L’economista Rosa: “Trump usa i dazi come arma di pressione su Cina e Messico”
di Eugenio OccorsioQuella che è stata espressa (via social) da Trump l’altra notte, specialmente l’aggravio di un ulteriore 10% di dazi alla Cina per la questione del Fentanyl, rappresenta una svolta cruciale nell’approccio americano alle relazioni internazionali: guardate che posso usare l’arma commerciale, ha avvertito Trump, anche per scopi non strettamente commerciali”. Brunello Rosa, docente alla London School of Economics, esorta a non sottovalutare la rinnovata aggressività del presidente eletto: “La mossa contro il Messico, per fare un altro esempio, addirittura il 50% su qualsiasi bene o servizio venduto in America, è a sua volta un messaggio preventivo perché i messicani arrestino l’ondata migratoria.
La posta in gioco sarebbe insomma molto…
Quella che è stata espressa (via social) da Trump l’altra notte, specialmente l’aggravio di un ulteriore 10% di dazi alla Cina per la questione del Fentanyl, rappresenta una svolta cruciale nell’approccio americano alle relazioni internazionali: guardate che posso usare l’arma commerciale, ha avvertito Trump, anche per scopi non strettamente commerciali”. Brunello Rosa, docente alla London School of Economics, esorta a non sottovalutare la rinnovata aggressività del presidente eletto: “La mossa contro il Messico, per fare un altro esempio, addirittura il 50% su qualsiasi bene o servizio venduto in America, è a sua volta un messaggio preventivo perché i messicani arrestino l’ondata migratoria.
La posta in gioco sarebbe insomma molto più grossa che non una supremazia commerciale?
Sta prendendo corpo fra gli osservatori una teoria: Trump vuole fare pressioni sulla Cina perché esca dall’ambiguità e finisca di sovvenzionare militarmente ed economicamente la Russia, il tutto perché Putin divenga più malleabile per le trattative di pace.
E per l’Europa cosa dobbiamo aspettarci?
Trump ha sostenuto in campagna elettorale che nell’ambito del programma Maga doveva esserci l’azzeramento del deficit commerciale con l’Europa (oggi circa 150 miliardi per i beni peraltro in parte compensati con l’export americano di servizi, ndr). Un’ipotesi è che possa agire sul fronte energetico. Fra le agevolazioni previste nel programma Ira di Biden, che Trump vuole rivoluzionare, c’è la fornitura americana a prezzo scontato di gas e petrolio in cambio di investimenti europei sul suolo americano. Il meccanismo ha funzionato bene negli ultimi due anni, a beneficio sia di aziende che di Stati europei. Ora però c’è il pericolo che Trump voglia smantellarlo, o perlomeno ridurlo: tu azienda europea vieni a investire in America, sarebbe il discorso, però o paghi comunque un dazio o accetti che venga ridotto lo sconto sul gas. Non basta più neanche il vantaggio per gli Usa di avere un investimento in casa propria. Ma non è neanche questo il peggior scenario possibile.
Potrebbe entrarci la questione delle spese Nato?
Esattamente. Visto che Trump fa la voce grossa, niente di più facile che utilizzi lo strumento, o chiamiamolo il ricatto, dei dazi per avvertire i Paesi in ritardo con gli stanziamenti al 2%: adeguate subito il vostro bilancio (per l’Italia equivarrebbe a un esborso di 10 miliardi l’anno, ndr) o vi applicheremo dazi selettivi proprio dove avete dei punti di forza. È già successo con il Trump I: ricorderete i negoziati sul parmigiano condotti sul numero di anni di stagionatura, o quelli sulle auto tedesche combattuti sulle dimensioni di un fanalino di coda. Non sono stati mai ripristinati i trattati di libero scambio sia con l’Europa che con il Giappone abbozzati già ai tempi di Obama.
Questo chiama in causa le responsabilità dell’amministrazione Biden?
Diciamo che non è stata sovvertita in questi quattro anni l’architettura delle protezioni doganali, soprattutto con riferimento alla Cina. Con l’Europa in sostanza si è trovato un accomodamento, tant’è vero che nel 2023 l’America è stata il primo mercato per le aziende europee con il 19,7% del totale dell’export, e gli Stati Uniti hanno rappresentato il secondo fornitore (dopo la Cina) con il 13,7% del totale delle importazioni Ue.
Tornando al quadro globale, malgrado la nomina del semi-moderato Bessent al Tesoro, accolta favorevolmente dai mercati, lo scenario di guerra commerciale “Trump contro tutti” sembra inevitabile?
Stando alle bellicose minacce, sembra di sì. Però una speranza rimane, fondata sul fatto che Trump non può non rendersi conto che l’economia americana e l’inflazione subirebbero un duro colpo dalle contro-tariffe che arriverebbero sicuramente.
Questo autorizza a credere nell’esistenza di una diplomazia segreta parallela?
Non dimentichiamoci che durante il Trump I, nel gennaio 2020, fu raggiunto con Xi Jinping un accordo detto Phase 1, che apriva il terreno alla più ampia e costruttiva collaborazione fra Usa e Cina, ferme restando le restrizioni sui chip. C’è stata anche sfortuna: subito dopo è scoppiata l’emergenza Covid che in Cina è durata più che altrove, e non c’è stato il tempo materiale per mettere mano seriamente alla questione. Ora con il ritorno di un Trump più agguerrito che nel 2020, diventa ancora meno probabile che si arrivi ad un accordo.