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Il pressing degli alleati su Netanyahu che ora fa sperare Beirut: “Pace fragile, incrociamo le dita”

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Con l’intesa possibili elezioni e negoziati con l’Iran. Ma c’è chi teme un Paese diviso. E la guerra potrebbe tornare in ogni istante
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La pace arriva su una pioggia di missili. Quando al tramonto i jet israeliani scaricano quintali di bombe su Beirut - venti esplosioni in centoventi secondi – Ahmad è rinchiuso nell’ospedale dell’università americana, l’ultimo rifugio per decine di persone prima della tregua. «Leggevamo le notizie sui cellulari mentre sentivamo le esplosioni, tutto surreale». E tutto vero.

Dopo 13 mesi di guerra, quasi 4 mila morti libanesi, il sud del Paese distrutto e l’esercito israeliano stremato, c’è l’accordo per il cessate il fuoco. Netanyahu ha dato il via libera, il governo libanese si riunirà ufficialmente questa mattina, ma il premier Mikati ha già chiesto che entri subito in vigore.

Un altro traguardo per il diplomatico israeliano-americano Amos Hochstein, che aveva siglato l’intesa sui confini marittimi tra il Libano e Israele ed è riuscito, insieme al braccio destro di Nabih Berri, Ali Hamdan, a ricomporre un puzzle politico esploso, una tela che ha unito israeliani, libanesi, europei, …

La pace arriva su una pioggia di missili. Quando al tramonto i jet israeliani scaricano quintali di bombe su Beirut - venti esplosioni in centoventi secondi – Ahmad è rinchiuso nell’ospedale dell’università americana, l’ultimo rifugio per decine di persone prima della tregua. «Leggevamo le notizie sui cellulari mentre sentivamo le esplosioni, tutto surreale». E tutto vero.

Dopo 13 mesi di guerra, quasi 4 mila morti libanesi, il sud del Paese distrutto e l’esercito israeliano stremato, c’è l’accordo per il cessate il fuoco. Netanyahu ha dato il via libera, il governo libanese si riunirà ufficialmente questa mattina, ma il premier Mikati ha già chiesto che entri subito in vigore.

Un altro traguardo per il diplomatico israeliano-americano Amos Hochstein, che aveva siglato l’intesa sui confini marittimi tra il Libano e Israele ed è riuscito, insieme al braccio destro di Nabih Berri, Ali Hamdan, a ricomporre un puzzle politico esploso, una tela che ha unito israeliani, libanesi, europei, l’amministrazione Biden e il team per la transizione di Trump. Sulla carta, Israele ha ottenuto quello che voleva: separare il Libano da Gaza, Hezbollah da Hamas, e spingere i miliziani sciiti a nord del fiume Litani, la linea maginot che dovrebbe proteggere dai razzi gli abitanti dei kibbutz del nord consentendogli di tornare nelle loro case.

Hezbollah è squassato, ma non sconfitto: ha continuato a combattere e ha dimostrato, ancora 36 ore fa, di essere comunque in grado di colpire Tel Aviv e oltre. Mantiene la sua rete sociale in Libano, centri medici, scuole, Ong. Siede in Parlamento, e già promette di rimettere in piedi il sud sciita, dove almeno 40 villaggi sono stati rasi al suolo dall’Idf. Il costo della ricostruzione, stimato in oltre 10 miliardi, è un macigno sul futuro di uno stato in bancarotta. Chi pagherà? Nessuno per ora se ne occupa davvero, perché la strada della pace è disseminata di incognite e tutti a Beirut si fanno un’altra domanda. L’accordo reggerà?

«Incrociamo le dita», dicono dallo staff di Berri, il capo del partito sciita Amal che ha negoziato per conto di Hezbollah. I prossimi 60 giorni saranno cruciali. L’esercito israeliano dovrà ritirarsi dal libano meridionale, Hezbollah ripiegare a nord del Litani, ma entrambe le parti pretendono che a fare il primo passo sia il nemico. L’esercito libanese (Laf) e Unifil avranno il compito difficile di governare questo processo. Giovedì il parlamento libanese rinnoverà l’incarico al capo delle Laf, il generale Joseph Aoun, che gli americani vorrebbero vedere alla presidenza del Libano, se e quando ci saranno le elezioni per il presidente, che manca da due anni. Ma senza il sostegno della comunità internazionale, che significa tank, munizioni, soldi e armi in tempi rapidi, e senza supporto politico pieno del Parlamento libanese, le Laf difficilmente saranno in condizioni di sorvegliare e intervenire. Netanyahu ha ribadito che Israele si riserva «libertà militare completa», ovvero il diritto di attaccare se riterrà minacciata la sua sicurezza. Basta una scintilla per riaccendere l’incendio.

«Ma c’è una novità che fa sperare», ragiona un diplomatico europeo di stanza a Beirut. «Per la prima volta gli americani si assumono la responsabilità di supervisionare l’accordo, essendo a capo del comitato di monitoraggio di cui fanno parte anche i francesi». I 60 giorni scadono il 25 gennaio, 5 giorni dopo l’insediamento di Trump. «Allora si capirà se lo schema che si intravede in questa tregua, a cui hanno lavorato americani, francesi e britannici, potrà essere portato avanti – continua il diplomatico – ovvero una ricomposizione politica in Libano, con Hezbollah sempre più partito e meno milizia, e in prospettiva un negoziato con l’Iran». Nelle ultime settimane il pressing degli Alleati su Netanyahu si è intensificato e il mandato di arresto spiccato dalla Corte penale internazionale ha reso ancora più urgente la necessità di una tregua.

Teheran aveva dato il suo via libera a un accordo per preservare il suo alleato e provare ad aprire un dialogo con la nuova amministrazione Usa. «Vogliono un’intesa sul nucleare, e per averla tutti devono cedere qualcosa». A Beirut però c’è chi teme che a pagare il prezzo possa essere ancora una volta il Libano, con una spartizione tacita del Paese, il sud sotto controllo americano-israeliano, il nord in mano a Hezbollah e al suo sponsor.

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