BAKU – Arrivederci Baku. Dopo due settimane trascorse nello stadio olimpico, trasformato nella cittadella Onu del clima, tra led, moquette e pareti prefabbricate color verde petrolio, migliaia di negoziatori, lobbisti, attivisti e giornalisti hanno lasciato la capitale dell’Azerbaijan. Con la sensazione che, pur non trattandosi di un fallimento, si potesse fare di più. Nella notte tra sabato e domenica, mentre si concretizzava l’accordo, lo ha detto bene il capo delegazione di Panama : «Nessuno è felice, ma si tratta di un passo avanti». E allora vediamoli questi passi avanti fatti alla Cop29. E perché lasciano comunque l’amaro in bocca.
L’accordo sull’Articolo 6
È una questione tecnica, ma dalle conseguenze importanti sia dal punto di vista economico che da quello delle emissioni di gas se…
BAKU – Arrivederci Baku. Dopo due settimane trascorse nello stadio olimpico, trasformato nella cittadella Onu del clima, tra led, moquette e pareti prefabbricate color verde petrolio, migliaia di negoziatori, lobbisti, attivisti e giornalisti hanno lasciato la capitale dell’Azerbaijan. Con la sensazione che, pur non trattandosi di un fallimento, si potesse fare di più. Nella notte tra sabato e domenica, mentre si concretizzava l’accordo, lo ha detto bene il capo delegazione di Panama : «Nessuno è felice, ma si tratta di un passo avanti». E allora vediamoli questi passi avanti fatti alla Cop29. E perché lasciano comunque l’amaro in bocca.
L’accordo sull’Articolo 6
È una questione tecnica, ma dalle conseguenze importanti sia dal punto di vista economico che da quello delle emissioni di gas serra. La decisione presa a Baku, infatti, sblocca dopo anni di attesa il mercato del carbonio tra Stati: un Paese può ridurre formalmente le sue emissioni di gas serra con investimenti green in Paese terzo. Ora ci sono ci strumenti giuridici per farlo.
Mille miliardi di dollari
Fino pochi giorni fa parlare di migliaia di miliardi in aiuti per affrontare la transizione avrebbe fatto venire l’orticaria ai leader dei Paesi ricchi, in difficoltà anche ad ottemperare al vecchio impegno di 100 miliardi l’anno. Il colpo di scena c’è stato giovedì, quando si è deciso che i mille miliardi sarebbero stati menzionati nel testo dell’accordo: «almeno 1.300 miliardi l’anno entro il 2035» confluiranno i fondi pubblici dei Paesi ricchi, i finanziamenti delle banche multilaterali, gli investimenti privati. Ma i Paesi in via di sviluppo hanno preteso un nuovo articolo: prevede l’istituzione di una road map da Baku a Belem, la città amazzonica che ospiterà la Cop30 il prossimo anno, per definire meglio chi e come contribuirà al fondo.
I 300 miliardi dei Paesi ricchi
È l’altro passo avanti di Cop29: i Paesi sviluppati triplicano il loro impegno, passando da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno di aiuti “climatici” ai Paesi in via di sviluppo. Secondo i governi europei saranno raggiunti attraverso capitale pubblico e privato. È l’altro grande motivo di scontento dei Paesi in via di sviluppo: ritenevano che 500 miliardi l’anno fosse la cifra minima, tutta pubblica e sotto forma di finanziamenti a fondo perduto, non di prestiti.
Il ruolo di Cina e India
Sono Paesi in via di sviluppo o potenze economiche che possono contribuire alla finanza climatica? Il dibattito va avanti da anni. E non è giunto a conclusione neppure a Baku. Il mondo è stato diviso in due, tra ricchi e in via di sviluppo, nel 1992 e l’Accordo di Parigi ne tiene conto: i primi sono obbligati a contribuire alla finanza climatica, i secondi possono farlo su base volontaria. E la Cina ha vinto ancora (insieme a India e petrostati del Golfo): i loro soldi non andranno a integrare i 300 miliardi dei “ricchi” e i loro investimenti volontari non potranno in alcun modo alterare la loro collocazione tra i Paesi in via di sviluppo.
Il passo indietro sul fossile
Gas, carbone e petrolio sono scomparsi dal lessico della Cop. Se l’anno scorso a Dubai il petroliere Sultan Al Jaber era riuscito nell’impresa storica di far approvare un testo sulla “transistion away” dai combustibili fossili , a Baku i sauditi - che nel 2023 avevano capitolato stretti nella morsa Usa-Cina - hanno bloccato ogni tentativo di far riferimento nel testo finale alle fonti fossili. La palla passa al Brasile di Lula, che organizzerà la Cop 2025. E che dovrà conciliare la sua narrazione ecologista con l’essere tra i grandi produttori di petrolio.