello di un fondo in cui si versano soldi che poi vengono contabilizzati come finanza climatica. La cifra considerata sarà quella totale, somma del contributo pubblico e di quello privato».
Può fare un esempio?
«Il cavo Tunisia-Sicilia, dove c’è un contributo Ue, fondi pubblici italiani e il resto messo da investitori privati. Supponiamo che l’opera costi complessivamente un miliardo e mezzo: tutta questa cifra sarà rendicontabile come contributo dell’Italia alla finanza climatica. Quindi non solo soldi provenienti della casse dello Stato».
Come si arriva però agli oltre quattro miliardi l’anno?
«Ogni euro pubblico ne può mobilitare dai 2 ai 5 privati. Oggi nel nostro Fondo Clima abbiamo 4,2 miliardi. Significa che potremmo innescare un circuito virtuoso di investimenti privati, compresi tra i 10 e i 15 miliardi. E anche questi, purché compatibili con gli obiettivi della finanza climatica, andranno rendicontati come contributo italiano. In tal caso saremmo coperti per i prossimi 3 o 4 anni».
Tra i 300 miliardi a cui hanno detto sì i Paesi ricchi e i 1300 complessivi richiesti dai Paesi in via di sviluppo c’è una distanza notevole. Chi dovrebbe colmarla?
«Gli investimenti totalmente privati, non solo quelli attivati dalla finanza pubblica. In molti Paesi in via di sviluppo non ci sono le condizioni per attirare i privati. Noi dobbiamo crearle, dal quadro regolatorio agli incentivi, così da dare ai privati garanzie sul loro investimento».
Ha sentito il presidente azero Alyev? Lei cosa pensa dei combustibili fossili?
«No, non penso che siano un dono di Dio. Anche se hanno permesso al nostro mondo di crescere e di diventare ricco. Mai oggi ci rendiamo conto che dobbiamo andare oltre».
Un esponente della sua maggioranza, Fabio Rampelli, ha detto che il nucleare non si farà mai più in Italia. Questa spaccatura nel centrodestra rallenterà il governo sul ritorno all’energia atomica?
«Nessun rallentamento. Si tratta di un dibattito legittimo, su un percorso di ricerca e su quello che dovrà essere il futuro. Ma la decisione andrà presa quando avremo davanti le possibili opzioni, quando le tecnologie saranno mature. Il mio compito è costruire un quadro giuridico per dar modo ai decisori del futuro di scegliere».