BRUXELLES – «Raggiungere la pace attraverso la forza». È un concetto che Donald Trump ha usato spesso in passato. Ma queste parole hanno avuto l’altro ieri un valore diverso. Perché è il concetto ribadito nell’irrituale incontro in Florida con il nuovo segretario generale della Nato, Mark Rutte.
Il presidente americano eletto, infatti, ha concentrato l’incontro su tre aspetti principali: l’Ucraina, il pericolo di Putin e il contributo economico che gli alleati europei forniscono all’Organizzazione atlantica. E in modo sorprendente i tre concetti sono stati connessi. Legati in maniera inscindibile.
Il tycoon, secondo i report giunti al Quartier generale della Nato a Bruxelles, è stato infatti molto meno netto sul giudizio riguardante l’Alleanza rispetto a quanto dichiarato durante la campagna elettorale. Ha sostanzialmente ripetuto di considerare «prezioso» il Patto Occidentale ma anche che gli altri membri devono fare di più per renderlo un organismo in grado di garantire il re…
BRUXELLES – «Raggiungere la pace attraverso la forza». È un concetto che Donald Trump ha usato spesso in passato. Ma queste parole hanno avuto l’altro ieri un valore diverso. Perché è il concetto ribadito nell’irrituale incontro in Florida con il nuovo segretario generale della Nato, Mark Rutte.
Il presidente americano eletto, infatti, ha concentrato l’incontro su tre aspetti principali: l’Ucraina, il pericolo di Putin e il contributo economico che gli alleati europei forniscono all’Organizzazione atlantica. E in modo sorprendente i tre concetti sono stati connessi. Legati in maniera inscindibile.
Il tycoon, secondo i report giunti al Quartier generale della Nato a Bruxelles, è stato infatti molto meno netto sul giudizio riguardante l’Alleanza rispetto a quanto dichiarato durante la campagna elettorale. Ha sostanzialmente ripetuto di considerare «prezioso» il Patto Occidentale ma anche che gli altri membri devono fare di più per renderlo un organismo in grado di garantire il reciproco interesse. E Rutte ha fatto notare che gli europei nel complesso hanno già sfiorato il 2 per cento di Pil per la spesa militare e che si sono impegnati a incrementare lo sforzo. Un’attenzione presente anche dentro l’Ue.
Ma appunto si tratta di un impegno strettamente legato alla possibile azione di pace. Perché Trump vorrebbe avviarla da una posizione di decisa deterrenza: «La pace attraverso la forza». E in questo quadro la Nato resta tuttora lo strumento migliore. Nel colloquio, dunque, il «piano di pace» è stato accennato e non discusso nei dettagli, anche se il tycoon ha affermato di averlo già pronto. Uno dei possibili mediatori, nella testa del futuro inquilino della Casa Bianca, resta la Turchia. Ma per ottenere risultati, è il suo punto fermo, non ci si può presentare disarmati.
Al presidente eletto, del resto, sono già arrivati i rapporti del Pentagono che, ovviamente, sconsigliano di allargare il conflitto, ma stanno inducendo Trump a prendere in considerazione la possibilità che Putin non voglia la pace. Almeno non la voglia adesso. L’Alleanza, quindi, si deve preparare a questa prospettiva.
Tant’è che uno dei temi discussi riguarda anche la partecipazione dei soldati nordcoreani nel conflitto ucraino. Il quesito che accompagna questa constatazione è semplice: la Nato deve impegnare maggiori risorse? La risposta è affermativa. Ma senza immaginare il coinvolgimento diretto di truppe dell’Alleanza nella guerra. Una soluzione sconsigliata da tutti gli interlocutori per evitare una reazione scomposta di Mosca. La Polonia (da sempre molto nervosa nei confronti della Russia), attraverso il premier Tusk, ha fatto al contrario sapere di essere pronta a ingaggiare un’attività diretta. Venerdì scorso ha parlato esplicitamente del rischio di un «conflitto globale». Ma linea polacca è isolata. Uno scenario, dunque, al momento non realistico.
Una delle ipotesi, allora, è quella inviare ulteriori consiglieri militari in aiuto di Kiev. E poi ricorrere ad una risposta uguale e contraria a quella nordcoreana. Ossia quella sudcoreana. I contatti con Seul si stanno intensificando. Ed esiste l’opzione che il governo di Han Duk-soo invii a sostegno di Zelensky armi (la produzione sudcoreana viene considerata una delle migliori) e tecnologie.
Insomma il futuro “Commander in chief” vuole trattare ma non farsi ricattare. Non a caso ha accettato senza battere ciglio la decisione di Biden di consentire a Kiev l’uso delle armi americane in territorio russo. Inoltre una delle preoccupazioni maggiormente trattate negli ultimi giorni anche ai vertici della Nato si concentra sui nuovi missili Oreshnik in dotazione all’esercito russo. Il vantaggio del Cremlino sui razzi ipersonici è ormai acclarato e gli Usa intendono colmare il gap. Nello stesso tempo sono tutti consapevoli del fatto che Putin in questa fase sul punto fa un discorso molto semplice: per ora questi missili ce li ho solo io. E in un negoziato può essere un punto determinante, soprattutto se nel frattempo si scompone l’Alleanza atlantica.
L’altro aspetto, a vantaggio della trattativa, consiste nella difficoltà per la Russia di penetrare profondamente in territorio ucraino. In questo senso viene valutata come una mossa tattica importante l’invio da parte di Washington delle mine antiuomo. Per l’esercito russo sarà ancora più complicato avanzare. Semmai la conseguenza pesante può essere la risposta dell’aviazione putiniana. Gli obiettivi civili non sono ormai un incidente ma una scelta: non potendola conquistare, l’obiettivo è radere al suolo l’Ucraina. Trasformarla in un’arma ibrida contro l’Europa che potrebbe fare i conti con un’ondata migratoria senza precedenti.